C’è nella quasi interezza della vicenda umana l’impronta di Babele, la confusione delle lingue. In termini di moderna antropologia parleremmo di difficoltà di comunicare e di comprendersi e, probabilmente, dell’incapacità di ascoltare l’altro, il diverso, spesso figlia di una superbia autoreferenziale.
Il passo biblico in questione, viene ricordato a Pentecoste, la celebrazione della effusione Spirito sugli Apostoli cinquanta giorni dopo la Pasqua, nella Messa della veglia vespertina. In quella del giorno, invece, la liturgia propone il passo degli Atti degli Apostoli con l’evento straordinario che li porta ad essere compresi dagli ascoltatori di qualsiasi lingua madre.
Ho la massima considerazione per quanti hanno il cosiddetto dono delle lingue, che a me difetta, almeno quando invece di scrivere parlo. Per intenderci, una delle persone più importanti nella mia vita, che oltre alla lingua madre francese ne parlava altre sette, per mia fortuna anche l’italiano, soleva dirmi sorridendo: “you speak english like a spanish cow” (tu parli inglese come una mucca spagnola). Ciò detto e ammesso, quello delle lingue, a considerarlo in assoluto, mi sembra il più inutile dei doni dello Spirito. Se dico qualcosa di stupido o peggio di blasfemo, tale resta in ogni traduzione simultanea di cui possa beneficiare il mio ascoltatore. E infatti il catechismo non lo elenca tra i sette doni dello Spirito (sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio). E ci vogliono tutti e sette perché le nostre parole – di tutti e più ancora di chi nella parola ha il proprio principale strumento di lavoro e di partecipazione alla vicenda sociale – diventino anch’esse espressione docile e convincente dello Spirito.
In questa pagina fatta anche di ricordi personali, ne voglio aggiungere uno. All’epoca della mia lontana giovinezza, tra le varie iniziative nate dal Concilio ci fu quella di “modernizzare” i canti durante le celebrazioni liturgiche (si arrivò a parlare di Messa beat). Tra i più usati ce ne era uno improntata a una parola, la prima detta dal Signore dopo la resurrezione agli apostoli ancora chiusi e timorosi nel cenacolo: pace a voi. La cantavamo prima in ebraico (evenu shalom alehem), poi in italiano, poi in ogni lingua che ci venisse in mente.
E sempre il Vangelo, quello di Luca, ci dice che al saluto di Maria a Elisabetta il bambino che questa portava ancora nel grembo, Giovanni Battista, esultò. E non bisogna essere particolarmente esperti di culture antiche per sapere che il saluto di una giovane ebrea era la parola shalom, pace.
A farci cancellare l’impronta di Babele non bastano la cultura o i progressi tecnologici, neppure con la prospettiva fantascientifica ma futuribile di poterci dotare tutti di un traduttore simultaneo universale, Ma concentrarsi su questa parola, sul suo significato profondo, sugli strumenti e sull’impegno per renderla concreta nel nostro tempo, nelle nostre società, nel nostro mondo lacerato da tanti conflitti e da tante ingiustizie, può essere un modo per respingere quell’impronta, per renderci docili allo Spirito. E per tutti, di qualsiasi fede religiosa o che non ne abbiano alcuna, di servire la causa dell’uomo.
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Direttore Responsabile
Giornalista professionista, ha lasciato a fine febbraio del 2016, pochi giorni dopo il suo sessantesimo compleanno, L’Osservatore Romano, il giornale della Santa Sede, dove aveva svolto la sua professione negli ultimi trent’anni, occupandosi principalmente di politica internazionale, con particolare attenzione al Sud del mondo.
Ha incominciato la sua professione giornalistica nel 1973, diciassettenne, a L’Avanti, all’epoca quotidiano del Partito Socialista Italiano, con il Direttore Responsabile Franco Gerardi. Nello stesso periodo, fino al 1979, ha collaborato con la rivista Sipario e ha effettuato servizi per l’editrice di cinegiornali 7G.
Ha diretto negli anni 1979-1980 i programmi giornalistici di Radio Lazio, prima emittente radiofonica non pubblica a Roma, producendovi altresì i testi del programma di intrattenimento satirico Caramella.
Ha poi lavorato per l’agenzia di stampa ADISTA, collaborando contemporaneamente con giornali spagnoli e statunitensi.
Nel 1984 ha incominciato a lavorare per la stampa del Vaticano, prima alla Radio Vaticana, dove al lavoro propriamente giornalistico ha affiancato la realizzazione, con altri, di programmi di divulgazione culturale successivamente editi in volume.
All’inizio del 1986 è stato chiamato a L’Osservatore Romano, all’epoca diretto da Mario Agnes, dove si è occupato da prima di cronaca e politica romana e italiana. Successivamente è passato al servizio internazionale, come redattore, inviato e commentatore. La prima metà degli anni Novanta lo ha visto impegnato in prevalenza nel documentare i conflitti nei Balcani e negli anni successivi si è occupato soprattutto del Sud del mondo, in particolare dell’Africa, ma anche dell’America Latina.
Su L’Osservatore Romano ha firmato circa duemila articoli sull’edizione quotidiana e su quelle settimanali. Ha inoltre contribuito alla realizzazione di alcuni numeri de I quaderni de L’Osservatore Romano, collana editoriale sui principali temi di politica, di cultura e di dialogo internazionali.
Collabora con altre testate, cattoliche e non, e con programmi d’informazione radiofonica e televisiva.
È Direttore Responsabile, a titolo gratuito, della rivista Sosta e Ripresa.
Ha insegnato comunicazione e politica internazionale in scuole di giornalismo e ha tenuto master di secondo livello, come professore a contratto, in Università italiane. Ha tenuto corsi, seminari e conferenze in Italia e all’estero. Ha tenuto corsi sull’attività diplomatica della Santa Sede in istituti superiori di cultura in Italia.
È autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, diari di viaggio, testi teatrali. Sue opere sono riportate in antologie poetiche del Novecento.
È tra i fondatori dell’Associazione Amici di Padre Be’ e della Fondazione Padre Bellincampi ONLUS, che si occupano di assistenza all’infanzia, e dell’associazione L.A.W. Legal Aid Worldwide ONLUS, per la tutela giurisdizionale dei diritti dell’uomo. Ha partecipato a progetti sociali per la ricostruzione di Sarajevo. È stato promotore e sostenitore di un progetto di commercio equo e solidale realizzato in Argentina.

