«Nello spirito di un “internazionalismo dei vaccini”, esorto l’intera comunità internazionale a un impegno condiviso per superare i ritardi nella loro distribuzione e favorirne la condivisione, specialmente con i Paesi più poveri». Lo ha detto Papa Francesco nel messaggio Urbi et orbi (alla città e al mondo) di Pasqua. Sosta e Ripresa lo ha pubblicato per intero, come cerca di fare per ogni significativo intervento del Papa. Ma secondo una buona abitudine che si è un po’ persa nella stampa, non solo in generale, ma anche cattolica, questo piccolo giornale si sforza di leggerle le cose che pubblica e magari di rifletterci sopra. E allora chi questo giornale dirige vuole dare ai lettori non tanto una chiave di lettura – alle parole del Papa in questo caso non serve – ma un po’ di fatti che aiutano forse a spiegarle. Parliamo dunque di vaccini e parliamo di brevetti.

Già alla fine dell’anno scorso, chi scrive titolava il proprio editoriale “La pandemia del discrimine”, un discrimine che ha accentuato la forbice tra pochi ricchi che grazie alla pandemia hanno visto moltiplicarsi esponenzialmente i propri guadagni e la parte immensamente maggioritaria dell’umanità, già colpita da ingiustizie sistematiche (nel senso che le provoca il sistema neoliberista), sprofondare in una crisi spaventosa al punto da  trovare precedenti in epoca moderna solo nella guerre mondiali. Oggi aggiungiamo qualche precisazione tecnica e qualche informazione in più.

“Internazionalismo dei vaccini” non è un’espressione religiosa, anche se si iscrive pienamente nel compito pastorale e nella Dottrina sociale della Chiesa. È un’affermazione politica. Internazionalismo è visione dell’uguale dignità, degli uguali diritti di ogni essere umano. È ciò a cui si contrappongono le teorie nazionaliste – o sovraniste come si dice ora – e il concetto che nei rapporti mondiali sia ineludibile lo scontro tra potenze, l’istinto di predominio.

Parliamo dunque di vaccini, dando per scontato che servano ed evitando per carità di nei confronti dei lettori di soffermarci sulla marea di disinformazione che ogni giorno ammorba tutti noi. E parliamo di quella megalitica e rapace concezione della proprietà privata che ispira la cosiddetta proprietà intellettuale, che protegge i brevetti. E alla quale sembra un obbligo sottostare persino se confligge con i principi e con le stesse leggi internazionali codificate.

Nell’oltre un anno trascorso dalla dichiarazione dello «stato di pandemia» da parte dell’Oms (organizzazione mondiale della sanità), si sono moltiplicati interventi statuali e mobilitazione della società civile per chiedere che la Wto (organizzazione mondiale del commercio), riconosca l’universalità dei brevetti sui vaccini, la sospensione della proprietà intellettuale per poter produrre dappertutto e nel numero di dosi necessarie. La prima richiesta era sta fatta da India e Sud Africa all’inizio dello scorso ottobre e da allora hanno aderito più di cento Stati. A questi si era aggiunto anche il presidente dell’Oms, Adhanom Ghebreyesus, che si è chiesto: «Se non ora, quando?».

Perché questo è previsto: in caso di minacce mondiali gli Stati hanno l’arma della licenza d’ufficio, una forma temporanea di sospensione dei brevetti. Per i Paesi in via di sviluppo esiste al Wto un sistema di deroghe sul rispetto dei brevetti, in vigore fino al 2033. E per inciso non sarebbe solo una scelta etica, ma a giustificarla concorre a sufficienza il fatto che il virus sia stato identificato dalla ricerca pubblica e che i laboratori farmaceutici abbiano goduto di forti finanziamenti pubblici.

Ciò nonostante, dopo più di sei mesi nella Wto – sebbene persino la sua nuova presidente della Wto, Ngozi Okonjo-Iweala abbia sostenuto che bisogna e favorire l’accesso dei Paesi poveri ai vaccini. – prevale ancora l’opposizione di Paesi particolarmente forti, come Stati Uniti, Gran Bretagna, Svizzera, Giappone, Australia, Canada, Norvegia, e persino Brasile, che in tema di contrasto del virus vive una vera e propria disfatta in conseguenza di politiche dissennate del governo di Bolsonaro.

Un discorso a parte – sostanzialmente amaro – va fatto per l’Unione europea che nella vicenda si è segnalata almeno per una sostanziale ipocrisia, anche se va riconosciuta – a parte l’opacità dei contratti con le cosiddette Big Farma, le grandi aziende farmaceutiche multinazionali – l’importanza della scelta di gestire la “questione vaccini” a livello comunitario, altrimenti se la cosa fosse stata lasciata alla responsabilità degli Stati membri, i vaccini su ventotto Paesi sarebbero arrivati solo in cinque o sei. Un anno fa, l’Ue aveva definito i vaccini «bene pubblico mondiale», ma poi la Commissione si è guardata bene dall’agire di conseguenza.

A metà marzo il Parlamento europeo ha approvato un emendamento al rapporto sul Semestre europeo chiedendo di superare gli ostacoli posti dai brevetti e dai diritti di proprietà intellettuale. Peraltro, il voto a favore ha avuto esito tutt’altro che plebiscitario: 291 favorevoli, 195 contrari e 204 astenuti, a conferma che la maggioranza, al di là delle frasi di circostanza, sembra tutt’altro che favorevole a mettere in discussione i brevetti e a rendere a gestione pubblica la produzione dei vaccini. Per ora siamo alla ricerca di accordi intergovernativi, il cosiddetto Covax a favore dei Paesi poveri, a cui aderiscono ora anche gli Stati Uniti di Biden, che per fortuna in questo campo hanno cancellato le politiche di Trump, dissennate almeno quanto quelle di Bolsonaro.

Russia e Cina, da parte loro si muovono in proprio e, almeno per ora si muovono meglio perché vaccini ai Paesi poveri li stanno inviando.

In ogni caso quello che il Papa chiama “Internazionalismo dei vaccini”, sia determinato dall’uso degli strumenti internazionali, da accordi intergovernativi o persino da interessi di penetrazione diplomatica – né certo è compito del Papa indicare oltr ai principi e ai doveri di solidarità gli strumenti per attuarla – non è solo una scelta etica o di buona politica. Se anche Stati Uniti, Unione europea e tutti gli altri Paesi ricchi del blocco “pro brevetti” alla Wto completassero le vaccinazioni in casa loro senza farlo a livello globale, il virus continuerebbe a diffondersi e a mutare. E presto ce lo potremmo di trovare di nuovo in casa nostra. Altro che “riaperture”.

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