La partecipazione alla Messa domenicale resta il cuore e il fulcro della vita cristiana. Sosta e Ripresa intende offrire ai propri lettori un contributo di riflessione sulla liturgia domenicale, nella convinzione che “spezzare la Parola” del Signore è indispensabile per meglio partecipare alla sua mensa eucaristica.
Proseguiamo in questo 15 novembre 2020, XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – ANNO A, questo cammino di approfondimento con l’aiuto delle omelie del cardinale Lorenzo Antonetti, di alto significato pastorale e di piena attualità, nonostante il quarto di secolo trascorso da quando vennero pronunciate.
«Il brano del Vangelo di Matteo che abbiamo appena ascoltato (Mt 25, 14-30), con la parabola dei talenti – disse il cardinale – è l’immediato seguito di quello sul quale abbiamo riflettuto insieme domenica scorsa. E come quello adombra il giudizio finale. Come del resto fa la seconda lettura tratta dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (1Ts 5, 1-6). E sotto questo aspetto il significato della parabola è chiaro e tutti noi lo abbiamo ben presente fin dall’infanzia: dobbiamo far fruttificare i doni che abbiamo ricevuto, grandi o meno grandi che siano. Ma forse, come capita sempre con la Parola di Dio, possiamo cercarvi oggi e qui, nella nostra vicenda quotidiana e nella nostra realtà sociale, qualche motivo di ulteriore riflessione. Il linguaggio usato da Gesù con i suoi interlocutori di allora ha una strana somiglianza con quello che negli ultimi anni abbiamo visto imporsi nelle nostre società: fare impresa per raddoppiare il capitale o almeno affidarlo a servizi finanziari professionistici affinché produca se non altro interessi. Oltre tutto parla di un sacco di soldi. Un talento di allora equivaleva a diecimila volte la paga usuale di un lavoratore a giornata, era quanto si guadagna in una vita di lavoro. Allora stiamo parlando di un Gesù fautore dell’iniziativa privata e della finanza? È difficile da credere. Troppe volte il Vangelo ci ha ammonito a non puntare sulle ricchezze, comunque acquisite. E allora di cosa ci parla questa parabola. Io credo che ci parli di paura e di fiducia».
«Sono la paura e la sfiducia – continuò il porporato – a paralizzare chi seppellisce il proprio talento. La paura degli altri, visti come nemici. La paura per la propria sicurezza che lo spinge a nascondersi, lo rende estraneo alla società, incapace di coinvolgersi e di partecipare pienamente all’avventura della vita. Infine la paura di Dio. Perché Dio sa tutto, vede tutto ed è pronto a punirci per ogni nostro errore? Perché è il Cristo terribile del giudizio michelangiolesco nella Cappella Sistina, col braccio sollevato e pronto a gettare i peccatori all’inferno? Se è così è giusto averne paura. Se è così è comprensibile volersi tenere lontano da quel braccio minaccioso del Cristo. Perché un Dio che non ammette errori è terrificante. Ma non è il Dio che ci ha creato a sua immagine. È il dio che si sono creati a propria immagine i tiranni, i fondamentalisti pseudo religiosi, i massacratori, i terroristi. La prima cosa che ci ha detto il Papa quando è stato eletto (il cardinale parlava di Giovanni Paolo II, n.d.r.) è: “Non abbiate paura, aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!”. Lo diceva a ciascuno di noi e lo diceva alla Chiesa, chiamata a spalancare le porte, a rendere agevole a ogni persona la strada verso l’abbraccio salvifico, verso l’amore senza riserve del Signore. Quella Chiesa che certo nei suoi fedeli e forse più ancora nei suoi pastori lungo i secoli da peccati in pensieri, in parole, in azioni e più ancora in omissioni, non è stata e non è certo esente, come confessiamo all’inizio di ogni Messa. Ma pure quella Chiesa alla quale il Signore ha promesso che le forze del male non prevarranno su di essa. Perché il Signore di noi si fida, non è un ragioniere di utili e passivi, non fa delle nostre vite capitoli di un bilancio di perdite e di guadagni in questa umanità che ha creato per amore».
«Eppure è evidente – concluse il porporato – come la parabola ci dica che dei doni ricevuti dovremo rendere conto. Ma come? Anche in questo la Parola che abbiamo ascoltato ci auita a comprendere. La prima lettura tratta del libro dei Proverbi (Pr 31, 10-13. 19.20, 30-31) ci presenta l’esempio di una donna che rende santa la sua casa. Ma non è una santità privata, non è chiusura in una propria esclusiva dimensione di felicità. Ella infatti “Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero”. È questo il divendo che il Signore ci chiede di ottenere dal capitale deidoni che ci ha inviato. Perché il Signore lo possiamo ripagare solo nel povero, nell’affato, nel sensa casa, nello straniero, nel morto come lui è morto e destinato a risorgere come lui è risorto. Sì , il Signore ci ha riempito di doni, di talento, di capacità, di opportunità. Perché ci ama e di noi si fida. E allora a questa fiducia dobbiamo rispondere con la nostra. Sì , è la fiducia che il Signore ci chiede in lui e nella vita. E anche in noi stessi».
Buona domenica a tutti

