In questa Pasqua, che in gran parte del mondo arriva nel dolore e nell’incertezza provocate da un’epidemia più diffusa, anche se meno mortale di altre nel passato, la speranza sembra ritrarsi. Il pensiero sembra paralizzarsi nel fissare lo sguardo su un futuro dai contorni che nessuno riesce ancora a figurarsi del tutto, me che tutti intuiscono certamente diverso.
Eppure pensare bisogna, individualmente e nel confronto collettivo. Un confronto che riguarda gli schemi sociali, le scelte politiche, i modelli economici sostenibili con la cura della terra, casa comune dell’umanità, lo sviluppo che non può essere indiscriminato, i rapporti internazionali al tempo che si è chiamato della globalizzazione, che finora ha prodotto disuguaglianze immense, ha mondializzato lo strapotere di una finanza predatoria e incontrallata, ha aumentato l’attaco ai diritti umani fondamentali. Si, bisogna pensare. Non solo a risposte sanitarie antiepidemiche, ma una industrializzazione diversa nel rispetto della natura, con la priorità dei diritti e delle tutele del lavoro sugli interessi di produzione, con la rinuncia a pseudo bisogni indotti per moltiplicare in modo dissennato i consumi.
In quella che Papa Francesco chiama guerra mondiale a pezzi, questa epidemia ha portato non solo un nuovo nemico – più figlio di comportamenti umani di quanto non si voglia far credere – ma anche un avvertimento: oggi è la globalizzazione senza diritti e senza doveri la minaccia principale per l’intera umanità. Si pensi, anche nell’Occidente opulento, all’impreparazione dei sistemi sanitari, che hanno mostrato di non avere – o meglio di non avere più – strutture e risorse pubbliche adeguate. Ad aver trasformato un virus in una catastrofe mondiale ha contribuito lo smantellamento dei sistemi sanitari pubblici. La diffusa privatizzazione dell’assistenza sanitaria ha portato le autorità di troppi Paesi a ignorare gli avvertimenti dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Non è un caso se a meglio rispondere all’epidemia sono stati quelli, come la Corea del Sud e Taiwan, che quegli avvertimenti hanno recepito, adottando i protocolii già fissati dall’Oms al tempo della Sars.
Anche l’Italia, pur lodata dall’Oms per le risposte adottate, è un esempio di questa deriva privatistica. Basta citare la questione delle mascherine: se servono e si devono produrre devono essere gratuite per tutti, devono essere mutuabili, non affidate a speculazioni e accaparramenti.
E un’altro esempio evidente è stata l’impreparazione sotto questo aspetto del Paese più ricco del mondo, gli Stati Uniti d’America, dove la sanità è da sempre un affare privato e dove nei tre anni di presidenza di Trump sono stati in gran parte vanificati anche quei pur limitati correttivi ottenuti da Obama.
Così come l’Europa rischia di svuotarsi di significato, di perdere i suoi già tanto compromessi principi di unità e di solidarietà, con la riduzione dello Stato sociale e il cedimento a un liberismo che moltiplica gli egoismi e monetizza i bisogni, con la nuova venefica diffusione dei nazionalismi, persino con attacchi alla democrazia da parte di governi che intendono agire senza contrappesi e controlli, come è già accaduto in Ungheria e in Slovenia.
La dottrina sociale della Chiesa, il magistero in materia di cura dell’ambiente, la stessa scelta ecclesiale del primato del povero, ci aiutano a comprendere questi errori, nel presente e per il futuro, a pensare insieme, perchè nessuno si salva da solo, a dare spazio a quella speranza che è per tutti gli uomini ed è parte del significato della Pasqua.
Quest’anno, in particolare, assume un significato ancora più impellente l’invito della Chiesa a nuovi stili di vita: se è vero che questo virus ce li ha cambiati a forza, è vero anche che un ritorno a quelli vecchi significherebbe vanificare questa fatica e riconsegnarci al pericolo e alla sofferenza.
Questa epidemia ha ridotto le nostre case – per quelli che una casa hanno – a una sorta di nuove catacombe per comunità ristrettissime, a volte nel calore familiare, talora abitate in una solitudine che telefoni e computer non posso riempire del tutto. Ma le catacombe, oggi come agli albori del cristianesimo, sono dei rifugi necessari, ma non la condizione di una vita piena. Il credente sa che viene il tempo di uscirne. Il modo di essere nel mondo in quel tempo sta a noi sceglierlo.
A Sosta e Ripresa, il giornale fondato da Tommasa Alfieri, un aiuto in questa scelta è offerto dalla sua lezione, viva e attuale a vent’anni dal suo passaggio a Dio. Alla Familia Christi da lei fondata, decenni prima del Concilio Vaticano II, come associazione di un laicato cattolico cosciente, espressione del sacerdozio comune del popolo di Dio – e che purtroppo qualcuno ha pervertito in una sorta di setta vetero clericale di recente condannata dalla Chiesa – Tommasa Alfieri indicò un itinerario quaresimale che si concludeva con la Pasqua e con parole alle quali l’attualità di questa primavera aggiunge nuovo significato: “… tieni la gioia della resurrezione al di sopra di tutto, anche di quello che può affliggerti, che può farti soffrire… lascia cadere, oggi, se ce ne fossero, ogni motivo di amarezza, di tristezza; cerca di levarli ad altri. Fatti un dovere di far piacere, far sorridere, far sperare… la gioia che non si esprime e non si continua in carità non è vera…”.
Ed è con queste sue parole che Sosta e Ripresa rivolge ai lettori il suo augurio di santa e buona Pasqua.

Direttore Responsabile
Giornalista professionista, ha lasciato a fine febbraio del 2016, pochi giorni dopo il suo sessantesimo compleanno, L’Osservatore Romano, il giornale della Santa Sede, dove aveva svolto la sua professione negli ultimi trent’anni, occupandosi principalmente di politica internazionale, con particolare attenzione al Sud del mondo.
Ha incominciato la sua professione giornalistica nel 1973, diciassettenne, a L’Avanti, all’epoca quotidiano del Partito Socialista Italiano, con il Direttore Responsabile Franco Gerardi. Nello stesso periodo, fino al 1979, ha collaborato con la rivista Sipario e ha effettuato servizi per l’editrice di cinegiornali 7G.
Ha diretto negli anni 1979-1980 i programmi giornalistici di Radio Lazio, prima emittente radiofonica non pubblica a Roma, producendovi altresì i testi del programma di intrattenimento satirico Caramella.
Ha poi lavorato per l’agenzia di stampa ADISTA, collaborando contemporaneamente con giornali spagnoli e statunitensi.
Nel 1984 ha incominciato a lavorare per la stampa del Vaticano, prima alla Radio Vaticana, dove al lavoro propriamente giornalistico ha affiancato la realizzazione, con altri, di programmi di divulgazione culturale successivamente editi in volume.
All’inizio del 1986 è stato chiamato a L’Osservatore Romano, all’epoca diretto da Mario Agnes, dove si è occupato da prima di cronaca e politica romana e italiana. Successivamente è passato al servizio internazionale, come redattore, inviato e commentatore. La prima metà degli anni Novanta lo ha visto impegnato in prevalenza nel documentare i conflitti nei Balcani e negli anni successivi si è occupato soprattutto del Sud del mondo, in particolare dell’Africa, ma anche dell’America Latina.
Su L’Osservatore Romano ha firmato circa duemila articoli sull’edizione quotidiana e su quelle settimanali. Ha inoltre contribuito alla realizzazione di alcuni numeri de I quaderni de L’Osservatore Romano, collana editoriale sui principali temi di politica, di cultura e di dialogo internazionali.
Collabora con altre testate, cattoliche e non, e con programmi d’informazione radiofonica e televisiva.
È Direttore Responsabile, a titolo gratuito, della rivista Sosta e Ripresa.
Ha insegnato comunicazione e politica internazionale in scuole di giornalismo e ha tenuto master di secondo livello, come professore a contratto, in Università italiane. Ha tenuto corsi, seminari e conferenze in Italia e all’estero. Ha tenuto corsi sull’attività diplomatica della Santa Sede in istituti superiori di cultura in Italia.
È autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, diari di viaggio, testi teatrali. Sue opere sono riportate in antologie poetiche del Novecento.
È tra i fondatori dell’Associazione Amici di Padre Be’ e della Fondazione Padre Bellincampi ONLUS, che si occupano di assistenza all’infanzia, e dell’associazione L.A.W. Legal Aid Worldwide ONLUS, per la tutela giurisdizionale dei diritti dell’uomo. Ha partecipato a progetti sociali per la ricostruzione di Sarajevo. È stato promotore e sostenitore di un progetto di commercio equo e solidale realizzato in Argentina.
