La partecipazione alla Messa resta il cuore e il fulcro della vita cristiana. Sosta e Ripresa intende offrire ai propri lettori un contributo di riflessione sulla liturgia festiva, nella convinzione che “spezzare la Parola” del Signore è indispensabile per meglio partecipare alla sua mensa eucaristica. In questo anno liturgico (A) incentrato soprattutto sul Vangelo di Matteo,

ci guida e ci accompagna in questo cammino padre Ubaldo Terrinoni OFM Capp da tempo firma importante e preziosa di Sosta e Ripresa, al quale la Direzione esprime gratitudine per questo ulteriore servizio.
16 aprile 2023, II Domenica di Pasqua (In Albis) o della Divina Misericordia – Anno A
TOMMASO: CREDERE PER VEDERE Gv 20, 19-31

La saggezza dei secoli insegna che, di norma, si passa dall’esperienza del vedere a quella del credere. Ce ne dà conferma anche l’evangelista Giovanni quando riferisce che per gli Undici rinchiusi nel Cenacolo “per timore dei giudei” (20,19) si dissolve ogni incubo solo dopo aver visto il Risorto. La loro gioia piena è motivata dal vedere e poi credere in Gesù Risorto. Tuttavia Gesù ribalta l’ordine del binomio e stabilisce la priorità del credere per vedere. L’occasione per questa precisazione gliela offre l’apostolo Tommaso, il quale non è presente quando il Risorto torna al Cenacolo. Al suo ritorno, gli Undici gli gridano la loro gioia: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma Tommaso, tutt’altro che unirsi alla loro gioia, protesta clamorosamente:
“Se non vedo il segno dei chiodi.
se non metto il dito al posto dei chiodi,
se non tocco con la mia mano il costato, non crederò” (20,25).
Otto giorni dopo, è Gesù che si arrende alle pretese dell’apostolo. Torna al Cenacolo dagli Undici e va diritto dove è Tommaso; e si richiama ai tre verbi:
“Guarda le mie mani,
metti qua il tuo dito,
tocca con la tua mano il mio costato” (20,27).
Tommaso è come folgorato! Rinuncia a ogni pretesa di verifica. Non ha il coraggio di stendere la mano, e si limita a esprimersi con due sole parole nella lingua aramaica, in una esclamazione liberante: Mio Signore e mio Dio (20,28). É un grido di liberazione da paure e, insieme, è un grido di gioia; è una professione di fede e una dichiarazione di pieno abbandono fiducioso in Dio. E Gesù coglie l’occasione di confermare il binomio “credere per vedere”: “Poiché hai veduto tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” (28,29). Dunque Gesù privilegia chiaramente il binomio “credere per vedere”.
Tommaso si è fidato della sua mano, del suo dito e dei suoi occhi più che della entusiastica dichiarazione dei Dieci e delle ripetute promesse che Gesù aveva fatto circa la sua risurrezione (Mc 8,31; 9,31; 10,34). Perciò rimprovera amabilmente all’apostolo la pretesa di voler fare prima l’esperienza per credere.
La fede non richiede di provare, sentire, verificare, confermare; richiede invece di fidarsi dell’amico, di Dio; fidarsi più di Dio che di se stesso; fidarsi di lui sia quando il cammino della vita è rischiarato da una luce smagliante e sia quando si precipita tra fitte tenebre. L’amico è sempre là, con me, con te, presente! E la persona di fede legge con gli occhi di Dio gli eventi gioiosi e dolorosi del proprio itinerario. Non s’intende qui lodare una fede cieca, senza ragione, bensì una fede che spinge il credente a consegnarsi a Dio per amore e con amore, senza esitazione e senza paure, come fa il bambino che si fida dell’amore della mamma e si abbandona fiduciosamente tra le sue braccia e dorme saporitamente.
