«Il mare mi porta un po’ lontano. Il pensiero a Istanbul, penso a Santa Sofia. Sono molto addolorato».
Così ieri Papa Francesco, dopo la preghiera dell’Angelus. Diciotto parole, pronunciate a braccio, con voce che celava a fatica la commozione. Non è certo la prima volta che un papa esprime una posizione chiara nel “dopo Angelus” (vengono chiamati così così nel “gergo” interno della stampa cattolica, in particolare a L’Osservatore Romano, quegli interventi dei pontefici sui principali fatti di attualità che seguono la preghiera domenicale di mezzogiorno dalla finestra dell’appartamento papale del palazzo apostolico vaticano che affaccia su piazza San Pietro).
Da quella finestra sono stati lanciati infiniti appelli per la pace, sono state annunciate iniziative diplomatomatiche, sono state delineate linee di Dottrina sociale della Chiesa.
Per i giornalisti quell’appuntamento è stato tante volte “la notizia”. Per popolazioni percosse e stremate da guerra, carestie, epidemie, catastrofi naturali sono state iniezioni di speranza, fiducia nella vicinanza del Papa e della Chiesa, nel sostegno nella sventura (mi creda il lettore: lo ho visto e lo so, come chiunque abbia trascorso la sua vicenda professionale tra le tragedie del mondo).
I fatti sono noti: il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, ha annunciato che Santa Sofia sarà riaperta al culto islamico dalla preghiera del venerdì del 24 luglio.
Santa Sofia è uno dei principali monumenti di Istanbul. La fece costruire l’imperatore Giustiniano. Dedicato alla Sophia (la sapienza di Dio), dal 537 al 1453 l’edificio fu cattedrale cattolica di rito greco e poi ortodossa e sede del Patriarcato di Costantinopoli, a eccezione di un breve periodo tra il 1204 e il 1261, quando fu convertito dai crociati a cattedrale cattolica di rito romano sotto l’impero latino di Costantinopoli. Divenne poi moschea ottomana il 29 maggio 1453 e tale rimase fino al 1931. Fu poi sconsacrata e il primo febbraio del 1935 divenne un museo, per volere di Kemal Ataturk, il fondatore della Turchia moderna, un museo.
L’Unesco l’ha inserita tra i siti patrimonio dell’umanità. Secondo Erdoğan, «Ataturk fece un errore molto grande». La decisione del presidente Turco, fatta avallare dal Consiglio di Stato, era nell’aria da tempo. Già due anni fa, il 31 marzo 2018, Erdoğan violò apertamente il divieto di ogni manifestazione religiosa nell’edificio andandovi a recitare il Corano, con dedica esplicita «a coloro che hanno contribuito a costruirla, ma in modo particolare a chi l’ha conquistata». Ora la decisione di rifarne una moschea e basta, atteggiandosi a sua volta a conquistatore e restauratore di un islam militante, in un senso – per questa come per ogni altra religione – abbondantemente condannato dalla storia, ma da una storia che sembra non imparare mai dai suoi errori.
Prima ancora dell’intervento di Papa Francesco, c’erano state reazioni preoccupate di altre voci del mondo cristiano. Secondo il patriarca ecumenico ortodosso di Costantinopoli Bartolomeo, Santa Sofia, è un centro di vita “nel quale si abbracciano Oriente e Occidente» e la sua riconversione in luogo di culto islamico «sarà causa di rottura tra questi due mondi» e nel XXI secolo «è assurdo e dannoso che Santa Sofia, da luogo che adesso permette ai due popoli di incontrarsi e ammirare la sua grandezza, possa di nuovo diventare motivo di contrapposizione e scontro».
Una posizione condivisa dalla Chiesa ortodossa russa, la maggiore per numero di fedeli. Il patriarca di Mosca, Kirill, ha accolto con “grande pena e dolore” la decisione del governo turno e in note dei responsabili del dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato si legge che si tratta di «un duro colpo per l’ortodossia mondiale» e soprattutto di «un evento che potrebbe avere serie conseguenze per l’intera civiltà umana».
Di «dolore e sgomento» parla anche il Consiglio mondiale delle chiese (Cec) (che riunisce 350 Chiese in 110 Paesi, con mezzo miliardo di fedeli) in una lettera a Erdoğan del segretario Ioan Sauca. «Decidendo di riconvertire la basilica di Santa Sofia in una moschea, si inverte quel segno positivo dell’apertura della Turchia, in un segno di esclusione e divisione”, scrive Sauca, aggiungendo che purtroppo la decisione in Turchia è stata presa senza preavviso o discussione con l’Unesco in merito all’impatto della decisione sul valore universale di Santa Sofia e ammonendo che trasformare un luogo emblematico come Santa Sofia da un museo in una moschea «inevitabilmente creerà incertezze, sospetti e sfiducia, minando tutti i nostri sforzi per riunire persone di fedi diverse al tavolo del dialogo e della cooperazione».
Era tante cose questa domenica 12 luglio appena trascorsa. Tra le altre era il venticinquesimo anniversario dell’orrore di Srebrenica, la cittadina bosniaca dove si consumò la strage più feroce in Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale, ed era la giornata la giornata internazionale del mare. Due aspetti che sembrerebbero sconnessi, due temi che riempievano i miei pensieri e dei quali avrei voluto parlare ai lettori di questa piccola testata, sui quali cercavo un filo u conduttore. Me lo ha offerto Papa Francesco: «Il mare mi porta lontano…» ha detto, dopo aver rivolto «un affettuoso saluto a tutti coloro che lavorano sul mare, specialmente quelli che sono lontani dai loro cari e dal loro Paese».
C’è un’ancora nello stemma dell’Apostolato del mare. L’ancora, uno dei più antichi segni cristologici, una delle più antiche icone della Croce salvifica, è un simbolo forte di speranza. L’importanza di un simbolo va sottolineata e indagata. Non a caso, i marinai non usano l’espressione tanto spesso erroneamente ripetuta “gettare l’ancora”, ma la più corretta «dare fondo all’ancora».
Dare fondo alla speranza, agganciare la vicenda di vita a una tenuta che difenda dallo squasso dei marosi o dal rischio di una deriva senza meta, ma non senza pericolo, è una lezione e un’esperienza che ben conosce chiunque vada per mare, per lavoro, per necessità, per desiderio e diletto. Per tutti, ma più ancora per i cristiani, l’ancora è una certezza in più, un presidio contro la disperazione, un sostegno alla perseveranza. E si potrebbe aggiungere che una barca alla fonda volge naturalmente la prua alla direzione del vento e, quindi, consente di ridare vela con meno fatica e di riprendere meglio la navigazione. Una navigazione lungo rotte di pace, perché non si ripetano orrori come Srebrenica, perché le religioni, il cristianesimo come l’islam, come l’ebraismo, come ogni modo in cui l’uomo pensa Dio, non siano pervertite i strumenti d’odio e conflitto. Perché l’arroganza unana non restituisca a uno scontro inaccettabile il nome di un luogo, la santa Sapienza, che è nome di pace.

Direttore Responsabile
Giornalista professionista, ha lasciato a fine febbraio del 2016, pochi giorni dopo il suo sessantesimo compleanno, L’Osservatore Romano, il giornale della Santa Sede, dove aveva svolto la sua professione negli ultimi trent’anni, occupandosi principalmente di politica internazionale, con particolare attenzione al Sud del mondo.
Ha incominciato la sua professione giornalistica nel 1973, diciassettenne, a L’Avanti, all’epoca quotidiano del Partito Socialista Italiano, con il Direttore Responsabile Franco Gerardi. Nello stesso periodo, fino al 1979, ha collaborato con la rivista Sipario e ha effettuato servizi per l’editrice di cinegiornali 7G.
Ha diretto negli anni 1979-1980 i programmi giornalistici di Radio Lazio, prima emittente radiofonica non pubblica a Roma, producendovi altresì i testi del programma di intrattenimento satirico Caramella.
Ha poi lavorato per l’agenzia di stampa ADISTA, collaborando contemporaneamente con giornali spagnoli e statunitensi.
Nel 1984 ha incominciato a lavorare per la stampa del Vaticano, prima alla Radio Vaticana, dove al lavoro propriamente giornalistico ha affiancato la realizzazione, con altri, di programmi di divulgazione culturale successivamente editi in volume.
All’inizio del 1986 è stato chiamato a L’Osservatore Romano, all’epoca diretto da Mario Agnes, dove si è occupato da prima di cronaca e politica romana e italiana. Successivamente è passato al servizio internazionale, come redattore, inviato e commentatore. La prima metà degli anni Novanta lo ha visto impegnato in prevalenza nel documentare i conflitti nei Balcani e negli anni successivi si è occupato soprattutto del Sud del mondo, in particolare dell’Africa, ma anche dell’America Latina.
Su L’Osservatore Romano ha firmato circa duemila articoli sull’edizione quotidiana e su quelle settimanali. Ha inoltre contribuito alla realizzazione di alcuni numeri de I quaderni de L’Osservatore Romano, collana editoriale sui principali temi di politica, di cultura e di dialogo internazionali.
Collabora con altre testate, cattoliche e non, e con programmi d’informazione radiofonica e televisiva.
È Direttore Responsabile, a titolo gratuito, della rivista Sosta e Ripresa.
Ha insegnato comunicazione e politica internazionale in scuole di giornalismo e ha tenuto master di secondo livello, come professore a contratto, in Università italiane. Ha tenuto corsi, seminari e conferenze in Italia e all’estero. Ha tenuto corsi sull’attività diplomatica della Santa Sede in istituti superiori di cultura in Italia.
È autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, diari di viaggio, testi teatrali. Sue opere sono riportate in antologie poetiche del Novecento.
È tra i fondatori dell’Associazione Amici di Padre Be’ e della Fondazione Padre Bellincampi ONLUS, che si occupano di assistenza all’infanzia, e dell’associazione L.A.W. Legal Aid Worldwide ONLUS, per la tutela giurisdizionale dei diritti dell’uomo. Ha partecipato a progetti sociali per la ricostruzione di Sarajevo. È stato promotore e sostenitore di un progetto di commercio equo e solidale realizzato in Argentina.
