La partecipazione alla Messa domenicale resta il cuore e il fulcro della vita cristiana. Sosta e Ripresa intende offrire ai propri lettori un contributo di riflessione sulla liturgia domenicale, nella convinzione che “spezzare la Parola” del Signore è indispensabile per meglio partecipare alla sua mensa eucaristica.

Sosta e Ripresa, scusandosi con i suoi lettori per non aver avuto modo di offrire domenica scorsa l’abituale commento affidato a  don Emanuele Germani, parroco dei  santi Valentino e Ilario Martiri, a Viterbo, e responsabile dell’ufficio stampa diocesano, per l’improvviso ripresentarsi di esigenze del sacerdote, torna a supplire ancora una volta a questa  assenza forzata proponendo anche in questo  16 agosto  2020, XX Domenica del Tempo Ordinario – ANNO A una riflessione tratta da un’omelia del   cardinale Lorenzo Antonetti sul brano del Vangelo di Matteo (Mt 15, 21-28) e con la sua stretta commessione con la profezia di Isaia  (Is 56, 1.6-7) con l’esultanza del salmista (Sal 66) e con l’insegnamento apostolico della Lettera di Paolo ai Romani (Rm 11, 13-15. 15, 29-32).

Card. Lorenzo Antonetti

«La liturgia di oggi ci dice che la salvezza è preparata per ogni uomo, è offerta a tutte le nazioni – incominciò il cardinale –  e tanto per essere chiari, San Paolo scrive a romani di duemila anni fa e ai cattolici romani di ogni epoca, compresa la nostra, che i doni di Dio sono irrevocabili e che il rifiuto di alcuni ebrei di riconoscere in Gesù il messia non cancella in alcun modo la scelta di Dio di fare di Israele il proprio popolo, non lo esclude da quella casa di tutti i popoli della quale parla Isaia, né dalla salvezza tra tutte le genti che canta il salmista». Fin qui nulla  di diverso da una qualsiasi omelia che edifichi ogni cristiano e – si spera – valga a confondere ogni forma di antisemitismo e magari di islamofobia o di xenofobia.

Ma poi il cardinale sviluppò un altro argomento: «Andiamo per ordine – disse – e fermiamoci su una parola: pietà. Chiedere pietà, riconoscerci bisognosi di aiuto e invocarlo è fede? No, di per sé non lo è.

La parola, il grido, in se stesso, esprime un’angoscia che è nostra, un dolore che è nostro. non è espressione di fede, non è interlocuzione con l’altro, fiducia in lui. Quest’oggi, come in ogni partecipazione alla Messa, prima di ascoltare la Parola di Dio e di meditarla per meglio prepararci partecipare alla mensa eucaristica, quella parola abbiamo  ripetuto tre volte,  battendoci il petto in  atto di contrizione, riconoscendoci non solo peccatori, ma incapaci di realizzare da soli il nostro bene, di provvedere da soli il nostro bisogno. Ma anche questo non è ancora fede. Per essere tale occorre il riconoscimento dell’interlocutore, occorre dire Signore pietà. E magari insistere.

E a volte sembra non bastare. La pagina del Vangelo di oggi non sembra facile. Gesù, il Signore, colui che passa risanando, sembra quasi incurante di un grido di soccorso che gli lancia,oltretutto riconoscendolo “Signore, figlio di David” una donna cananea, cioè straniera all’Israele ortodosso del suo tempo. abitante in una regione nella quali le pecore disperse di Istrale, delle quali parla aisuoi discepoli, vivono frammisti a fenici e greci, oltre agli onnopresenti romani occupanti».

Secondo alcuni commentatori l’atteggiamento di Gesù è un modo per far far emergere la conclusione sottesa all’episodio, cioè che non è l’adesione formale alla legge, ma l’accoglienza della fede a produrre la salvezza. Il cardinale Antonetti non la pensave in questo modo: «Mi riesce difficile pensare che Gesù usi l’artificio di una polemica rabbinica con una donna disperata perché sua figlia è indemoniata – disse -. Credo  piuttosto che in qualche modo dicesse sul serio, che fosse concentrato, in quella fase della sua predicazione, sugli israeliti di quella diaspora già esistente in tutto ilmondo romano prima ancora che la distruzione del Tempio la rendesse generale. Non pretendo di aver l’unica chiave di lettura, ma forse  davvero a fargli cambiare idea fu la fede di quella donna, quella risposta – ma forse è meglio dire quella preghiera – di chi si paragona a un cagnolino pago di ottenere qualche briciola della mensa della vita».

E aggiunse qualcosa che colpì con forza gli ascoltatori: «Del resto non fu quella la prima volta che la preghiera di una donna fece, diciamo così, deviare Gesù dal suo programma  di attività pubblica. Era già accaduto a Cana con sua madre, che Gesù prima contestasse la sua implicita richiesta e poi la esaudisse. E non credo azzardato il paragone tra un’anonima madre cananea e la madre del Salvatore. Perché la saldezza della fede delle madri il primo insegnamento che ce la trasmette. Perchè l’amore materno è segno importante dell’amore di Dio, come ebbe a ricordarci Giovanni Paolo I in quel mese appena di pontificato nel quale il suo sorriso carezzò tutti noi».

Buona domenica a tutti

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