È quasi Natale. Orbene quale pensiero “poetico” vi trasmetterò quest’anno, ricordandovi il legame che esso può avere con la Parola di Dio? Non vi dispiaccia se vado a cercarlo in un’opera di Jean-Paul Sartre, sì proprio lui, l’esistenzialista “ateo”, in un racconto natalizio in tempo di guerra, in campo di concentramento, per cristiani e non credenti, a indicarci come il confine tra fede e miscredenza non sia invalicabile e questo ricorda a tutti il rischio e la Grazia del credere.
Ecco il testo: “La Vergine è pallida e guarda il bambino (…) sul suo viso è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta sul viso umano. Poiché il Cristo è il suo bambino, la carne della sua carne, e il frutto del suo ventre. L’ha portato nove mesi e gli darà il seno e il latte diventerà il sangue di Dio. E in certi momenti la tentazione è così forte che dimentica che è Dio. Lo stringe tra le sue braccia e dice: piccolo mio! Ma in altri momenti, rimane interdetta e pensa: Dio è là…[sono] istanti rapidi e difficili, in cui sente che il Cristo nello stesso tempo è suo figlio, il suo piccolo, e che è Dio. Lo guarda e pensa: questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi, e questa forma della bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e vive. Ed è in quei momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore, e cercherei di rendere l’espressione di tenera audacia e di timidezza con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo bambino-Dio di cui sente sulle ginocchia il peso tiepido e che le sorride… (da “Bariona e il figlio del tuono…”.
Noi non siamo Maria, ma questo dire di Sartre: “il Cristo nello stesso tempo è suo figlio, il suo piccolo, e che è Dio”, la fa a noi più vicina. Perché? In che senso? Effettivamente anche noi viviamo e dobbiamo sperimentare nella nostra vita spirituale l’intimità familiare con Gesù, nostro Maestro, che trattiamo come amico e fratello, nel colloquio con lui, nel parlarGli dandogli del “tu”, nel sentirlo vicino, che ci porta in braccio, che si fa nostro compagno di strada, misterioso ma vero, nel cammino della vita.
Sì, anche quando sembra non sia presente, nei momenti più difficili, magari nei momenti di malattia grave e di abbandono o solitudine. A questo proposito avrete forse già sentito quel racconto brasiliano sulla visione di un cristiano che cammina lungo la spiaggia con il senso del Signore allontanatosi da lui proprio nel tempo della malattia. Ne trovava conferma dalle orme sulla sabbia in cui, a un certo momento, proprio in coincidenza con il suo sentimento di abbandono e desolazione, le orme non erano più quattro ma due. Però il Signore lo rassicurò subito, dicendogli che quelle due rimaste erano le sue, perché Egli nel momento della prova l’aveva preso in braccio e lo portava.
Questa intimità familiare con Gesù non deve peraltro togliere in noi il senso della grandezza di Dio. Il nostro Dio rimane “l’Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra”, come dicevamo noi, ora anziani, al tempo della catechesi per prepararci alla prima comunione. Si dovrebbe dunque conservare il senso dell’adorazione e della riparazione, oltre che della lode, del ringraziamento, della domanda orante, e dell’offerta di noi poveri peccatori. Per ricordare queste componenti in passato invitavo a memorizzare l’acrostico ARDOR (adorazione, ringraziamento, domanda, offerta, riconciliazione).
C’è un’altra conseguenza da trarre dal racconto di Sartre: la necessità di stupirsi. Noi ci siamo abituati alle cose grandi, ai “paradossi” – come diceva Kierkegaard – delle verità del cristianesimo, e ciò le rende “comuni”, senza destare in noi stupore, ammirazione, meraviglia gioiosa, gratitudine, consolazione. E chi meglio di Papa Francesco può aiutarci a vincere l’abitudine e far esplodere l’entusiasmo come se sentissimo per la prima volta il Messaggio degli Angeli in questa notte benedetta, al guardare quel Bambinello sulla mangiatoia, a contemplare il presepio, davanti al “Dio delle sorprese”?
“Rinnoviamo questa notte lo stupore delle origine della nostra fede” – esortava il nostro Papa in un’omelia di Natale – e così continuava: “La Madre di Dio ci aiuta: la Madre che ha generato il Signore, genera noi al Signore. É madre e rigenera nei figli lo stupore della fede, perché la fede è un incontro (…). La vita, senza stupore, diventa grigia, abitudinaria; così la fede. E anche la Chiesa ha bisogno di rinnovare lo stupore di essere dimora del Dio vivente, Sposa del Signore, Madre che genera figli. Altrimenti rischia di assomigliare a un bel museo del passato. La Chiesa museo. La Madonna, invece, porta nella Chiesa l’atmosfera di casa, di una casa abitata dal Dio della novità”.
Che vi possiamo abitare anche noi, con stupore, in questo Natale e sempre!
Foto tratta dal web

Il cardinale Marchetto, Nato a Vicenza 28 agosto 1940, è stato ordinato sacerdote a 24 anni, e ben presto chiamato a Roma per lavorare nella Segreteria di Stato vaticana e nelle Rappresentanze pontificie di Zambia e Malawi, Cuba, Algeria, Tunisia, Marocco e Libia, Portogallo, Zimbabwe.
Nel 1985 viene nominato e consacrato arcivescovo (del titolo storico di Astigi, oggi Ecija, in Andalusia). Diventa nunzio apostolico, con il primo incarico in Madagascar e Mauritius, La Réunion, Mayotte, Isole Comore, seguito da quelli in Tanzania e poi in Bielorussia.
Rientrato a Roma, soprattutto a causa di una patologia difficile che vince, resta per qualche tempo con la “strana” qualifica di nunzio a disposizione.
Riprende il servizio attivo con la nomina prima a Osservatore permanente della Santa Sede presso la Fao, il Pam e l’Ifad, le agenzie dell’Onu con sede a Roma che si occupano in senso lato di agricoltura e alimentazione, poi a segretario del Pontificio Consiglio per la pastorale dei Migranti e degli Itineranti.
Presenta le dimissioni a Papa Benedetto XVI nel 2010, a settant’anni come è prerogativa dei nunzi apostolici, per dedicarsi a tempo pieno ai suoi studi, già più che fecondi, sul Concilio Vaticano II, che fanno ragione sia delle “fughe in avanti” di alcuni commentatori, sia degli arroccamenti di tanti “tradizionalisti” o peggio che confondono i propri pregiudizi, il proprio clericalismo antistorico, con una presunta fedeltà alla Chiesa. Del Concilio Papa Francesco lo ha definito il più grande ermeneuta. Lo stesso Papa Francesco quattro anni dopo lo ha voluto membro della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli e nel Concistoro del 30 settembre 2023 lo ha creato cardinale.
Il cardinale Marchetto è stato ed è dunque molte cose: un grande diplomatico, uno storico di assoluto valore, una voce significativa del cattolicesimo in questioni vitali – forse le più importanti nella nostra epoca – quale la lotta alla fame e la situazione dei migranti.
La sua bibliografia è troppo lunga per essere riportata completamente. Ai ponderosi volumi sul Concilio da lui firmati si affianca “Primato pontificio ed episcopato. Dal primo millennio al Concilio Ecumenico Vaticano II. Studi in onore dell’arcivescovo Agostino Marchetto” a cura di Jean Ehret.
Da citare altresì il libro intervista “Agostino Marchetto. Chiesa e migranti. La mia battaglia per una sola famiglia umana”, realizzato con Marco Roncalli.
