La partecipazione alla Messa resta il cuore e il fulcro della vita cristiana. Sosta e Ripresa intende offrire ai propri lettori un contributo di riflessione sulla liturgia festiva, nella convinzione che “spezzare la Parola” del Signore è indispensabile per meglio partecipare alla sua mensa eucaristica. In questo anno liturgico (A) incentrato soprattutto sul Vangelo di Matteo, ci guida e ci accompagna in questo cammino

padre Ubaldo Terrinoni OFM Capp da tempo firma importante e preziosa di Sosta e Ripresa, al quale la Direzione esprime gratitudine per questo ulteriore servizio.
Domenica 2 luglio 2023, XIII domenica del tempo ordinario – Anno A
CRISTO È NELL’ALTRO Mt 10, 37-42
L’evangelista Matteo per ben sei volte, in tre versetti, fa ricorrere il verbo accogliere”. E ha ben ragione: sia perché la legge dell’ospitalità era sacra nella cultura orientale, e sia anche perché nei primi decenni dell’era cristiana si era fatta ben presto critica la situazione, perché erano numerosi i cristiani “itineranti” che annunciavano il Vangelo come fonte di libertà e di salvezza. Ed erano altrettanto numerosi i cristiani perseguitati costretti ad andare di città in città per sfuggire ai loro persecutori.
Perciò, offrire ospitalità era impegno urgente che avrebbe avuto certamente la giusta ricompensa. Anzi, anche il gesto più piccolo (come offrire un bicchiere d’acqua) avrebbe ricevuto un giusto premio. L’accoglienza, l’ospitalità, l’impegno di aprire la propria casa all’altro, dividere la mensa con colui che ha fame, risulta, per sempre e per ogni cristiano, un gesto di squisita carità, di fede, di gratitudine.
In verità, la vita è tutta una storia di incontri. Però per il credente l’incontro assumeva ed assume una dimensione nuova: in ogni fratello si incontra Gesù: “Chi accoglie voi, accoglie me” ribadisce il Maestro nel testo. Questa identificazione del fratello con il Cristo è uno dei fondamenti che qualificano il messaggio evangelico. Qualunque servizio di carità prestato al prossimo acquista un valore alto, liturgico, benedetto; è gesto sacro. Anzi, Gesù, nel tribunale ultimo della vita, lo fa passare sul suo conto dichiarando: l’avete fatto a me o non l’avete fatto a me (Mt 25, 40.45). I giusti si stupiranno nell’apprendere che dietro le sembianze di un povero, un prigioniero, un malato, un carcerato, un affamato si celava sconosciuto Gesù Cristo stesso.
È ben noto il grazioso episodio di san Martino di Tours che, essendo ancora catecumeno, in una rigida giornata d’inverno s’imbatte in un povero che tutto raggomitolato cerca di proteggersi dai rigori invernali. Senza la minima esitazione, Martino scende da cavallo e taglia prontamente il mantello con la spada e ne dona metà a quel povero. Nella notte successiva gli si presenta Gesù che porta sulle spalle la metà di quel mantello e gli dice: “È Martino catecumeno che me l’ha dato!”. Anche il futuro apostolo Paolo si ritrova scaraventato in terra dal Risorto che gli grida: “Saulo, Saulo perché mi perseguiti?”. E Saulo chiede: “Chi sei, o Signore?”. “Io sono Gesù, che tu perseguiti!”. (At, 9,5).
Secondo un’antica tradizione ebraica, la porta di ogni casa doveva rimanere socchiusa soprattutto nelle feste liturgiche ebraiche per accogliere il Messia. Però se non fosse entrato lui poteva essere accolto un povero e sarebbe stato come accogliere il Messia stesso.
Il fondamento teologico della identificazione con Cristo acquista un’ulteriore certezza: noi tutti battezzati risultiamo un corpo solo con Cristo: un grande “Corpo mistico” di cui Gesù è capo e noi siamo sue membra: “Anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo, e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri” (Rom 12,5).

