La libertà: dono e conquista
La cultura moderna lancia allettanti e assillanti messaggi all’uomo della strada, al giovane privo di esperienza: “tu sei libero; nulla e nessuno al di sopra e al di fuori di te, tu l’unico arbitro delle tue scelte e delle tue risoluzioni, puoi disporre di te e delle tue potenzialità come meglio credi, senza dover rendere conto a nessuno; tu sei il “dio” di te stesso. E purtroppo questa cattiva scuola ha illuso e tradito innumerevoli giovani inesperti e ha moltiplicato alienazioni, depressioni e suicidi.
Il messaggio biblico invece si fa più cauto e annuncia che l’uomo, e soprattutto il cristiano, è destinato a vivere nella libertà. Ed è per questo che l’apostolo Paolo si produce in una vigorosa affermazione: Voi fratelli siete stati chiamati a libertà (Gal 5,13). E chi è che chiama? – E’ Dio! Dio dunque non è il nemico della libertà, non è colui che impone limiti e sistema paletti alla libertà; al contrario, egli è la sorgente è la fonte della libertà; egli ama la nostra libertà più di quanto l’amiamo noi stessi. Egli è il Dio libero e desidera ardentemente che l’uomo lo segua da persona libera.
E’ lui che ce ne fa dono! Mette “dentro” di noi il germe della libertà, germe che ha bisogno della nostra personale collaborazione per crescere ed espandersi e farci risultare veramente liberi. Sicché la libertà è un dono e una conquista: è un dono perché il Signore nel giorno del battesimo ha messo in ognuno di noi il piccolo “seme” che, tuttavia, ha bisogno di una conquista, in quanto l’uomo ha il quotidiano impegno di collaborare con l’Alto per destituire di ogni potere qualche eventuale “faraone” terreno che pretenda annidarsi dentro di lui e farla da padrone e gestirlo a suo piacimento.
Del resto, si sa che non c’è vera libertà senza esercizio di liberazione: e dunque, liberare la vita, lo spirito, il cuore dagli idoli muti e schiavizzanti per risultare realmente persona libera. Quali idoli? Il potere, l’avere, il piacere, la gloria, il prestigio, il denaro, la ricerca del benessere, l’affermazione del proprio “io”, la frenesia dell’azione, dell’apparire, del riuscire, dell’imporsi…Dunque, liberarci da qualcosa o da qualcuno per appartenere ad un altro. Così il popolo di Dio, che è schiavo del potente faraone d’Egitto, si libera dalla pesante schiavitù per passare sotto la signoria di Dio.

“Dio è il Dio della libertà – afferma lo scrittore ebreo Martin Buber (1878-1965) -. Egli che possiede tutti i poteri per costringermi, non mi costringe; mi fa partecipe della sua libertà”. Dio gradisce l’adesione libera e non la costrizione. Pertanto, attenzione al vento di follia che oggi soffia impetuoso: ognuno può scegliere le più gravi aberrazioni, considerate come un sacrosanto diritto. E guai a farglielo notare o a obiettare qualcosa: si viene bollati come intolleranti, retrogradi, fascisti; si viene accusati di attentare alla libertà del singolo.
Infine merita ricordare che la libertà è sulla linea dell’essere e non del fare. E qui può nascondersi un madornale equivoco! Si dice: “Io sono libero e perciò faccio quel che voglio”; “io sono libero e perciò faccio quel che mi pare e piace”. Questa è stata la scelta dissennata del “figliol prodigo”: vivere la libertà senza l’ombra di alcun limite. E si è ritrovato in una situazione umana così critica che per sopravvivere è stato costretto a un lavoro umiliante: pascolare i porci…! (Lc 15, 11-32). Dunque, non ci si inganni: la libertà è sulla linea dell’essere: io sono libero se mi impegno ad essere quel che devo essere secondo il progetto di Dio; collaborando a questo progetto mi realizzo e vivo e gusto in pienezza la libertà!
“Camminate secondo lo Spirito”
L’apostolo Paolo suggerisce anche “la via” sicura per non cedere a tendenze deviazionistiche: Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne (Gal 5,16). Si comprende facilmente che l’apostolo vuole evidenziare che la potenza dello Spirito è ben più forte di quella della carne. Sappiamo per esperienza che le insidie quotidiane del male sono senza numero; sono sempre delle imboscate pericolose e subdole. Anzi, l’uomo si trova di continuo tra due potenti forze in contrapposizione: La carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; questi infatti si oppongono fra loro (Gal 5,17).
E tuttavia è possibile la vittoria! Perché lo Spirito è nella nostra anima e anche nel corpo come precisa Paolo: Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? (1Cor 6,19). Dunque egli abita in noi (Rom 8,9) e non sta inattivo, non è presenza passiva, inerte. Al contrario, ci lavora febbrilmente per trasformarci in sua “dimora” sempre più splendida, eliminando anche le più piccole ombre del male.
Anzi, nella lettera ai Galati, Paolo passa a distinguere gli esiti, cioè i differenti risultati di chi si affida alle tendenze della carne e di chi si affida alle tendenze dello Spirito. Per i primi, egli parla di “opere della carne” (vv. 19-21), per gli altri invece di “frutto dello Spirito” (vv. 22-23). Sono “opere”, perché restano all’esterno dell’uomo e non contribuiscono affatto alla sua crescita e alla sua maturazione; anzi per molti aspetti l’uomo viene danneggiato e come bloccato, congelato nelle sue potenzialità.
L’azione dello Spirito invece viene qualificata come “frutto” (al singolare), perché corrisponde alle più profonde e più autentiche esigenze dell’uomo e conferisce un concreto apporto alla maturazione e alla formazione di una personalità robusta e sicura. E mentre nel contesto delle“opere” il denominatore comune è l’egoismo, nel contesto del “frutto” invece è l’amore; l’amore che diventa fonte di pace, di gioia e di libertà. Sì, l’amore non può esistere senza libertà; l’amore è l’espressione più bella, più alta e più perfetta di libertà: dilige et fac quod vis scrive sant’Agostino (“ama e fa’ quel che vuoi”), ama ed eccoti libero!
L’accoglienza: diaconia dell’amore
L’accoglienza “ad extra”
“Non dimenticate l’ospitalità. Alcuni, praticandola, hanno accolto gli angeli senza saperlo” (Eb 13,2). È la fraterna esortazione dell’autore della Lettera agli Ebrei, ai cristiani delle prime comunità. Forse l’infuriare di qualche persecuzione in quella “prima ora” avrà messo in evidenza tutta l’urgenza e la necessità dell’ospitalità; o forse la non facile coesistenza tra cristiani di origine giudaica e cristiani di provenienza pagana, avrà spinto l’autore a riproporre la pratica dell’accoglienza fraterna, superando desueti schemi di privilegi e abbattendo muri innalzati dall’egoismo e dalla diffidenza.
La dimensione umana e religiosa dell’ospitalità, così celebrata e praticata nell’antico oriente, trova un classico esempio nell’accoglienza cordiale e premurosa che Abramo riserva, presso la sua tenda, a tre misteriosi personaggi (Gen 18,1-15). In tutte le antiche civiltà orientali, l’accoglienza era tenuta in grande considerazione, poiché si riconosceva nell’ospite un inviato della divinità stessa. Anche i romani si erano adeguati a questa mentalità, perché temevano che nell’ospite si celasse qualche divinità, che avrebbe potuto reagire con violenza in caso di accoglienza poco cordiale. Così anche nella variegata mappa delle culture africane, l’ospite era ed è ancora oggi come avvolto da un alone di mistero, e il vivo desiderio di offrirgli tutto ciò di cui si dispone in casa si riveste di sacralità.
Accogliere l’altro in un contesto evangelico non è solo espressione di alto senso di umanità, ma è concreto gesto di ospitalità al “totalmente Altro”: al Signore! Il dono della fede aiuta a scorgere nel forestiero, nel viandante, nel povero, nel bisognoso il divino Forestiero, che non dispone neppure di una pietra sulla quale reclinare il capo (Mt 8,20). Nel pellegrino, nel carcerato, nell’ammalato, nell’ignudo…è sempre lui che bussa alla porta per chiedere un aiuto concreto e urgente, un intervento indilazionabile (Mt 25,35-36).
Gesù sceglie di buon grado di andare ospite in casa di Zaccheo per illuminare di nuova luce una storia di avidità e di prepotenze e riportare ordine e felicità in quella vita (Lc 19,1-10). E’ ospite in casa del fariseo Simone, il quale non accoglie Gesù con i segni abituali riservati agli ospiti di riguardo. E’ gradito ospite in casa di persone amiche, di Marta, di Maria e di Lazzaro, ai quali ripropone una scala di valori, dove l’unione con Dio deve dare anima e gusto all’operosità umana, senza che questa degeneri in attivismo frenetico (Lc 10,38-42).
Il tratto squisito di accoglienza evangelica che è, a un tempo, così umano e così ricco di fede, viene ulteriormente precisato e…codificato fin dalle prime redazioni delle Regole monastiche. “Tutti gli ospiti che giungono al monastero – così dispone san Benedetto – siano accolti come il Cristo in persona, poiché un giorno egli dirà: “Ero forestiero e mi avete ospitato”. Appena è stato annunziato un ospite, il priore o i fratelli gli vadano incontro con ogni dimostrazione di carità. I poveri e i pellegrini siano accolti con particolari cure e attenzioni, perché specialmente in loro si riceve Cristo”.
“La cella del priore si trovi vicino all’ingresso – è una chiara disposizione della Regola del Carmelo -, così che egli possa andare per primo incontro a coloro che vengono”. E san Francesco, volendo scongiurare eventuali discriminazioni nell’accoglienza, così dispone nella Regola non bollata: “E chiunque verrà da essi, amico o nemico, ladro o brigante, sia ricevuto con bontà”. I frati non solo devono accogliere l’amico, il familiare, il vicino, ma anche il forestiero, lo sconosciuto, il diverso e… il cattivo, perché anche quest’ultimo, al pari degli altri, è un fratello.
L’accoglienza “ad intra”
È quella che si celebra nel vivere quotidiano e in modo semplice tra le pareti domestiche, in famiglia o in una comunità religiosa e si traduce in concreti gesti di solidarietà e di comunione, privilegiando “i casi” più difficili e urgenti. Qui vengono superati gli stretti confini della pura cortesia e della civile convivenza per cedere il passo all’esperienza di una vasta gamma di intensi rapporti interpersonali.
Qui l’ascolto e l’accoglienza dell’altro in quanto altro, assumono contorni precisi e si è impegnati a sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda dei suoi problemi e delle sue vicissitudini, della sua stanchezza e dei suoi slanci, delle sue conquiste e delle sue sconfitte, della sua sete di Dio e della ricerca del senso della vita. Si è impegnati però a non fare di lui una copia di sé stesso, ma a rispettarlo nella sua alterità di diritto e di valore. L’altro non è soltanto uno, ma soprattutto è unico, inconfondibile e irripetibile, di cui non si trova l’equivalente in nessun altro luogo.
È un difficile esercizio, perché si tratta di accogliere l’altro nella sua totalità: con pregi e difetti, luci e ombre, slanci e ritardi, ricchezze e miserie. Si tratta di fare i conti con tutto il suo carico umano, concreto e reale; di superare il muro della paura, della diffidenza e del sospetto, per esprimergli una dedizione aperta, cordiale e sincera. In definitiva si tratta di incarnare, nel quotidiano, il principio di eterogeneità, per valorizzare gli immensi giacimenti di bene di ognuno, costituiti proprio dalle differenze: differenze di età, mentalità, formazione, cultura, temperamento, gusti, aspirazioni…
L’accoglienza che si apre alla comunione permette di scendere alle radici della personalità dell’altro, nel suo nucleo più originario e più profondo. Si determina allora quell’atmosfera relazionale che mette ciascuno a proprio agio, per cui si sta bene e volentieri insieme a lui. E la comunicazione fluisce serena e libera in un consenso di affetto. Si avverte un benessere interiore e si è più disponibili alla condivisione e alla reciproca edificazione.
La tenerezza: accoglienza dell’altro
La tenerezza è forza.
La tenerezza è un permanente modo di essere e di amare; è uno stile di vita tutta orientata verso il prossimo; è un “esodo” verso l’altro; è apertura incondizionata all’altro, che include la calda espressione di accoglienza, di amore, di condivisione, solidarietà, ascolto e servizio, senza cercare o pretendere nulla in contraccambio; è un donare sincero e forte che riesce ad abbattere muri divisori, steccati di fredde solitudini e barriere. Questa virtù è decisamente diversa dal tenerume, perché si colloca a livello dell’essere, del dono, del servizio; il tenerume invece si colloca a livello di pretese, di interessi e di egoismi. E la differenza è enorme, perché altro è essere, altro è pretese…!
Dunque la tenerezza non è tenerume, né melassa, né debolezza, né fragilità, che facilmente si arrende e cede. Al contrario! E’ una realtà fondamentale di una persona forte, combattiva, sicura di sé, fornita di profonde certezze per cui non disarma di fronte a ostacoli, a difficoltà e a opposizioni di ogni genere.

Il noto romanziere e filosofo russo Fedor Dostoeveskij (1821-1881) riconosce a questa virtù “la forza dell’amore umile che, tuttavia, è capace di trasformare il mondo”.

Anche il poeta, pittore e aforista libanese Kalil Ghibran (1883-1931) afferma che “la tenerezza e la gentilezza sono espressioni di forza e di determinazione”.
Il Santo Padre Francesco ha fatto di questa virtù e della misericordia l’argomento fondamentale del suo servizio petrino alla Chiesa.
L’editrice “Porziuncola” nel 2019 ha pubblicato un libro dal titolo emblematico: “La virtù della tenerezza” e come sottotitolo: “il Vangelo” di Papa Francesco. Ed ecco una breve lezione del Papa: “La tenerezza è l’amore che si fa vicino e concreto, che parte dal cuore e arriva agli occhi, alle orecchie, alle mani; è un impegno a usare gli occhi per vedere l’altro, usare le orecchie per sentire l’altro, usare mani e cuore per accarezzare l’altro e prendersi cura di lui”. “La tenerezza è una modalità di espressione della misericordia – precisa il papa Francesco -; attuarla è la prova concreta di aver sperimentato in noi, personalmente, la misericordia di Dio”.
E questi sono i paradigmi vincenti della tenerezza:
Rimanere in silenzio per offrire spazio di parola all’altro,
farsi presente là dove si soffre senza risultare pesante,
saper attendere pazientemente senza mettere fretta,
prendersi cura dell’altro anche con umili servizi,
avere occhi di tenerezza per non trascurare nessuno,
riaccendere la speranza nei cuori là dove si è spenta,
coltivare nel feriale l’elisir della gentilezza e della tenerezza.
Il filosofo e matematico francese Blaise Pascal (1823-1662) ha individuato nella tenerezza il frutto maturo dello spirito di finesse che si distingue nettamente dallo spirito di geometria, come lo designa lui stesso. Lo spirito di finesse dice sensibilità, premura, benevolenza, amabilità e produce personalità ricche interiormente, eccellenti e straordinarie; lo spirito di geometria invece dice calcolo, interesse, egoismo, possesso, chiusura e produce aridità, vuoto, insensibilità, povertà di sentimenti…
Modelli di tenerezza
Qualcuno fa derivare l’etimo di questa virtù dal verbo tendere, nel senso di tendere o protendersi verso l’altro per accoglierlo e fargli spazio nel proprio cuore. Altri invece, in una prospettiva più teologica, risalgono al termine ebraico rahamìm che rimanda al grembo materno là dove ogni madre vive e celebra il mistero della vita, richiama all’affetto materno protettivo e premuroso; il termine rende felicemente sia la tenerezza come anche la misericordia.
Papa Francesco si richiama alla tenerezza di Gesù. Il 21 aprile 2013, trascurando il testo scritto che aveva tra le mani, si è espresso liberamente così: “Gesù conosce quella bella scienza delle carezze. Non ci ama con le parole. Lui si avvicina e ci dà quell’amore con tenerezza. Vicinanza e tenerezza. Queste sono le due maniere dell’amore del Signore, che si fa vicino e dà tutto il suo amore con le cose anche più piccole: con la tenerezza”. Nel mese precedente, cioè il 19 marzo, il Santo Padre, parlando del Custode della Sacra Famiglia, ha detto: “Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore”.

L’evangelista Marco è l’unico che riferisce il gesto di particolare tenerezza dell’abbraccio di Gesù. Egli impone le mani sui fanciulli, li benedice e li abbraccia. Per due volte il Maestro stringe a sé chi si incontra con lui (Mc 9,36; 10,16). Ai piccoli della terra concede quell’ardente e dolce effusione dell’amore che vuol quasi far sentire la forza e il palpito fisico dell’affetto e della tenerezza. Accoglie quei singolari visitatori con calda cordialità, e dimostra affettuoso gradimento per la loro presenza con il gesto dell’abbraccio che è altamente protettivo. Non pronuncia neppure una parola, ma li abbraccia per manifestare tutta l’intensità dei suoi sentimenti. In realtà, quando si ama davvero, i gesti prendono il posto delle parole.
Quei piccoli graditi ospiti, ritrovandosi tra le braccia di Gesù, si sentono accolti e amati, si sentono al centro delle sue attenzioni e in ottima armonia con lui. Anche Gesù si trova a suo agio tra quella torma allegra e rumorosa di marmocchi, perché nel suo animo si sente come uno di loro: in lui e in loro c’è il fascino del candore, della semplicità, della trasparenza. Perciò, in tutta verità può dire: “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio” (Mc 10,14).

Licenza in Scienze Bibliche conseguita presso il Pontificio Istituto Biblico.
Dottorato in Teologia Dogmatica conseguito presso la Pontificia Università Gregoriana.
Docente presso l’Istituto di Scienze religiose di Viterbo.Docente presso il Centro Nazionale USMI.
Maestro degli studenti teologi cappuccini dell’Italia Centrale (1967-1976).
Superiore Provinciale dei Cappuccini della Provincia Romana (1982-1988).
Presidente dei Superiori Provinciali Cappuccini d’Italia (1982-1985).
Consultore teologo della Congregazione per le Cause dei Santi (1989- ).
Visitatore apostolico di un Istituto religioso per incarico della Congregazione dei religiosi.
Docente presso l’Istituto Teologico San Pietro dal 1997.
Autore notissimo, conduttore a Radio Maria, direttore spirituale e predicatore per numerosi istituti religiosi femminili.



