Si diceva una volta che non sono le armi a uccidere, ma chi le usa. Si diceva una volta che la forza militare è necessaria non solo in chiave deterrente (il detto latino “si vis pacem para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra) ma anche come strumento per fare giustizia ove necessario. Si diceva una volta che la storia è maestra di vita. Una volta si dicevano tante stupidaggini e si continuano a dire, come dimostra l’attuale situazione delle missioni militari internazionali. Alcune, come quella in Afghanistan, per fare solo l’esempio più recente ed eclatante, concluse ingloriosamente – e in modo drammatico per quel popolo – proprio quest’anno. Altre ulteriormente prorogate e maggiormente finanziate nonostante l’uso almeno inquietante di tali finanziamenti, come è in questo caso illuminante quella in atto in Libia.
Il ritiro dall’Afghanistan delle forze militari straniere guidate dagli Stati Uniti che si sta completando tra una scia di violenze, fino alla terribile strage all’aeroporto di Kabul questa settimana, suggerisce chiavi di lettura diverse e spesso tra loro contraddittorie, sulla più vasta questione dell’uso degli interventi armati internazionali nelle situazioni di crisi o di conflitto, soprattutto quelle non sotto bandiera dell’Onu. Ma certo è la lettura di fallimento. Dopo vent’anni di combattimenti, modifiche di obiettivi e strategie, dichiarazioni di presunti successi e prese d’atto di evidenti fallimenti, l’Afghanistan torna di fatto nelle mani di quei Talebani che condivisero con gli iracheni nel 2001 la falsa attribuzione di responsabilità per quanto accaduto appunto l’11 settembre.
Nonostante le dichiarazioni di sostegno diplomatico ed economico a un difficile tentativo di riconciliazione nazionale afghana moltiplicate in questi mesi a Washington e nelle altre capitali dei Paesi della Nato, compresa Roma, la verità è che Biden ha deciso di prendere atto appunto di una sconfitta pur di porre fine a una guerra che i suoi connazionali non vogliono più combattere, anche al prezzo di un collasso definitivo delle fragili istituzioni afghane che si è cercato invano di consolidare in questo ventennio. Ed è purtroppo facile la previsione dell’avvio di una nuova fase della guerra civile che si trascina, con via via protagonisti diversi, da mezzo secolo in Afghanistan, alimentata dagli interessi nel narcotraffico.
Interessi poco confessabili, ma difficilmente contestabili, incidono pesantemente anche sul resto delle missioni militari internazionali, queste invece confermate e prorogate, in atto nel mondo. È il caso anche di alcune di quelle che coinvolgono l’Italia. Profonda e condivisibile preoccupazione in merito ha espresso l’Associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidarietà internazionale (Aoi) analizzando il decreto di proroga. “La sensazione –secondo l’Aoi – è che il Governo Italiano, qualsiasi sia la sua composizione, vada avanti perseguendo le solite direttrici strategiche, in alcuni casi anche aumentando il suo impegno e in altri casi senza tenere sufficientemente conto degli impatti che tali strategie hanno prodotto”.
Gli esempi più evidenti riguardano il settore del Mediterraneo cosiddetto allargato, “dove le missioni navali, quelle in Libia e quelle del Sahel sembrano rispondere in buona parte a obiettivi di contenimento dei flussi migratori, afferma l’Aoi, sottolineando che. “… pur sapendo come l’equilibrio tra sicurezza e sviluppo sia complicato da trovare, c’è bisogno di un approccio nazionale ed europeo che abbia al centro la pace e la protezione capace di dare maggior risalto ai veri fattori di conflitto nella regione come la governance e l’amministrazione opaca della cosa pubblica, le disuguaglianze persistenti e la violazione dei diritti umani”. Questo vale per i paesi del Sahel, la cui missione internazionale Takuba a guida francese ha visto triplicare i fondi italiani dai 15,6 milioni del 2020 ai 49 di quest’anno, vale per quella bilaterale col Niger, “ma anche e soprattutto per la Libia”.
In estrema sintesi, dalla firma dell’Accordo Italia-Libia del 2017, i governi di Roma (all’epoca era quello guidato da Gentiloni e i successivi, i due di Conte e quello attuale di Draghi non hanno cambiato minimamente strategia) hanno pagato perché la Libia impedisse le partenze di profughi e migranti, soprattutto con il finanziamento della cosiddetta Guardia costiera libica, il che favorisce e perpetua da cinque anni sistematici abusi e violazioni dei diritti umani. Tale forza navale addestrata e finanziata dall’Italia, infatti, quando non affonda direttamente i barconi e non spara contro le poche residue navi impegnate a prestare loro soccorso, risbatte quegli infelici nei campi di concentramento. Sempre nel Mediterraneo significativi aumenti di fondi hanno avuto le missioni navali Mare Sicuro e Irini, rispettivamente di 15 e di 17 milioni. In totale per il 2021 fanno 150 milioni. È vero che 127 milioni sono stati destinati anche alle missioni umanitarie, quelle dell’Onu e di altre organizzazioni umanitarie multilaterali, ma di finanziamento e di coinvolgimento delle organizzazioni della società civile nei Paesi interessati non si parla proprio, negando la valorizzazione strategica della loro conoscenza delle realtà locali.
Tornando alle affermazioni contestate all’inizio, c’è da dire che se la storia è maestra di vita, da almeno un trentennio – per stare solo ad avvenimenti dei quali hanno memoria personale e diretta chi scrive e gran parte di chi legge queste righe – ha avuto quasi esclusivamente pessimi allievi. Pochi, quasi nessuno tra i potenti, hanno imparato a pensare “si vis pacem para pacem” (se vuoi la pace prepara la pace). E nessun richiamo alla giustizia, magari vestito con l’abito di una necessità di combattere il terrorismo, ha davvero legittimato in moltissimi casi l’uso delle armi. I terroristi non si sconfiggono a cannonate, si combattono e si vincono inaridendo le acque nelle quali nuotano, povertà, discriminazione, fanatismo, odio per lo straniero e razzismo, persino uso distorto e pseudoreligioso di una qualunque appartenenza confessionale per cementare e indirizzare fragili identità.
Non c’è missionario, non c’è operatore umanitario (quelli veri) che non sottoscriverebbe simili affermazioni. Per non parlare di quanti sanno bene e denunciano che le armi si producono per guadagnarci, più o meno alla luce del sole, come Papa Francesco: “L’ira di Dio si scatenerà contro i responsabili dei Paesi che parlano di pace e vendono le armi per fare queste guerre. Questa ipocrisia è un peccato” (Discorso del 10 giugno 2019 al Roaco, organismo di aiuto alle comunità cristiane orientali). Citare la miriade di simili interventi del pontefice è impossibile nello spazio di un articolo, ma se i lettori hanno modo di usare internet e scrivono “Papa Francesco armi” su un qualunque motore di ricerca ne trovano quanti ne vogliono.
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Direttore Responsabile
Giornalista professionista, ha lasciato a fine febbraio del 2016, pochi giorni dopo il suo sessantesimo compleanno, L’Osservatore Romano, il giornale della Santa Sede, dove aveva svolto la sua professione negli ultimi trent’anni, occupandosi principalmente di politica internazionale, con particolare attenzione al Sud del mondo.
Ha incominciato la sua professione giornalistica nel 1973, diciassettenne, a L’Avanti, all’epoca quotidiano del Partito Socialista Italiano, con il Direttore Responsabile Franco Gerardi. Nello stesso periodo, fino al 1979, ha collaborato con la rivista Sipario e ha effettuato servizi per l’editrice di cinegiornali 7G.
Ha diretto negli anni 1979-1980 i programmi giornalistici di Radio Lazio, prima emittente radiofonica non pubblica a Roma, producendovi altresì i testi del programma di intrattenimento satirico Caramella.
Ha poi lavorato per l’agenzia di stampa ADISTA, collaborando contemporaneamente con giornali spagnoli e statunitensi.
Nel 1984 ha incominciato a lavorare per la stampa del Vaticano, prima alla Radio Vaticana, dove al lavoro propriamente giornalistico ha affiancato la realizzazione, con altri, di programmi di divulgazione culturale successivamente editi in volume.
All’inizio del 1986 è stato chiamato a L’Osservatore Romano, all’epoca diretto da Mario Agnes, dove si è occupato da prima di cronaca e politica romana e italiana. Successivamente è passato al servizio internazionale, come redattore, inviato e commentatore. La prima metà degli anni Novanta lo ha visto impegnato in prevalenza nel documentare i conflitti nei Balcani e negli anni successivi si è occupato soprattutto del Sud del mondo, in particolare dell’Africa, ma anche dell’America Latina.
Su L’Osservatore Romano ha firmato circa duemila articoli sull’edizione quotidiana e su quelle settimanali. Ha inoltre contribuito alla realizzazione di alcuni numeri de I quaderni de L’Osservatore Romano, collana editoriale sui principali temi di politica, di cultura e di dialogo internazionali.
Collabora con altre testate, cattoliche e non, e con programmi d’informazione radiofonica e televisiva.
È Direttore Responsabile, a titolo gratuito, della rivista Sosta e Ripresa.
Ha insegnato comunicazione e politica internazionale in scuole di giornalismo e ha tenuto master di secondo livello, come professore a contratto, in Università italiane. Ha tenuto corsi, seminari e conferenze in Italia e all’estero. Ha tenuto corsi sull’attività diplomatica della Santa Sede in istituti superiori di cultura in Italia.
È autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, diari di viaggio, testi teatrali. Sue opere sono riportate in antologie poetiche del Novecento.
È tra i fondatori dell’Associazione Amici di Padre Be’ e della Fondazione Padre Bellincampi ONLUS, che si occupano di assistenza all’infanzia, e dell’associazione L.A.W. Legal Aid Worldwide ONLUS, per la tutela giurisdizionale dei diritti dell’uomo. Ha partecipato a progetti sociali per la ricostruzione di Sarajevo. È stato promotore e sostenitore di un progetto di commercio equo e solidale realizzato in Argentina.
