Spezzare la Parola, ph laura ciulli

La partecipazione alla Messa domenicale resta il cuore e il fulcro della vita cristiana. Sosta e Ripresa intende offrire ai propri lettori un contributo di riflessione sulla liturgia domenicale, nella convinzione che “spezzare la Parola” del Signore è indispensabile per meglio partecipare alla sua mensa eucaristica.

Don Gianni Carparelli
Don Gianni Carparelli, foto Mariella Zadro

In questo cammino per il resto dell’anno liturgico ci accompagnerà don Gianni Carparelli.

9 maggio 2021, VI Domenica di Pasqua – Anno B

… …Non vi chiamo più servi… vi ho chiamato amici… (Gv 15)

E tutti siamo d’accordo con quello che il Signore ci dice. Ma la realtà è un’altra. Anche tra coloro che la domenica si incontrano per “celebrare” la presenza del Signore nella vita. Questo perché siamo sporchi di storia umana. Troppo umana. Tutti. Anche io che cerco di capire e di spiegare. Questa fragilità o sporcizia – il cardinale Ratzinger lo ricordò un Venerdì Santo di tanti anni fa (25.3.2005) durante la Via Crucis -, esiste anche dentro la Chiesa, tra coloro (perché è la gente che fa la Chiesa, non le pareti o i ministri ordinati) che seduti o in ginocchio recitano preghiere o che predicano dall’Altare agli altri. Quanta aria vuota esce spesso da labbra devote.

“… Ma non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? A quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza…” (durante la stazione 9 della Via Crucis).

Se veramente pensiamo e crediamo che Dio, questo meraviglioso sconosciuto, guarda a noi come amici e non come servi da sfruttare, non dovremmo forse noi dimostrare con la nostra vita che crediamo veramente in quello che diciamo di credere? È forse arrivato il tempo di rivedere quello che diciamo e che non viviamo. Se non lo viviamo è perché non ci crediamo abbastanza. Giovanni lo ricordava alla sua non numerosa comunità. Forse dovremmo chiudere i grandi santuari e templi della storia. E dedicare più tempo a riaprire piccole comunità come famiglia e famiglie insieme. Non per fermarci lì. Ma per iniziare di nuovo ad assaporare la delicatezza della Madonna durante la cena di Cana.

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