Si può scrivere in prima persona, quasi per fatto privato, della morte  di un uomo, di un sacerdote come il gesuita padre Bartolomeo Sorge che tanta parte pubblica ha avuto nella  Chiesa che è in Italia e, per la verità, anche nella vicenda politica, in senso alto, di questo Paese per diversi decenni?  No, non si può. Anche se la notizia della morte di padre Sorge, suscita ricordi personali forti, chi ne parla su un giornale, per piccolo che sia, e tanto più chi lo dirige, è obbligato deontologicamente a stilarne il necrologio – o persino il panegirico –  rispettando quella famosa regola di rispondere alle cinque domande della  “w”, dal nome in inglese di quanto incano: who (chi), what (cosa), where (dove), when (quando), why (perché).

E allora cominciamo dicendo chi era padre Sorge, morto ieri, 2 novembre, a 91 anni, all’Aloisianum di Gallarate, in provincia di Varese,  l’ultima destinazione che gli avevano indicato i suoi superiori della Compagnia di Gesù, e dove oggi si celebrano oggi le sue esequie.

Era un gesuita nel senso che la parola richiama subito alla mente dei più, sia cattolici sia no, cioè un sacerdote di profonda cultura, un intellettuale da sempre abituato a indagare e a discernere i segni dei tempi alla luce della Parola dei Dio e del magistero della Chiesa, ma anche a operare concretamente nella storia in cui era immerso, con quel discernimento che ai gesuiti è richiesto come speciale segno di appartenenza e di identità. Così come era convinto dell’importanza del cosiddetto  “quarto voto“, dopo quelli di povertà, castità e obbedienza, chiesto da sant’Ignazio a quanti ne hanno abbracciato la regola, cioè la fedeltà al Papa. Ed è  bene dire subito che fedeltà ed obbedienza non significano acquiescenza supina a ogni specifico passo delle scelte di un pontificato. Nel suo caso non si può negare che abbia espresso perplessità su alcuni passaggi  del pontificato di Giovanni Paolo II.

Riguardo al quando e al dove, Sorge, nato da genitori sicialiani nel 1929 all’isola d’Elba e trasferitosi bambino a Castelfranco Veneto, entrò nella Compagnia di Gesù nel 1946 e si formò a Milano, in Spagna e poi a Roma e fu ordinato sacerdote nel 1958.

Cosa ha fatto Sorge nella sua vita? Ha vissuto non da spettatore la stagione del Concilio Vaticano II e da protagonista gli anni immediatamente seguenti. La lucidà dei suoi ragionamenti, la facondia della sua parola, la profonda cooscenza della Dottrina sociale della Chiesa così come si era andata delineando dall’enciclica  Rerum novarum di Leone XIII del 1891, spinsero nel 1966 l’allora direttore di Civiltà cattolixa, il gesuita Roberto Tucci, perito al Vaticano II, poi direttore di Radio Vaticana e infine cardinale, ad annoverarlo tra gli scrittori della prestigiosa rivista che lo stesso Sorge avrebbe diretto dal  1973 al 1985.

Fu amico personale di Paolo VI e uno dei suoi collaboratori nella stesura dell’enciclica Octagesima adveniens del 1971, per gli ottant’anni della Rerum novarum, un testo cruciale, dopo la Populorum progressio del 1967, sull’azione della comunità cristiana in campo politico, sociale ed economico.

Padre Bartolomeo Sorge
Padre Bartolomeo Sorge

Probabilmente è stato uno degli ultimi gesuiti viventi ad aver partecipato nel 1974 alla XXXII Congregazione generale della Compagnia di Gesù – tra gli altri c’erano l’allora provinciale di quelli argentini Jorge Mario Bergoglio, e il futuro cardinale arcivescovo di Milano  Carlo Maria Martini – convocata dall’allora preposito generale Pedro Arrube e conclusa adottando in forma organica gli insegnamenti e le direttive del Vaticano II.

Nel 1976 partecipò attivamente e con ruolo di rilievo al  primo Convegno ecclesiale nazionale della Chiesa che è in Italia, concluso con lo storico documento Evangelizzazione e promozione umana. Convegno nel quale, fra l’alro, definì un «tarlo del Vangelo» alcuni movimenti cattolici, diciamo tradizionalisti per non dire anticonciliari, che dal Concilio in poi non sono mai mancati. Per inciso fu in quella occasione che chi scrive queste righe, all’epoca giornalista appena ventenne, lo conobbe personalmente ed ebbe modo di discutere con lui la questione dei preti operai – numericamente, ma non qualitativamente meno rilevante in Italia che in Francia – dalla quale si avviò una saltuaria ma non banale frequentazione. Anche sulla linea e sulle scelte della Conferenza episcopale italiana negli anni seguenti non mancarono critiche negative e polemiche di Sorge – e per quel che vale di chi scrive queste righe -, soprattutto riguardo alla questione, all’epoca abbastanza granitica nell’episcopato, dell’unità politica dei cattolici, quella che in molti chiamavamo  collateralismo alla Democrazia Cristiana.

Lasciata Civiltà Cattolica nel 1985, l’anno dopo Sorge realizzò e diresse a Palermo, insieme con il confratello Ennio Pintacuda, l’Istituto di Formazione Politica Pedro Arrupe, prosecuzione e potenziamento del precedente Istituto di studi sociali del gesuiti nato nel 1958. Cominciò allora il periodo nel quale Sorge venne sempre più ritenuto un politologo di sinistra, specialmente per la sua promozione della cosiddetta Primavera di Palermo attraverso il movimento Città per l’Uomo e per il successivo sostegno, nel 1991, al movimento La Rete dell’allora e di nuovo oggi sindaco della città Leoluca Orlando (sostegno che, per inciso, non convinse Pintacuda che l’anno seguente lasciò l’Istituto). Sorge vi rimase fino al 1996.

Dall’anno seguente visse a Milano, presso il Centro San Fedele, del quale fu responsabile  fino al 204. Diresse le riviste Popoli e Aggiornamenti sociali rispettivamente fino al 2005 e al 2009. Poi continuò a sfongere conferenze in Italia e all’estero. Infine, come detto, dal 2016 era all’Aloisianum di Gallarate, lo stesso luogo nel quale quattro anni prima era mortoil cardinale Martini. Né aveva rinunciato alla sua vena polemica, spesso sferzante, che lo portava a intervenire ancora sui mezzi d’informazione tradizionali come su quelli internettiani. L’anno scorso, a metà agosto, in una dura accusa all’allora ministro dell’Interno Matteo per l’uso strumentale che questi faceva di simboli religiosi e per le sue politiche di rifiuto di profughi e migranti, scrisse  sul proprio  profilo Twitter, mantenuto sempre attivo, che «La mafia e Salvini comandano entrambi con la paura e l’odio, fingendosi religiosi. Si vincono resistendo alla paura, all’odio e svelandone la falsa pietà». Salvini parlò in risposta di «vergogna e idiozia che neppure l’età avanzata giustifica». E ancora pochi giorni fa, dopo le polemiche costruite arificiosamente su una frase di Papa Francesco riportata in un film su di lui (Sosta e Ripresa ne ha parlato nell’editoriale del 25 ottobre), aveva scritto «Tanto rumore per nulla! È pacifico da tempo che i diritti personali degli omosessuali (sia singoli, sia in coppia) vanno tutelati dallo Stato. Ma l’unione civile non è matrimonio».

Perché allora? Perché un sacerdote del quale chiunque lo abbia conosciuto può testimoniare la piena consapevolezza del suo ministero e, tra l’altro, la profonda devozione mariana e persino un desiderio di vita contemplativa,  le ore passate in preghiera  di fronte al tabernacolo si è speso tanto sul piano sociale e politico? Perché ha sentito che la sua vocazione gli chiedeva di essere,  come ha detto il suo successore a Civiltà Cattolica, l’attuale direttore padre Antonio Spataro, una «voce profetica che ha accompagnato la ricezione del Concilio in Italia».

Aveva detto più volte, anche a chi scrive,  che la sua gioia più grande è sempre stata celebrare ogni giorno l’Eucarestia, la presenza quotidiana del Signore nella nostra storia, nel tempo che ci è dato. Ora è nell’eternità, in quella dimensione in cui il tempo non esiste più, in cui l’Eucarestia non c’è e il Signore si mostra faccia a faccia. Il tempo di padre Bartolomeo Sorge lascia a noi un’eredità e una lezione. L’eternità che lo ha accolto,nella speranza, nella fede di molti che lo hanno incontrato, ne è il premio.

Foto tratte dal web

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