La partecipazione alla Messa domenicale resta il cuore e il fulcro della vita cristiana.
Sosta e Ripresa intende offrire ai propri lettori un contributo di riflessione sulla liturgia domenicale, nella convinzione che “spezzare la Parola” del Signore è indispensabile per meglio partecipare alla sua mensa eucaristica.
Per alcune domeniche l’abituale commento affidato a don Emanuele Germani, parroco dei santi Valentino e Ilario Martiri, a Viterbo, e responsabile dell’ufficio stampa diocesano, è sospeso per esigenze del sacerdote.
Sosta e Ripresa supplisce a questa assenza forzata proponendo per questo 5 luglio 2020, XIII Domenica del Tempo Ordinario – ANNO A, una riflessione sul brano del Vangelo di Matteo (Mt 11, 25-30) fatta molti anni fa dal cardinale Lorenzo Antonetti, che all’epoca svolgeva il suo ultimo incarico al servizio della Santa Sede come legato della pontificia basilica di San Francesco in Assisi. Era un tempo difficile, quello segnato dal terremoto, così come difficile è questo tempo segnata dall’epidemia del Covid-19.
Il porporato si soffermò sul significato dell’essere affaticati e oppressi, dagli eventi, dagli apparenti fallimenti dei nostri sforzi, dalle difficoltà che a volte appaiono insormontabili ai nostri occhi, e al ristoro che ci offre Gesù: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero». Rielaborare gli eventi con uno stile di mitezza è un cammino non facile per menti affollate di conoscenze, di riflessioni, di schemi di valutazione consolidati. Per questo troppo spesso resta nascosta ai ai sapienti, agli intelligenti quella verità rivelata con più immediatizza ai piccoli (la parola usata da Matteo indica tanto i bambini quanto i semplici), cioè che leggere gli eventi vissuti, anche il dolore, il lutto, le sconfitte del nostro affanno alla luce della fede può tramutare gli insuccessi in in una serena convinzione, per dirla con Manzoni, che Dio non permette che sia turbata la gioia dei suoi fifli se non per prepararne per loro una più grande. Nell’esaminare, ciascuno con il proprio ruolo, con la missione affidatagli e scelta, gli avvenimenti, dobbiamo dunque sforzarci di imparare uno stile di mitezza.
La beatitudibe sui “miti perché erediteranno la terra” non sembra di facile comprensione: l’istinto della violenza, dell’aggressività anche verbale, della contrapposizione faziosa accompagna la nostra quotidianità e si contrappone alla mitezza del dialogo, alla disponibilità all’ascolto, all’attenzione all’altro, in ogni campo, dalla famiglia al lavoro, dalla politica ai rapporti sociali.
Il cardinale ricordò in quella occasione che Paolo VI, nell’Ecclesia suam, la prima enciclica del suo pontificato che ne costituì una sorta di manifesto programmatico, sottolineò proprio che senza mitezza non c’è dialogo, rifacendosi proprio al passo del Vangelo che oggi la liturgia ci propone: “Imparate da me che sono mansueto e umile di cuore’ (Mt 11,29); il dialogo non è orgoglioso, non è pungente, non è offensivo.
La sua autorità è intrinseca per la verità che espone, per la carità che diffonde, per l’esempio che propone; non è comando, non è imposizione. È pacifico; evita i modi violenti; è paziente, è generoso. La ‘fiducia’, tanto nella virtù della parola propria, quanto nell’attitudine ad accoglierla da parte dell’interlocutore: promuove la confidenza e l’amicizia; intreccia gli spiriti in una mutua adesione ad un Bene che esclude ogni scopo egoistico” (Ecclesiam suam 83).
Gesù ci dice che il suo gioco è dolce e il suo carico soave. Ma ci dice anche che la sua sequela implica di prendere la nostra croce. Sembrerebbe contraddittorio, ma significa che «non possiamo piegarci alla visione idolatra del “tutto senza sforzo” perché il nostro realizzarci come persone implica fatica, impegno e soprattutto serietà. E forse giova ricordare che nessuno mette serietà in quello che che fa come i bambini nel gioco», concluse il cardinale.
Buona domenica a tutti.
