Il popolo dei credenti si è riappropriato dello spazio del sacro, a Viterbo e nella Tuscia così come in tutta l’Italia.
È accaduto ieri, 24 maggio, festa dell’Ascensione, ottanta giorni dopo quell’8 marzo, quando erano state proibite tutte le celebrazioni religiose “con concorso di popolo”, con una decisione governativa sofferta e da alcuni contestata, che aveva afflitto tutti i cattolici praticanti.
D’altronde l’emergenza dell’epidemia galoppante aveva richiesto misure forti e dolorose: in tutti i campi. Non erano mancate prese di posizione, polemiche sia da una minoritaria parte ecclesiale, sia da voci laiche che, più o meno strumentalmente, avevano parlato di limitazione delle libertà.
La posizione dell’autorità religiosa era stata comunque di una presa di coscienza di grande responsabilità. D’altronde che cosa si sarebbe detto se un focolaio di infezione fosse partito da una celebrazione eucaristica: apriti cielo! Ogni fedele temeva la sindrome dell’untore.
Si erano messi in pratica dei “sostituti” della Santa Messa, come la Messa domenicale trasmessa in diretta “on streaming”, dando così l’opportunità, orari permettendo, di seguire più di una celebrazione: quella del Parroco, quella del Vescovo e quella del Papa.

Non erano poi mancate le riflessioni evangeliche (di stampo consolatorio) tipo: il valore della preghiera individuale: “quando preghi chiuditi nella tua stanza ed il Padre tuo vede nel segreto…”, o: è la carità alla base del cristianesimo, sono le opere di misericordia il metro del giudizio.
Ma ieri, come detto, i credenti hanno potuto di nuovo accostarsi alla Mensa del Signore. Veramente questa riappropriazione andrebbe retrodatata al 18 di maggio, ma essendo un lunedì aveva avuto più il senso di una ipocrisia o di una beffa: quanti sono i fedeli che vanno a Messa nei giorni feriali?
Ma l’essenziale è che 80 giorni di digiuno, siamo di nuovo congregati attorno alla Mensa del Signore, con tutte le precauzioni del caso. Dal punto di vita civile possiamo essere orgogliosi della scrupolosa osservanza di tutte le disposizioni cautelative imposte dalla situazione epidemiologica ancora a rischio: niente assembramenti o movide. Il senso civico dei cristiani si conferma di una dimensione superiore.
Tuttavia è una dimensione ancora da realizzare nella sua interezza: la fede cristiana si nutre col cibo eucaristico che si consuma alla mensa comune. È il Corpo di Cristo che assimilandoci a Lui, ci fa un tutt’uno, ci fa Ecclesia.
Da questa appartenenza a un organismo intero discende tutta la nostra forza per una vita autenticamente cristiana nella carità e nella fratellanza. Anche gli eremiti e chi vive forme di vocazione claustrali hanno ben presente questa esigenza e consumano e offrono la propria vita, nell’ideale del Corpo Mistico.
Ecco: dopo 80 giorni di digiuno (il doppio di quello sopportato da Nostro Signore nel deserto) dobbiamo tornare a un regime alimentare più sostanzioso. Questo periodo di quarantena ci ha fatto constatare la fragilità del nostro sistema di vita, la superficialità di certe precedenze, di certe scelte. Speriamo che questo si trasformi in nuovi stili di vita, in seria ricerca di ciò che è essenziale e duraturo, del tesoro che non arrugginisce e non è roso dalla tignola.
Questa prima domenica di celebrazioni “con il popolo”, benchè partita con qualche esitazione e timidezza, sia lo stimolo per una ripresa della vita spirituale e l’inizio di un serio approfondimento della “bella notizia”.
Scriveva Tommasa Alfieri:
santificare la festa è viverla innanzitutto nell’incontro con il Signore: la Santa Messa, la riflessione sui testi sacri nella serena pace dell’anima, che è in tregua con le cose terrene e si può lasciare andare alle cose dello spirito:
è viverla nell’incontro con i nostri fratelli i più sofferenti, i più lontani, i più soli, in una apertura di carità apportatrice di gioia;
è viverla nell’incontro di amicizia, nello scambio di pensieri e di sentimenti luminosi e fortificanti;
è viverla come festa, nel canto dell’anima che non ha ombre, che non ha insoddisfazioni o angosce, che non ha niente che la spinga a stordirsi o ad alienarsi;
e può andarsene in letizia al riposo ed allo svago perché è festa, festa grande, ogni volta.
È il giorno nel quale il Signore ci ha chiamato a far festa con Lui.
Da “Uno sguardo che accarezza la memoria”, Ed. Amici della Familia Christi. Viterbo 2010

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.
