Spezzare la Parola, pH Laura Ciulli

La partecipazione alla Messa resta il cuore e il fulcro della vita cristiana. Sosta e Ripresa intende offrire ai propri lettori un contributo di riflessione sulla liturgia festiva, nella convinzione che “spezzare la Parola” del Signore è indispensabile per meglio partecipare alla sua mensa eucaristica. In questo anno liturgico (A) incentrato soprattutto sul Vangelo di Matteo,

Padre Ubaldo Terrinoni Ofm
Padre Ubaldo Terrinoni

ci guida e ci accompagna in questo cammino padre Ubaldo Terrinoni OFM Capp da tempo firma importante e preziosa di Sosta e Ripresa, al quale la Direzione esprime gratitudine per questo ulteriore servizio.

30 aprile 2023, IV Domenica di Pasqua – Anno A

“IL SIGNORE È IL MIO PASTORE” Gv 10, 1-10

Gesù

Oggi in tutte le nostre chiese si coglie l’eco di uno dei salmi più suggestivi del Salterio: “Il Signore è il mio pastore non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare” (Sal 23,1-2). Fin dall’alba del cristianesimo, quella del buon pastore è stata ed è un’immagine molto cara all’iconografia e alla religiosità cristiana. Del resto si sa che la scena pastorale era tanto familiare nel contesto palestinese. Al tramonto di ogni giorno, le pecore appartenenti a vari greggi venivano raccolte in un recinto con muretto a secco. Ogni mattina il singolo pastore si presentava all’ingresso faceva udire la sua voce e le pecorelle riconoscevano il proprio pastore e uscivano dal recinto per seguirlo. Il timbro di voce, il tono e qualche parola pronunciata in un certo modo faceva scoccare la scintilla del riconoscimento.

Su questa dolce e serena immagine, il Maestro Gesù imbastisce una parabola che viene riferita unicamente da Giovanni e sottolinea le cure premurose che egli esprime per ogni pecorella: egli “entra per la porta”, ha quindi col gregge un’intimità immediata. La sua è una chiamata personale (“le chiama ad una ad una”); ha un messaggio specifico per ognuna (“chiama per nome”); c’è un dialogo di parola-ascolto (“conoscono la mia voce”); il pastore divino “fa uscire” il suo gregge in un grande esodo verso pascoli fertili; “cammina innanzi” come una guida mentre le pecore “lo seguono”. In questi verbi si configura un ritratto perfetto della Chiesa di Cristo” (G. Ravasi).

Il pastore vive e condivide tutto con il suo gregge: il sole e la pioggia, il freddo e il caldo, le acque ristoratrici e l’afa estiva bruciante, il verde manto erboso del prato e la landa sterile e desolata del deserto. Egli è a un tempo guida e compagno inseparabile, sa difendere e sa proteggere, sa tenere in mano il bastone e sa farsi carico della pecorella che non ce la fa più a camminare da sola.

Ha cura del gregge e della singola pecorella; anzi ognuna è custodita e protetta come fosse la sua unica. Con lui accanto ogni pecorella sta bene al sicuro. E precisamente questo rapporto personale, intimo e sempre nuovo è proprio quello che si stabilisce tra ognuno di noi e il Pastore Gesù. Ognuno è una pecorella unica, inconfondibile e irripetibile. Ognuno è chiamato alla vita per svolgere un compito unico e insostituibile, come unica e necessaria è la nota musicale per il perfetto svolgimento dell’armonia nello spartito.   Però, oltre al buon pastore, si vede girovagare per le campagne e soprattutto nei dintorni del recinto delle pecore, anche il lupo e altri, che Gesù identifica con alcuni termini: “estranei, ladri, briganti e mercenari”; questi “non entrano nel recinto delle pecore per la porta, ma salgono da un’altra parte” (v.1), “vengono per rubare, uccidere e distruggere”. Anche il profeta Ezechiele parla di falsi pastori che “si nutrono di latte, si rivestono di lana, ammazzano le pecore più grasse, ma non pascolano il gregge (Ez 34,2). Infine, Gesù afferma di essere “la porta delle pecore”. Ora nel tempio di Gerusalemme vi era un ingresso designato come “porta delle pecore”: Gesù lascia intendere che solo attraverso di lui si accede al tempio per l’incontro con il Signore.

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