«Non si può pensare che l’economia abbia bisogno delle banche», intese come banche d’affari, perché farlo equivale a un «errato sistema economico che ha dimenticato l’uomo e la sua dignità».

Sono parole chiare nel monento in cui l’Italia entra nella cosiddetta fase 3 della pandemia del Covid-19. Sono parole chiare soprattutto perchè di banche, di finanziamenti e di economia si parla molto in questa fase e c’è una sensazione inquietante che la crisi non abbia insegnato poi molto. Sono insomma parole chiare in un’epoca in cui alla politica si richiederebbero parole chiave.   Perché  in questi tempi di incertezza – e per molti persino di non speranza nel futuro – c’è  necessità di discernere il bene dal male non solo nei  comportamenti personali, ma anche nell’analisi del contesto storico che attraversiamo e delle vicende che impongono alla nostra vita direzioni e condizioni spesso incontrollabili. C’è bisogno, cioè, di visione e di idealità, che è cosa diversa dalla degenerazione ideologica di qualunque segno.

Ma quelle parole, non sono della politica, almeno da qualche decennio. Le pronunciò quasi all’inizio del secolo un vescovo italiano, Mario Toso, all’epoca segretario (numero due) del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, un dicastero vaticano. A tanti sedicenti laici – in realtà anticlericali in ritardo sulla storia –  avrebbe fatto  bene ascoltarle. E magari uscire dallo schema di una presunta corrispondenza tra identità cattolica e collocazione politica tra i sedicenti moderati. Perché l’epidemia potrebbe essere l’ultima lezione per apprendere che  c’è bisogno di un riformismo autentico, di sistema e non solo di contingenza, un riformismo capace di essere radicale sulle basi della convivenza civile. E in questo i cattolici, quelli che prendono sul serioil Vangelo,  non sono meno determinati di tanti presunti  progressisti.

«Se non sono gratuiti   i sistemi economici e il bene comune diventano un male pubblico. Se c’è una cosa che caratterizza il sistema finanziario e monetario moderno è che è diventato una forma di capitalismo addirittura più retrivo di quello dell’800. In quel periodo, infatti, le persone erano cose, oggi, invece, sono addirittura ignorate». Anche queste sono parole del vescovo Toso, anche queste ignorate.  E ancora: «La crisi economica che stiamo vivendo  non è quella tempesta leggera e momentanea che ci si vuole proporre, ma appare senza fine e rimarrà tale, perché è soprattutto di tipo entropico. Occorre cessare la speculazione che si fa dell’uomo e della società e aprire le coscienze all’attuazione di sistemi finanziari che si basino sul concetto di democrazia». Erano parole profetiche, come dimostrò la crisi esplosa nel 2007 e pesantemente pagata con uno spaventoso regresso delle parti più deboli delle popolazioni di tutto il mondo.

Per opporsi a  finanza speculativa che non conosce confini, né teme più di tanto controlli a livello statale, occorre un salto di qualità  anche nel ripensare il tipo di sviluppo economico. per sceglierne uno adeguato a ridurre le situazioni di povertà e di disuguaglianza, che lo strapotere di una finanza incontrollata ha spaventosamente  aggravato.

L’uscita dalla crisi richiede  determinazione nel perseguire gli obiettivi, compreso quello di restituire alla politica il suo primato sull’economia e sulla finanza, per ricondurre queste ultime alle  loro reali funzioni, prima tra tutte quella sociale.

Sarebbe già un primo passo  separare  banche in senso proprio e società finanziarie speculative, riservando solo alle prime il sostegno pubblico, dietro obbligo di uscire dai sistemi di finanza tossica.

Se un compito ha dopo questa pandemia l’Unione europea  è  condizionare il sostegno pubblico alle banche a comportamenti virtuosi per sviluppare l’economia reale,  secondo principi di giustizia sociale e di solidarietà. Cioè di non consentire più che siano solo o principalmente il denaro, la cupidigia, il falso mito del mercato a determinare il destino dei popoli.

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