L‘espressione riportata nel titolo, diventata proverbiale per indicare un pericolo fin dai tempi delle incursioni sarecene sulle sponde dei Paesi mediterranei cristiani, potrebbe tornare di attualità- Perché in effetti una situazione di pericolo per le nostre società in Mediterraneo c’è da diverso tempo. Ma non è quella su cui si spargono fiumi d’inchiostro e si riempiono ore e ore di programmi televisivi, con bollettini quotidiani forniti con lo stesso stile di quelli sulla pandemia del Covid-19. Cioè la presunta invasione con la quale si descrivono gli arrivi di poche migliaia di infelici che guerra, persecuzioni e fame spingono al tentativo, spesso mortale, sempre disperato, di sbarcare sulle nostre coste.
Il pericolo non sono gli arrivi di profughi, con buona pace dei quanti si proclamano “veri italiani”, perchè ingoiano ogni esca che nutra in loro una paura irrazionale, indotta e cavalcata da forze politiche implicitamente razziste ed esplicitamente becere. Né il pericolo sono i musulmani, stavolta con buona pace di quei sedicenti cattolici davanti ai quali basta a qualche politico in vena di pagliacciate,sventolare crocefissi e rosari, perchè lo scambino per una riedizione di Pietro l’Eremita che chiama alla crociata al grido di “Dio” lo vuole”.
No: stavolta avrebbe senso usare l’espressione “mamma li turchi” per reali e attualissimi motivi. O forse sarebbe più preciso “mamma il turco”. Perché nei mutamenti geopolitici nell’area vicinorientale e nordafricana un ruolo essenziale stanno assumendo negli ultimi anni le mosse di Recep Tayyip Erdoğan, primo ministro tra il 2013 ed il 2014 e presidente dal 2014, confermato al potere grazie a elezioni di almeno dubbia regolarità e protagonista di sistematiche repressioni interne e di un accresciuto interventismo militare oltre le proprie frontiere.
L’ultima mossa provocatoria di Erdoğan è arrivata nell’ultimo fine settimana. Mentre nella cosiddetta Repubblica turca di Cipro del nord – riconosciuta solo dalla Turchia – si stavano ancora contando le schede delle elezioni locali, il governo di Ankara ha annunciato l’invio della nave Oruc Reis per avviare trivellazioni su giacimenti sottomarini di gas in quelle che tutti i soggetti internazionali considerano acque cipriote (della Cipro membro dell’Unione europea, dell’Onu e di tutte le organizzazioni internazionali), in tutto in violazione del diritto internazionale in materia di Zone economiche esclusiva (Zee) cioè le acque territoriali e i relativi fondali marini sui quali uno Stato può rivendicare l’accesso esclusivo alle materie prime.
Nell’area in questione, tra l’altro, hanno opzioni di sfruttamento la francese Total e l’italiana Eni.
L’ultima mossa, appunto, di molte altre che si sono susseguite in questi anni. Le guerre nell’area, da quella in Iraq a quella in Siria a quella in Libia, così come l’isolamento dell’Iran hanno favorito di fatto l’espansionismo e le ambizioni imperialiste di una Turchia che ha visto progressivamente cancellate le caratteristiche di democrazia e di aconfessionalità volute un secolo fa Mustafa Kemal Atatürk e che, sebbene tuttora nel sistema Nato, non ha ormai più nulla in comune con quella della quale fino a qualche anno fa non si metteva in dubbio la natura democratica e pluralista, al punto da ipotizzarne il possibile ingresso nell’Unione europea.
Oggi quest’ultima per Erdoğan è di fatto un nemico che tiene sotto scacco utilizzando le ondate di profughi provenienti dalla Siria e da altri Paesi mediorientali, minacciando di riversarli in Europa, in un ricatto favorito ,dai regurgiti nazionalisti forti in molti Paesi europei, causa e frutto insieme dell’incapacità di gestione realmente comunitaria e solidale dell’epocale fenomeno migratorio.
Al tempo stesso, con un tatticismo sapiente e spregiudicato, Erdoğan gestisce i rapporti con la Russia di Vladimir Putin, in un continuo tira e molla volto a consentirgli spazio di manovra per le proprie mire di unica potenza regionale. Questo almeno finché tali mire, implicite anche sullo scenario del Mar Nero, non entreranno in collisione con gli interessi di Mosca. E se ne sta avendo un avviso con la cruenta riesplosione questo settembre del conflitto nel Nagorno Karaback, la regione del Caucaso meridionale contesa da decenni tra Armenia e Azerbaijan, posta sotto quest’ultima Repubblica fin dall’epoca sovietica, ma di popolazione a netta prevalenza armena. La Turchia ha subito offerto aiuto militare – e secondo fonti concordi inviato combattenti – al governo azero per riprendere la regione, dove agisce da trent’anni un autoproclamato governo degli indipendisti armeni, non riconosciuto internazionalmente e, per la verità, neppure dal governo armeno, da parte sua stretto alleato di Mosca. E la questione potrebbe aprire potenzialmente uno scenario ancora più inquietante, perchè per quanto poco credibile la Turchia resta comunque membro della Nato.
Al momento la Turchia occupa ampie zone della Siria settentrionale, dove ha praticato una vera e propria pulizia etnica ai danni delle popolazioni curde. E tornando al Mediterraneo e alle Zee, ha effettuato un intervento militare in Libia, decisivo per sostenere Fayez al-Sarraj contro il suo rivale per la conquista del potere a Tripoli, il generale Khalifa Haftar, a sua volta appoggiato dall’Egitto, unica altra media potenza, oltre ovviamente a Israele, rimasta sulla sponda sudorientale del Mediterraneo. Nella vicenda c’è un ulteriore aspetto particolarmente inquietante in un momento storico in cui si fa evidente la necessità di un modello di sviluppo basato sul rispetto e la tutela della natura, come dimostrato da devastazioni ambientali e cambiamenti climatici ormai sulla soglia dell’irreversibiltà.
Il primo prezzo pagato dal governo libico di Fayez al-Sarraj, quello riconosciuto dalla comunità internazionale, al sostegno militare di Ankara è stato appunto un accordo circa l’unificazione delle Zee dei due Paesi, accordo che ignora provocatoriamente l’esistenza delle isole greche del Mar Egeo, compresa Creta, e di Cipro.
Anche l’islamizzazione progressiva della Turchia, della quale ha fornito un esempio palese la riconversione in moschea della basilica di Santa Sofia a Instabul seguita da quella di altro sito Unesco, il monastero di Chora, già Chiesa del Santissimo Salvatore, diventato museo nel 1958, sta dando l’ennesima prova di uso strumentale della religione, in questo caso potenzialmente persino più pericoloso di quello fattone in questi decenni da gruppi fondamentalisti attivi in ogni parte del mondo. Se non altro, perché Ankara ha risorse infinitamente maggiori di quelle a disposizione di simili gruppi, compresi quelli che per periodi più o meno lunghi hanno assunto il controllo di fatto di vasti territori, come il cosiddetto Stato islamico tra Siria e Iraq o persino i Taleban in Afghanistan, per non parlare di vicende relativamente minori come quelle di Boko Haran nel nord della Nigeria o di al Shabab in Somalia.
I paragoni storici non hanno mai completamente senso e l’attuale espansionismo turco con Erdoğan ha poco a che fare con quello ottomano sotto Maometto II che conquistò Costantinopoli, Selîm I che aggiunse all’impero Armenia, Siria ed Egitto, o Solimano il Magnifico che che ne estese il dominio nei Balcani e in Ungheria, nella Penisola arabica e in Persia. Se così non fosse, con Erdoğan si potrebbe persino tentare una similitudine con un tipo che nella prima metà del secolo scorso prese il potere in una Paese europeo, anch’egli con elezioni, salvo poi cancellare il parlamento, militarizzare il Paese, e dopo alcuni iniziali successi creare una tragedia mondiale – questa si senza paragoni, né prima né fortunatamente dopo nella storia – diventandone alla fine, suicida, la vittima in assoluto meno colpevole. Per la cronaca – tornando a un utilizzo della divinità che di fatto è una bestemmia qualunque sia il livello al quale è praticato – per tenere su i pantaloni le sue soldataglie, comprese quelle incaricate dei compiti Sommamente Sporchi (SS) usavano una cinta con scritto sulla fibbia, “Dio con noi”.
Foto fonte Polizia di Stato

Direttore Responsabile
Giornalista professionista, ha lasciato a fine febbraio del 2016, pochi giorni dopo il suo sessantesimo compleanno, L’Osservatore Romano, il giornale della Santa Sede, dove aveva svolto la sua professione negli ultimi trent’anni, occupandosi principalmente di politica internazionale, con particolare attenzione al Sud del mondo.
Ha incominciato la sua professione giornalistica nel 1973, diciassettenne, a L’Avanti, all’epoca quotidiano del Partito Socialista Italiano, con il Direttore Responsabile Franco Gerardi. Nello stesso periodo, fino al 1979, ha collaborato con la rivista Sipario e ha effettuato servizi per l’editrice di cinegiornali 7G.
Ha diretto negli anni 1979-1980 i programmi giornalistici di Radio Lazio, prima emittente radiofonica non pubblica a Roma, producendovi altresì i testi del programma di intrattenimento satirico Caramella.
Ha poi lavorato per l’agenzia di stampa ADISTA, collaborando contemporaneamente con giornali spagnoli e statunitensi.
Nel 1984 ha incominciato a lavorare per la stampa del Vaticano, prima alla Radio Vaticana, dove al lavoro propriamente giornalistico ha affiancato la realizzazione, con altri, di programmi di divulgazione culturale successivamente editi in volume.
All’inizio del 1986 è stato chiamato a L’Osservatore Romano, all’epoca diretto da Mario Agnes, dove si è occupato da prima di cronaca e politica romana e italiana. Successivamente è passato al servizio internazionale, come redattore, inviato e commentatore. La prima metà degli anni Novanta lo ha visto impegnato in prevalenza nel documentare i conflitti nei Balcani e negli anni successivi si è occupato soprattutto del Sud del mondo, in particolare dell’Africa, ma anche dell’America Latina.
Su L’Osservatore Romano ha firmato circa duemila articoli sull’edizione quotidiana e su quelle settimanali. Ha inoltre contribuito alla realizzazione di alcuni numeri de I quaderni de L’Osservatore Romano, collana editoriale sui principali temi di politica, di cultura e di dialogo internazionali.
Collabora con altre testate, cattoliche e non, e con programmi d’informazione radiofonica e televisiva.
È Direttore Responsabile, a titolo gratuito, della rivista Sosta e Ripresa.
Ha insegnato comunicazione e politica internazionale in scuole di giornalismo e ha tenuto master di secondo livello, come professore a contratto, in Università italiane. Ha tenuto corsi, seminari e conferenze in Italia e all’estero. Ha tenuto corsi sull’attività diplomatica della Santa Sede in istituti superiori di cultura in Italia.
È autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, diari di viaggio, testi teatrali. Sue opere sono riportate in antologie poetiche del Novecento.
È tra i fondatori dell’Associazione Amici di Padre Be’ e della Fondazione Padre Bellincampi ONLUS, che si occupano di assistenza all’infanzia, e dell’associazione L.A.W. Legal Aid Worldwide ONLUS, per la tutela giurisdizionale dei diritti dell’uomo. Ha partecipato a progetti sociali per la ricostruzione di Sarajevo. È stato promotore e sostenitore di un progetto di commercio equo e solidale realizzato in Argentina.
