Gesù crocifisso, Ph Laura ciulli

Abbiamo tutti vissuto, per il secondo anno consecutivo, una quaresima
difficile. Da oltre un anno fatica e solitudine segnano le nostre vite. Tuttavia, questa fatica personale e questa solitudine sociale hanno avuto e hanno in sé, come ogni crisi, un’opportunità importante: quella di una riflessione, di una consolazione, di una speranza che la preghiera, la fiducia nella promessa del
Signore “Ecco io sono con voi ogni giorno “no alla fine del mondo” (Mt 28, 20)
tramutano in certezza. Ogni giorno, non solo in quello della resurrezione alla
quale siamo tutti destinati.
La quaresima è quel periodo liturgico che la Chiesa riconduce al ritiro nel
deserto di Gesù prima di incominciare la Sua vita pubblica.

Sosta e Ripresa ha scelto di offrire ai suoi lettori la possibilità di essere accompagnati in questo tempo, giorno dopo giorno, dalla lezione, severa e serena a un tempo, della sua fondatrice, Tommasa Alfieri.

Mario Mancini, Pierluigi Natalia, Laura Ciulli
Mario Mancini, Pierluigi Natalia, Laura Ciulli

Ora la direzione del giornale – Pierluigi Natalia, direttore responsabile, Mario Mancini, direttore editoriale, Laura Ciulli, vicedirettore – vuole aggiungere, sull’esempio della fondatrice, una riflessione e un impegno personale e comunitario nelle tappe della Via Crucis, nella passione di Cristo che ripropone le tentazioni del deserto.
Come Gesù anche noi non possiamo evitare la croce. Come a Lui, anche a
noi si ripropongono le tentazioni già sperimentate tante volte. Questa
quaresima, più di tante altre si configurata come una sorta di ritiro. Andare in ritiro è o almeno dovrebbe essere un modo per riconoscerle, per sapere che sono soprattutto il modo di toglierci la coscienza di cosa conta davvero.

La Pietà, pH Laura Ciulli

Perché un ritiro “figura il deserto, quell’esperienza di deserto che è essenzialità e non solitudine.
La liturgia della Domenica delle Palme ha il suo centro nella Passione del
Signore. Anche la Via Crucis è un modo per ricordarlo, per vivere meglio il
tempo della Pasqua di resurrezione. Le fronde, di palma o di olivo come si usa
da noi, non sono una sorta di portafortuna o di talismano: sono un omaggio alla regalità di Gesù. Ma questa regalità si manifesta in modo sconcertante sulla croce. Quella di Cristo è una regalità che rinuncia a schemi di potenza umana, che indica per quali strade umanamente illogiche passi la gloria, che diventa misura di confronto e di veri”ca nel servizio dei fratelli. Proprio in questo misterioso scandalo di umiliazione, di sofferenza, di abbandono totale si compie il disegno salvifico di Dio. Cerchiamo, dunque, di volgere l’attenzione a questa centralità della croce.
Eppure non dobbiamo nasconderci che nell’impatto con la croce la fede
vacilla. Se il patibolo prima schiaccia e poi uccide il Giusto per eccellenza,
allora la vicenda umana sembra dar ragione alla potenza dell’ingiustizia, della violenza e della malvagità. Tutti noi siamo investiti dalla domanda inquietante sul cumulo insopportabile di dolore che investe tutti i crocifissi della storia.
Dove sono la perfezione, l’onnipotenza, la giustizia di Dio se non interviene in
certe situazioni intollerabili?
Non abbiamo risposte da darvi né insegnamenti da proporvi. Da fratelli
tra fratelli, senza una specifica missione ministeriale, possiamo solo
condividere con voi la coscienza che sulla croce muoiono tutte le false
immagini di Dio che la mente umana ha partorito e che continuiamo, forse
inconsciamente, ad alimentare. Lo facciamo pregando non sulle quattordici stazioni della Via Crucis così come tramandate dalla pietà popolare, ma su quelle di uso più recente, volute in particolare da Giovanni Paolo II, con filo condutture il Vangelo, soprattutto quello di Marco, ma anche con due passi di Luca e uno di Giovanni.

Perché il Vangelo è il vocabolario che possiamo usare per distinguere la
differenza tra religiosità e fede che la Pasqua esprime. Religiosità è quanto si
concentra nell’apparenza e la giusti”ca. Spesso in modo positivo, ma talora
come in una festa priva di sostanza, della quale misuriamo il godimento, ma
non indaghiamo il senso. La religiosità è fatta di liturgie non meditate, che
spesso debordano in trionfalismo o, peggio, tracimano in fondamentalismo. La religiosità ci porta sia ad osannare l’entrata di Cristo sia a disconoscerlo. Perché non entra mai nel mistero pasquale.
Per farlo occorre la fede. Per seguire Cristo nella solitudine del
Getsèmani, bagnata di sudore di sangue, nel processo fatto al debole, nella
tortura, nel disprezzo, nell’essere condotto fuori dalle mura della società,
nell’essere ucciso sulla croce, occorre la fede.
E occorre la speranza di Maria, per traversare il silenzio del Sabato santo,
per guardare oltre il sepolcro, “no alla pienezza della vita, “no alla
Resurrezione. Quella del Cristo, quella dei nostri cari che al sepolcro abbiamo
consegnato, la nostra.
E occorre la carità, l’amore, perché la vita non sia una scorciatoia di
menzogne o di illusioni, su Dio e su noi stessi.
Percorrere la via della croce significa dunque chiedere dunque al Signore
di accrescere la nostra fede, di aiutarci a non fuggire dal mistero della
sofferenza, ma di riconoscerlo come misura d’amore e come nutrimento di
un’ostinata speranza.
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