Narrano le antiche cronache viterbesi che nel 1283 due contadini arando, dissotterrassero una cassa contenente un antico trittico, cuoio su legno, raffigurante una icona del santissimo Salvatore di stile bizantino. Le modalità del ritrovamento ne fecero un evento quasi miracoloso, ma certamente misterioso. Questo, unito al fascino dell’immagine, riferibile a quella del Laterano, alimentarono una fervidissima devozione popolare che resiste all’usura del tempo e dei secoli.
Da 740 anni l’immagine è venerata nella chiesa di Santa Maria Nuova, fulcro del caratteristico quartiere medievale meglio conservato di Viterbo. Da secoli si rinnova l’omaggio della comunità del quartiere che, rinnovando i tradizionali antichi Arti e Mestieri, indossando gli abiti tradizionali del XIII secolo, guidata dalla congregazione dei “Bifolchi” (gli scopritori), scorta per le strettoie del quartiere questo tesoro artistico e religioso, sistemato su di un carro trainato da due giganteschi buoi maremmani.
Come in passato guerre e pestilenze, anche con la pestilenza del coronavirus, per il secondo anno consecutivo questo omaggio popolare è stato impedito, ma la ricorrenza religiosa non è passata disattesa e si sono svolte una serie di iniziative culminate con la Messa solenne celebrata dal vescovo monsignore Lino Fumagalli, alla presenza delle massime autorità civili e militari di Viterbo.

Proprio nell’omelia don Lino ha voluto sottolineare il significato profondo della Fede che si esprime anche con le pratiche e le devozioni religiose, ma che va oltre la “religione” per vivere nel mondo contemporaneo la propria adesione al Salvatore. Dio è presente in mezzo alla gente come Salvatore per incontrarla col Suo amore. I fedeli sono l’icona vivente del Salvatore e con la solidarietà, con l’amore vissuto si fanno carico degli altri. La fede vissuta diventa solidarietà, storia d’amore attorno alla quale nasce la comunità.
Al termine il sindaco Giovanni Maria Arena ha voluto ricordare come il Comune abbia appoggiato la candidatura, promossa dal Comitato Storico, per il riconoscimento da parte dell’UNESCO, della processione del Ssmo Salvatore come Bene immateriale dell’umanità.
Foto di Mariella Zadro

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.

