Può l’esperienza dei facchini della Macchina di Santa Rosa aiutare a comprendere meglio un insegnamento di Gesù espresso in parabole? Sì, può. Chi ha praticato e seguito fin dall’infanzia l’insegnamento cristiano si è abituato a sentire alcune parabole che vengono spiegate ed accettate secondo una logica umana che le appiattisce e le impoverisce; si potrebbe dire che contraddice il messaggio del Cristo Gesù. Tempo fa, la Chiesa proponeva alla riflessione dei fedeli la parabola dei vendemmiatori: assunti a diverse ore della giornata e pagati allo stesso modo.
Forse i nostri legislatori sul lavoro (e sulle pensioni) e persino i nostri sindacati avrebbero qualche osservazione da fare, sebbene la parabola presenti il “padrone” come giusto perché ad ognuno ha dato quanto pattuito direttamente: un denaro per quelli che hanno lavorato tutto il giorno, un denaro per quelli che hanno lavorato l’ultima ora al calar del giorno: giusto. Giusto dal punto di vista contrattuale, però con l’operaio dell’ultima ora il padrone è stato giusto ed anche generoso, buono; non è stato altrettanto buono con quello della prima ora.
Seguendo questa logica umana l’immagine di Dio onnipotente, rappresentato dal padrone della vigna, sembra contraddittoria: Dio non è Carità, Bontà infinita? Anzi finisce pure per essere brusco con il contestatore rinfacciandogli il sentimento di invidia. Ma la logica di Dio non segue quella umana: “i miei pensieri non sono i vostri pensieri” (Isaia 55-8).
Per aiutare il pensiero a volare alto ecco il “complesso” del facchino della Macchina di Santa Rosa. Questa manifestazione che si svolge il 3 settembre di ogni anno, a Viterbo, che consiste nel trasporto di una struttura gigantesca, manifestazione che è stata dichiarata dall’Unesco “Patrimonio immateriale dell’umanità” non ha bisogno di essere descritta. Interessa invece la dichiarazione di uno dei “facchini” impegnato in una delle posizioni più impegnative del trasporto, intervistato, esausto, al termine della sua fatica. Alla domanda di come si arriva a raggiungere il ruolo più impegnativo (e pericoloso) della manifestazione il facchino ha descritto tutta la trafila necessaria. Si parte dallo spostamento delle transenne e dei cavalletti, per passare poi alle funi e via via alle stanghe aggiuntive, poi nel sopportare il peso come “spallette” laterali ed infine la posizione di “ciuffo” proprio sotto il peso maggiore per tutto il trasporto. E lui, ormai “ciuffo” esperto ad ogni “promozione”, più era faticosa la posizione più si sentiva gratificato. Il suo volto raggiante e affaticato ne era la dimostrazione vivente: il suo guadagno era la fatica, maggiore la fatica maggiore il guadagno.
Alla luce di questo “complesso del facchino” il maggior guadagno del vendemmiatore della prima ora non è quel denaro pattuito, ma il lavoro eseguito, la quantità di uva raccolta, l’aver realizzato qualcosa di grande, l’aver faticato più a lungo nella vigna del Signore. Al vendemmiatore che ha la grazia di entrare in questa ottica, il padrone non dirà più: “Invidioso, vattene”, ma dirà invece: “Vieni a condividere la gioia del tuo padrone” (Mt 25:23).
Foto di Gianluca Belei

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.
