Nella settimana che si conclude oggi, l’ultima dell’anno liturgico, abbiamo commentato ogni giorno una delle indicazioni che il Vangelo ci dà sul giudizio delle nostre vite. La liturgia della solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo ci presentata esplicitamente questo giudizio come quello di Dio. Tutti dobbiamo sapere che alla base c’è il comandamento dell’amore. Quelle affermazioni di Gesù –  ero affamato, assetato, nudo, straniero, malato, carcerato – la dottrina della Chiesa le traduce nelle opere di misericordia corporali. E ne aggiunge una settima che in quella pagina del Vangelo non c’è, cioè seppellire i morti. I motivi di questa decisione sono molteplici, primo tra tutti l’indicare alla comunità ecclesiale il rispetto e la pietà per le spoglie destinate alla resurrezione. E non è un caso che questa “aggiunta” sia arrivata in un’epoca nella quale trovare cadaveri abbandonati nelle strade o nelle campagne non era certo inusuale. I motivi per i quali in quell’elenco il Vangelo non aggiunge “Ero morto e mi avete, o non avete seppellito” (oltretutto lo stesso Gesù ha conosciuto la morte e il sepolcro) non sta certo a noi indagarlo. Ma una considerazione può esserci lecita ed è quella che ci spinge a far rientrare anche la settima opera di misericordia corporale in queste righe che abbiamo tracciato in questi e soprattutto a offrire ai nostri lettori anche questa settima, preziosa riflessione di Tommasa Alfieri, fondatrice di questo giornale che al suo pensiero e al suo magistero laicale si ispira. La morte non è la fine, quello della morte è il dies natalis, il giorno nel quale la nostra esperienza terrena nasce all’eternità.

Cimitero del Verano, Roma
Cimitero del Verano, Roma

Questa considerazione appare di pregnante evidenza proprio leggendo la pagina di Tommasa Alfieri che segue. Al tempo stesso, a distanza di decenni da quando fu scritta, quella riflessione si dimostra profetica su una società che sempre più sembra voler nascondere la morte, cancellarla dai pensieri, negarle rispetto, pietà e riflessione. O di contro paradossalmente la spettacolarizza in qualche funerale che lo “stile dell’usa e getta” oggi imperante impone a una cronaca sempre meno capace di tradursi in esperienza valoriale. Perché c’è una narrazione segnata da una perdita di senso inquietante sui mezzi di comunicazione e su internet che brucia in poche ore persino lo sdegno delle morti senza sepoltura, nei deserti dove trova fine e nel mare dove spesso s’inabissa la speranza di tanti infelici, brucia persino l’orrore alla scoperta di fosse comuni che raccontano cosa sono davvero l’odio e la guerra. Eppure anche quei corpi calcificati tra le sabbie, diventati nutrimento di pesci, o magari bruciati nei bombardamenti e nei forni crematori, sono destinati a risorgere.

 

SEPPELLIRE I MORTI

Una volta, un tempo, quest’opera di misericordia era in grande onore. Le “Compagnie della Buona Morte” erano composte da persone che, celate dal cappuccio, coprivano con l’anonimato la pietà con la quale rendevano ai defunti l’estremo servizio. Sotto quel cappuccio ardevano spesso cuori generosi, cuori nobilmente cristiani. La morte era un avvenimento che non passava inosservato, che investiva la comunità cittadina o paesana, che coinvolgeva vicini e lontani. Oggi tutto si è affrettato, si è confuso e sperduto nel traffico e nel rumore, si è schematizzato. Seppellire i morti fa parte di una “organizzazione” che “pensa e provvede a tutto”. Il servizio è diventato un commercio, anche se dignitoso. Così seppellire i morti è difficile; ma non è difficile rendere onore a chi è morto. Non è difficile sentire e sottolineare il maestoso mistero della morte quando ci passa accanto. Il breve corteo, spesso poche persone, spesso tante; fermarsi, rendere omaggio, pregare …. era uso corrente; un tempo: ora, nessuno si avvede. È una interruzione nel traffico come un’altra..

Tommasa Alfieri
Tommasa Alfieri

Invece non deve essere così. Fermarsi, pregare; mettere un atto di fede nella resurrezione in quella preghiera …. anche se nessuno vede e nessuno sa …. “Credo nella Resurrezione della carne …”. Seppellire i morti non è un’opera di misericordia puramente materiale …. è un’opera di fede e di amore, è un’opera di rispetto verso un corpo che ha ospitato un’anima …. e che ora attende. Indipendentemente dal gesto, quei sentimenti possono stare nel nostro cuore e possono arricchire il nostro fermarci quando incontriamo qualcuno che va… Quando poi la morte passa più vicino alla porta di casa …. seppellire i morti è partecipare a quei tanti servizi che i viventi rendono ai defunti, dei quali seppellire è solo l’ultimo. Tanti servizi: dolorosi, penosi, faticosi, tristi …. diretti ed indiretti. Esserci, servire; con la delicatezza infinita che merita il mistero di un trapasso tanto per chi parte quanto per chi resta: con la fede splendente che deve trapelare discretamente da ogni gesto e da ogni parola: con la generosità che sa scoprire i mezzi migliori ed i momenti adeguati per circondare di preghiera l’anima che è andata a Dio e di consolazione a chi è intorno. Gesù non ha seppellito Lazzaro, ma ha pianto su di lui …. poi lo ha richiamato alla vita.

(Uno sguardo che accarezza la memoria. Dagli scritti di Tommasa Alfieri. Ed Amici della Familia Christi 2010 Viterbo pagg 257-258).

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