C’è qualcosa di inquietante nella presenza sempre più pervasiva di tecnologie basate sulla cosiddetta Intelligenza artificiale. Si ha l’impressione di assistere al secondo atto di una rappresentazione teatrale, con il primo di narrazione favolistica e con l’incertezza se il terzo riveli che sia in scena non una commedia, ma una tragedia e, peggio, che non sia un testo di fantasia, ma di storia.
Il riferimento più o meno letterario non è improprio: la ricerca nel campo dell’intelligenza artificiale ha come radice originaria l’idea – o forse la ύβρις (si pronuncia iubris. In greco antico indica la superbia arrogante che spinge a sfidare gli dei) – di riprodurre il pensiero umano e creare macchine in grado di pensare. Questa idea da almeno un secolo si è ritrovata in un’imponente produzione prima di romanzi, poi di film e serie televisive.

Se ne può citare come precursore e forse massimo esponente Isaac Asimov, l’inventore di un ciclo di romanzi sui robot (dalla parola ceco robota che significa lavoro e che spiega bene qual è l’unico modo nel quale possono essere utili). Asimov li chiama positronici, trasformando un termine di fisica delle particelle nella definizione di un cervello meccanico pensante. All’inizio impone in tali cervelli tre “leggi” che non sono in grado di violare: un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno; un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla prima legge; un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la prima o con la seconda Legge. Poi il tema e la sua fantasia gli prendono la mano e nei suoi racconti cominciano i guai, dai robot difettosi a quelli che imparano ad affrancarsi da quelle leggi.
In parallelo lo scrittore dà vita a un altro ciclo di romanzi, cosiddetto della Fondazione, basato su una scienza in grado di disciplinare mutazioni genetiche che realizzino una sorta di superuomini in grado di controllare pensieri ed emozioni degli esseri umani.
Alla fine mischia i due cicli e ne viene fuori un super robot che s’inventa una legge 0 (zero) prioritaria sulle altre: un robot non può recare danno all’umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l’umanità riceva danno. Finisce con una guerra nucleare che lascia la Terra irrimediabilmente contaminata e con i superstiti che l’abbandonano per andare a colonizzare la galassia, in attesa che dalle altre si presentino nuovi nemici. Tanto il supereroe buono e i valorosi che gli si affiancano per risolvere le situazioni si trovano sempre, almeno in letteratura e filmografia.
Questa idea, questa concezione dei “puri”, degli “eletti” destinati a vincere (e quindi a governare) e del male inemendabile i cui adepti possono e devono essere solo distrutti attraversa e riempie molta letteratura (per esempio l’opera di Tolkien), molta favolistica (lupi cattivi, draghi feroci, streghe) e molta filmografia. E purtroppo ha ispirato concezioni politiche (nazismo e non solo) che quando si sono affermate hanno prodotto orrori inenarrabili.
L’argomento del quale trattiamo dovrebbe far riflettere su come siano diventate ancora più incisive questo tipo di narrazioni, tra film e videogiochi che abituano a considerare normali certe rappresentazioni e che possono indurre – magari senza intenzione, ma più probabilmente in modo consapevole da parte di chi ci lucra – a ritenere la guerra qualcosa di inevitabile in cui bisogna primeggiare. Qui entriamo nel campo della sociologia e del modo di orientare il consenso, ma il discorso si farebbe lungo e comunque non tale da esaurirsi in un articolo di giornale.
Ma si può già dire che l’uso dell’intelligenza artificiale in guerra smentisce la concezione, ripetuta acriticamente da molti, che la scienza sia neutrale. Sicuramente non lo sono le tecnologie che applicano i risultati della ricerca scientifica.
E se si riflette al fatto che tale ricerca è sempre più lasciata ai finanziamenti privati, cioè al potere del denaro concentrato nelle mani di pochissimi a danno delle necessita di miliardi di persone, si rivela essenziale il discernimento al quale il Papa ci sollecita ancora una volta con il suo messaggio per la prossima Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio. In questo ha un ruolo determinante l’informazione, il documentarsi per documentare che impronta il buon giornalismo, quello che non si adatta a piegarsi a interessi estranei alla ricerca della verità dei fatti. Questo senza volerne esaltare il ruolo, ma comunque ricordandone l’incidenza.
Foto tratte dal web

Direttore Responsabile
Giornalista professionista, ha lasciato a fine febbraio del 2016, pochi giorni dopo il suo sessantesimo compleanno, L’Osservatore Romano, il giornale della Santa Sede, dove aveva svolto la sua professione negli ultimi trent’anni, occupandosi principalmente di politica internazionale, con particolare attenzione al Sud del mondo.
Ha incominciato la sua professione giornalistica nel 1973, diciassettenne, a L’Avanti, all’epoca quotidiano del Partito Socialista Italiano, con il Direttore Responsabile Franco Gerardi. Nello stesso periodo, fino al 1979, ha collaborato con la rivista Sipario e ha effettuato servizi per l’editrice di cinegiornali 7G.
Ha diretto negli anni 1979-1980 i programmi giornalistici di Radio Lazio, prima emittente radiofonica non pubblica a Roma, producendovi altresì i testi del programma di intrattenimento satirico Caramella.
Ha poi lavorato per l’agenzia di stampa ADISTA, collaborando contemporaneamente con giornali spagnoli e statunitensi.
Nel 1984 ha incominciato a lavorare per la stampa del Vaticano, prima alla Radio Vaticana, dove al lavoro propriamente giornalistico ha affiancato la realizzazione, con altri, di programmi di divulgazione culturale successivamente editi in volume.
All’inizio del 1986 è stato chiamato a L’Osservatore Romano, all’epoca diretto da Mario Agnes, dove si è occupato da prima di cronaca e politica romana e italiana. Successivamente è passato al servizio internazionale, come redattore, inviato e commentatore. La prima metà degli anni Novanta lo ha visto impegnato in prevalenza nel documentare i conflitti nei Balcani e negli anni successivi si è occupato soprattutto del Sud del mondo, in particolare dell’Africa, ma anche dell’America Latina.
Su L’Osservatore Romano ha firmato circa duemila articoli sull’edizione quotidiana e su quelle settimanali. Ha inoltre contribuito alla realizzazione di alcuni numeri de I quaderni de L’Osservatore Romano, collana editoriale sui principali temi di politica, di cultura e di dialogo internazionali.
Collabora con altre testate, cattoliche e non, e con programmi d’informazione radiofonica e televisiva.
È Direttore Responsabile, a titolo gratuito, della rivista Sosta e Ripresa.
Ha insegnato comunicazione e politica internazionale in scuole di giornalismo e ha tenuto master di secondo livello, come professore a contratto, in Università italiane. Ha tenuto corsi, seminari e conferenze in Italia e all’estero. Ha tenuto corsi sull’attività diplomatica della Santa Sede in istituti superiori di cultura in Italia.
È autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, diari di viaggio, testi teatrali. Sue opere sono riportate in antologie poetiche del Novecento.
È tra i fondatori dell’Associazione Amici di Padre Be’ e della Fondazione Padre Bellincampi ONLUS, che si occupano di assistenza all’infanzia, e dell’associazione L.A.W. Legal Aid Worldwide ONLUS, per la tutela giurisdizionale dei diritti dell’uomo. Ha partecipato a progetti sociali per la ricostruzione di Sarajevo. È stato promotore e sostenitore di un progetto di commercio equo e solidale realizzato in Argentina.
