Di Agostino Marchetto


Nota del direttore responsabile: il titolo che ho messo allo scritto che vi accingete a leggere è quello della e-mail con la quale l’arcivescovo Agostino Marchetto lo ha inviato a me tra altri destinatari e che ho scelto di condividere con i lettori, certo da tempo del consenso a ciò datomi dall’autore, che ha la bontà di annoverarmi tra i suoi amici (p.n.).
Per dare con voi il benvenuto al mio nuovo libro “Ancora sul Vaticano II. Studi storici ed ermeneutici in tempo di lockdown” (Marcianum-Edizioni Studium) desidero riprendere qui
l’inizio di un suo breve capitolo, di cui all’oggetto di questa mail.

Il primo giugno 2012, al Teatro della Scala, alla fine di un concerto in suo onore, durante il quale fu eseguita la IX Sinfonia di Beethoven, Benedetto XVI disse:
“La gestazione della Nona Sinfonia fu lunga e complessa, ma fin dalle celebri prime sedici battute del primo movimento, si crea un clima di attesa di qualcosa di grandioso e l’attesa
non è delusa. Beethoven, pur seguendo sostanzialmente le forme e il linguaggio
tradizionale della Sinfonia classica, fa percepire qualcosa di nuovo già dall’ampiezza senza precedenti di tutti i movimenti dell’opera, che si conferma con la parte finale introdotta da una terribile dissonanza, dalla quale si stacca il recitativo con le famose
parole «O amici, non questi toni, intoniamone altri di più attraenti e gioiosi», parole che, in
un certo senso, «voltano pagina» e introducono il tema principale dell’Inno alla Gioia.
È una visione ideale di umanità quella che Beethoven disegna con la sua musica: «la gioia attiva nella fratellanza e nel amore reciproco, sotto lo sguardo paterno di Dio» (Luigi Della
Croce), […] è la gioia della fraterna convivenza dei popoli, della vittoria sul egoismo, ed è il desiderio che il cammino dell’umanità sia segnato dal amore, quasi un invito che rivolge
a tutti, al di là di ogni barriera e convinzione. Non questi toni. [Quali?] Non abbiamo bisogno, carissimi, di un discorso irreale di un Dio lontano e di una fratellanza non
impegnativa. Siamo in cerca del Dio vicino. Cerchiamo una fraternità che, in mezzo alle sofferenze, [tutte le sofferenze, dalle guerre alla pandemia, al disgregarsi delle famiglie,
agli attacchi contro la vita, dal suo concepimento al suo fine naturale, alla fame e alle schiavitù, alla mancanza di libertà religiosa], una fraternità che sostiene l’altro, e così aiuta
ad andare avanti, del Dio che si è messo nelle nostre sofferenze e continua a farlo.

Del Dio che soffre con noi e per noi e così ha reso gli uomini e le donne capaci di condividere
la sofferenza dell’altro e di trasformarla in amore”.
Ecco il mistero pasquale, carissimi.
Proprio sulla croce (Pasqua di Passione) avviene qualcosa di unico nell’ esistenza divina ed umana del Figlio. Qualcosa che rivela la Sua grandezza di fede nel Padre e la profondità dell’amore di Dio per noi. Poco prima di donare la propria Madre e di consegnare lo Spirito, giunto al massimo della Sua sofferenza corporale e spirituale, il Figlio ha dovuto porre in essere la propria fedeltà al Padre e riaffermare la stabilità del
proprio amore per Lui, passando, paradossalmente, per l’esperienza angosciosa dell’abbandono. In questa esperienza “vera” Cristo ha dovuto vivere l’apice della sua prova. “Chi soffre l’angoscia dell’abbandono è lo stesso Figlio unigenito” – come ribadisce
Emmanuele Rotundo, che ci accompagna in queste riflessioni, nel suo “Umanesimo
Cristologico” a partire dalla Divina Commedia. Proprio in quanto Figlio di Dio, infatti, l’esperienza dell’uomo giusto crocifisso risulta il banco di prova più alto della fedeltà al Padre. Nell’accettazione libera del profondo e totale svuotamento del proprio essere,
dunque, Cristo in quanto uomo pone un atto di fede, carità e speranza che non è possibile immaginarne di più alti. Così tutto “è compiuto!” (Gv. 19,30) e la sua persona vienebriconosciuta nella sua piena verità divina: “Davvero costui era Figlio di Dio!” (Mt. 27, 54).

Così “pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 5, 8-9). Più vicini di così! direi, per tornare al nostro tema, ricordando la formula dogmatica del Costantinopolitano II (Concilio del 553), che raccolse l’adagio di alcuni monaci sciti: “Unus de Trinitate passus
est”. Commenta Rotundo: “Ciò che più si è voluto mettere in risalto con questa
espressione è che è proprio la seconda persona della divina Trinità ad essersi fatto uomo e a subire la morte in croce. Chi s’incarna e diviene vero uomo è quella stessa persona del
Figlio che in divinitate vive, secondo la propria relazione personale, il dinamismo intratrinitario.”
Nella risurrezione, infatti, (Pasqua di Risurrezione) avviene qualcosa di sconvolgente, paradossale, oltre ogni pensiero o previsione filosofica. La Persona di Cristo, in quanto
archetipo di ogni persona umana, fonte di essere e sussistenza di ogni creatura, “Capo” dell’universo, divinamente costituito come tale sin dal “prima” della creazione, in forza della spiritualizzazione del suo corpo diviene personalmente “comunicabile” ad ogni persona umana che per libera volontà, in virtù dell’opera dello Spirito Santo, decide di lasciarsi unire a Lui per divenire, in Lui e nel suo corpo, uno con il Padre, come scriveva
quasi un millennio fa Ugo di S. Vittore. Ed eccoci così attirati tutti a Lui, come aveva annunciato: “E quando io sarò innalzato da terra attrarrò tutti a me” (Gv 12, 32).

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