Pagliuzze e travi
Di Mario Mancini
È stata pubblicata sulla rivista islamica “La Luce” l’intervista di Davide Piccardo alla cooperante Silvia Romano (rapita e recentemente rilasciata da Al Shabaab, il gruppo nato come espressione giovanile – il nome significa appunto “la gioventù” – delle Coorti islamiche di Mogadiscio, ma da lungo tempo passato al terrorismo), sulla sua conversione all’Islam. Sono qui di seguito riportati solo alcuni stralci della complessa intervista che si può comunque ritrovare per intero sul sito de “La Luce”.
Premesso che non è possibile e non è corretto esprimersi nel merito di un percorso spirituale interiore ad un’anima, la lettura di certi passaggi, resi pubblici dalla stessa persona, obbliga a qualche riflessione ed esame di coscienza dal punto di vista del pensiero che si rifà al cristianesimo.
Silvia afferma di non essere stata una credente: la sua partenza in missione per l’Africa per aiutare gli altri deriva da un nobilissimo senso di combattere contro l’ingiustizia. Benchè sia il concetto di: “Aiutiamoli a casa loro” che nei secoli ha mosso miriadi di missionari cristiani, l’organizzazione con la quale Silvia collabora è assolutamente, non-confessionale. La sua lontananza (o indifferenza) alla fede la afferma candidamente: «Avevo anche letto alcuni versi della Bibbia e appreso i punti in comune del Cristianesimo e dell’Islam».
In effetti Dio stesso non era lontano da lei se la prima presa di coscienza allo shock del rapimento è: «Nel momento in cui fui rapita, iniziando la camminata, iniziai a pensare: io sono venuta a fare volontariato, stavo facendo del bene, perché è successo questo a me? Qual è la mia colpa? È un caso che sia stata presa io e non un’altra ragazza? È un caso o qualcuno lo ha deciso?
Queste prime domande credo mi abbiano già avvicinato a Dio, inconsciamente
Il passaggio successivo è avvenuto dopo quella lunga marcia, quando già ero nella mia prigione; lì ho iniziato a pensare: forse Dio mi ha punito.
Forse Dio mi stava punendo per i miei peccati, perché non credevo in Lui, perché ero anni luce lontana da Lui.
Un altro momento importante è stato a gennaio, ero in Somalia in una stanza di una prigione, da pochi giorni. Era notte e stavo dormendo quando sentii per la prima volta nella mia vita un bombardamento, in seguito al rumore di droni. In una situazione di terrore del genere e vicino alla morte iniziai a pregare Dio chiedendogli di salvarmi perché volevo rivedere la mia famiglia; Gli chiedevo un’altra possibilità perché avevo davvero paura di morire. Quella è stata la prima volta in cui mi sono rivolta a Lui».
È esattamente il percorso di conversione che nei secoli del cristianesimo tanti santi hanno fatto. Il percorso che il Manzoni, in maniera artistica, descrive per l’Innominato.
Così alla successiva domanda provocatoria dell’intervistatore la risposta è di una edificazione disarmante, che tanti islamofobi o cristianofobi non riescono o non vogliono capire: «Le persone che ti tenevano prigioniera, per quanto possano essere state gentili con te, stavano commettendo un’ingiustizia nei tuoi confronti; la loro azione è illegittima quindi non è facile comprendere come si possa abbracciare la fede di quanti ti stanno facendo un simile torto».
«Dopo aver letto il Corano non ci trovai contraddizioni e fin da subito sentii che era un libro che guidava al bene. Il Corano non è la parola di Al Shabaab! Ad un certo punto sentii che era un miracolo, per questo la mia ricerca spirituale continuava e acquisivo sempre più consapevolezza dell’esistenza di Dio.
A un certo punto ho iniziato a pensare che Dio, attraverso questa esperienza, mi stesse mostrando una guida di vita, che ero libera di accettare o meno».
L’intervista continua con una lezione di spiritualità: «Quando sei diventata musulmana ed hai iniziato a pregare, che atteggiamento avevi verso il tuo destino? Pensavi che sarebbe comunque andata bene? Eri pronta ad accettare qualsiasi cosa?».
«La fede ha diversi gradi e la mia si è sviluppata con il tempo. Sicuramente dopo aver accettato la fede islamica guardavo al mio destino con serenità nell’anima, certa che Dio mi amasse e avrebbe deciso il bene per me.
Quando provavo paura per l’imminenza della morte o ansia per non avere notizie della mia famiglia e del mio futuro, trovavo consolazione nelle preghiere.
Più aumentava la mia fede e più – quando ero triste – chiedevo a Dio la pazienza e la forza, chiedevo a Dio che rafforzasse ulteriormente la mia fede.
Ho pregato tantissime volte Dio affinché rafforzasse la mia fede per quello a cui sarei andata incontro, che rafforzasse la mia fede per affrontare tutte le offese che avrei ricevuto».
«Quindi eri consapevole di questa ostilità?».
«Sì, certo. Avevo sviluppato la consapevolezza attraverso lo studio della vita del Profeta Muhammad, la vita dei suoi compagni e me n’ero già fatta un’idea.
I musulmani sin dall’inizio dell’Islam sono stati perseguitati»
«Perché, secondo te?».
«Perché l’Islam è la religione che va contro un sistema basato sulle ingiustizie, sul potere del dio denaro, la corruzione e la falsità, e questo spesso è scomodo».
«Molte delle reazioni negative nei tuoi confronti nascono fondamentalmente da questo pensiero: questa ragazza era libera di andare dove voleva di fare quello che voleva, stare con chi voleva vestirsi come voleva e va a scegliersi una condizione in cui è meno libera, è sottomessa, è considerata inferiore rispetto all’uomo … com’è possibile?».
«Il concetto di libertà è soggettivo e per questo è relativo. Per molti la libertà per la donna è sinonimo di mostrare le forme che ha; nemmeno di vestirsi come vuole, ma come qualcuno desidera. Io pensavo di essere libera prima, ma subivo un’imposizione da parte della società e questo si è rivelato nel momento in cui sono apparsa vestita diversamente e sono stata fatta oggetto di attacchi ed offese molto pesanti.
C’è qualcosa di molto sbagliato se l’unico ambito di libertà della donna sta nello scoprire il proprio corpo.
Per me il mio velo è un simbolo di libertà, perché sento dentro che Dio mi chiede di indossare il velo per elevare la mia dignità e il mio onore, perché coprendo il mio corpo so che una persona potrà vedere la mia anima.
Per me la libertà è non venire mercificata, non venire considerata un oggetto sessuale».
Possibile che una persona di una istruzione comunque a livello superiore, nata e cresciuta (23 anni) in un Paese di antica evangelizzazione sia dovuta andare in Africa e scoprire queste vie dello spirito, in mezzo a una banda di tagliagole? Cosa c’è che non quadra? Perché la vita e la testimonianza dei credenti è così inefficace?
Una parte della risposta si può cogliere nel pensiero che conclude l’intervista parlando della comunità musulmana: «Innanzitutto non mi aspettavo che ci fossero tutti questi italiani musulmani; mi immaginavo di entrare in contatto subito con egiziani, marocchini, africani musulmani… invece, prima degli arabi ho conosciuto gli italiani musulmani ed è stata una sorpresa enorme. Mi ha colpito la fratellanza nei miei confronti da parte di tutti i musulmani qua a Milano, e non solo a Milano; la solidarietà e l’affetto mi hanno fatto sentire parte di una seconda famiglia.
Poi ho scoperto una realtà di cui non avevo minimamente idea, fatta di tantissime associazioni della comunità musulmana di Milano, e non solo, che ogni giorno si impegnano nell’aiutare i più deboli, i più vulnerabili, le vittime delle ingiustizie; ….»
certamente non si può dire lo stesso di tante “comunità” cristiane.
C’è un paradosso nella vicenda di Silvia Romano che riguarda non solo lei, le sue esperienze, le sue attuali convinzioni. ma riguarda anche chiunque si professi cattolico. C’è un atteggiamento che è diventato consuetudinario definire farisaico, quello di guardare le pagliuzze negli occhi degli altri e non le travi nei propri. Quel velo che Silvia ha deciso di indossare è stato chiamato “divisa dei terroristi” nelle aule parlamentari. Gli interventi – doverosi – della diplomazia italiana per arrivare alla liberazione di una connazionale sono stati definiti cedimento e persino finanziamento al terrorismo. Lo hanno fatto persone che brandiscono come armi croci e rosari, persone per le quali dirsi cattolici equivale a sostenere posizioni antisemite e antislamiche.
Sosta e Ripresa non avallerà mai simili atteggiamenti. Il che non sarebbe rilevante perché non lo è questa piccola testata. Ma è la Chiesa cattolica che questo atteggiamento, questo modo di pensare non accetta, che condanna senza incertezze. Cristianesimo, ebraismo e islam, hanno profonde differenze sia tra loro sia all’interno delle loro diverse confessioni. Ma non sono realtà nemiche. Se un carisma aveva Tommasa Alfieri, che di questo giornale fu fondatrice, era quello di saper parlare ai lontani dalla nostra fede, e su queste pagine non mancherà mai lo sforzo di tenere aperto questo cantiere di dialogo che ci indicano lei e soprattutto la Chiesa.
Se Silvia Romano ha scelto l’islam non è una colpa, né tantomeno un tradimento delle sue radici cristiane. Piuttosto c’è da chiedersi perché il percorso di fede fatto in circostanze tanto drammatiche l’abbia portata a non riconoscersi cristiana, c’è da chiedersi che testimonianze abbia avuto nei suoi 23 anni trascorsi prevalentemente tra persone cattoliche, almeno nominalmente. Qualcuno potrebbe parlare della cosiddetta sindrome di Stoccarda, quella sorta di dipendenza che alcuni sequestrati sviluppano nei confronti dei sequestratori. Questo giornale non intende “sparare” diagnosi a caso e invece esprime solo vicinanza e affetto per questa giovane, con l’augurio che possa approfondire il suo percorso fino a capire che Dio è Amore. Vale per tutte le religioni del Libro. La nostra sa che è Amore “a perdere”, tanto da spogliarsi della propria divinità per assumere la natura umana e dare la vita per le sue creature benchè, tante volte, irriconoscenti. E magari abbastanza ignoranti.
Foto tratta dal web

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.
