C’è sempre il rischio nello scrivere di una persona appena morta di “mettere il cappello” sulla sua vicenda, di appropriarsi, se un altro moralmente, della sua eredità, di attribuire
un’adesione della sua vita a principi e convinzioni che lo facciano apparire più vicino a quelli di chi ne scrive. E con Gino Strada, come lo conoscevano tutti anche se in realtà si chiamava Luigi, questo rischio corre anche il direttore di un giornale dichiaratamente
cattolico. Ma pure devo ai lettori la condivisione del primo pensiero che mi ha attraversato la mente all’apprendere la notizia della questa morte, ieri in Normandia. Ed è stato un
passo del Vangelo: “…. ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt. 25,45). Queste cose, il bene che si fa, il molto bene che Gino Strada ha riversato su quanti ha incontrato e soccorso nella sua vita, non
riguarda solo loro e lui, ci riguarda tutti.
Un giornalista è un testimone, racconta ciò su cui si è documentato. E il racconto sulla vita di Gino Strada è pieno di pagine di bene. Al lettore di Sosta e Ripresa non serve che io
sfogli ora quelle pagine, le può trovare in queste ore su ogni mezzo di comunicazione. Ma forse posso dare il contributo di un ricordo personale per spiegare (e spiegarmi) quel
pensiero che mi spinge, se non a “mettere il cappello” su Gino Strada, che non sarebbe né giusto né opportuno, a ritenere la sua vicenda in linea con quell’antropologia del bene che
ispira l’intera dottrina sociale della Chiesa. Perché non occorre professarsi cristiani e forse neppure esserlo perché la scelta del bene appaia evidente in una storia che un giornalista
racconta.

Gino Strada
Gino Strada

Incontrai per la prima volta Gino Strada quando presentò il libro “Pappagalli
verdi. Cronache di un chirurgo di guerra” (il titolo fa riferimento a una mina antiuomo di produzione sovietica, la PFM-1, usata nelle incursioni aeree con una struttura e un colore
che la somigliare appunto a quei volatili). Con un amico comune prendemmo un caffè insieme e parlammo un po’. Gli dissi che anche con libri come quello si fa del bene e che il saluto francescano (l’amico comune era un frate) insegna che pace e bene vanno insieme.
Rispose ripetendo quanto aveva scritto nel libro: «Quel che facciamo è forse meno di una gocciolina nell’oceano. Ma resto dell’idea che è meglio che ci sia, quella gocciolina, perché
se non ci fosse sarebbe peggio per tutti. Tutto qui». Ma poi aggiunse: «Non mi piace
essere chiamato pacifista, ma hai ragione tu, la pace è un cantiere».
In quel cantiere Gino Strada ha lavorato bene e tanto. Ricordiamocene.

Foto tratte dal web

Condividi