Domenica 4 febbraio 2024, V domenica del tempo ordinario – Anno B
L’ENIGMA DEL DOLORE Mc 1, 29-39
In quel tempo, Gesù uscito dalla sinagoga, si recò in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano, la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portarono tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni.
La liturgia di questa quinta domenica ordinaria è percorsa da inquietanti interrogativi: perché il dolore del mondo? Perché il dolore dell’innocente? Perché soffro? Questa è la roccia dell’ateismo! Così grida crudamente un personaggio del dramma di Georg Buchner in La morte di Danton. Perché il dolore? Questo è senza dubbio uno degli interrogativi più assillanti per la ragione umana, ed è il grande capo d’accusa di cui si fa forte l’ateismo di tutti i tempi. Anche Giobbe, nel suo capolavoro letterario in assoluto, lancia i suoi “lamenti” verso l’Alto: “A me sono toccati mesi d’illusione, e notti di dolore mi sono state assegnate. Ricordati che un soffio è la mia vita” (Gb 7, 6-7).
Viene Gesù e non resta indifferente di fronte al dilagare del dolore; ci si cala dentro, asciuga lacrime, placa tempeste interiori, rasserena. L’evangelista Giovanni per esprimere tutto il peso del sentire umano di Gesù non ha trovato di meglio della formula si è fatto carne (sarx eghèneto) per sottolineare tutta la fragilità, la debolezza, l’esistenza povera e precaria del Cristo. Quella sua “carne” come in ogni uomo così in lui, talvolta si è ribellata alle prove, alle sofferenze, agli strazi, alla morte. Lo si ode gridare e lamentarsi, piangere, spaventarsi e fuggire.
Il testo del Vangelo di oggi sembra voler evidenziare che tutto il dolore del mondo si dia dato appuntamento da Gesù col ripetuto uso di aggettivi quantitativi: “Gli portarono tutti i malati…; tutta la città era riunita davanti alla porta; guarì molti, scacciò molti demoni…; Simone gli disse: tutti ti cercano; e andò per tutta la Galilea”. Gesù dunque non ha benedetto né santificato il dolore; non lo ha elevato a categoria di bene e neppure lo ha cancellato dal mondo. Ma ha fatto una cosa più meravigliosa: lo ha riempito di amore. Così da strumento di condanna straziante lo ha reso strumento di redenzione e di salvezza.
La vittoria piena e definitiva sul male non si consegue attraverso qualche miracoloso anestetico, ma sta soltanto nell’amore che ci guarisce da ogni egoismo. Cristo ha accettato il dolore per dare via libera all’amore. É venuto a insegnarci non a soffrire, ma ad amare. Giustamente qualcuno ha fatto notare che Cristo non ci ha detto: soffrite come io ho sofferto, ma “amatevi come io vi ho amato”.
Ciò che realmente conta è l’amore, perché il dolore diventa una sola cosa con l’amore. Se è vero che senza amore non si vive, è altrettanto vero che senza dolore non si ama. Chi ama non misura rischi, non si ferma di fronte ai sacrifici, non ha paura degli ostacoli. Anzi, nella misura in cui cresce l’amore, diminuisce l’amaro del dolore. Si, il dolore diventa insopportabile solo quando manca l’amore.
Il vero dramma dell’uomo non sta nel dolore e nella sofferenza come tali, ma solo nel dolore inutile, sciupato, rifiutato, nel dolore che non giova a nessuno; sta nel soffrire senza aver nulla e nessuno per cui soffrire. Sì, questo è il vero dramma sempre avvertito dalla coscienza umana. In realtà c’è il segreto per vivere le piccole e le grandi sofferenze e ce lo conferma Paolo: “Sovrabbondo di gioia in ogni mia tribolazione” (2Cor 7,4); “il mio cuore trabocca di gioia in mezzo a tutte le sofferenze che sopporto per voi” (Col 1,24).
Nota della Direzione
La partecipazione alla Messa resta il cuore e il fulcro della vita cristiana. Sosta e Ripresa intende offrire ai propri lettori un contributo di riflessione sulla liturgia festiva, nella convinzione che “spezzare la Parola” del Signore sia indispensabile per meglio partecipare alla sua mensa eucaristica. Anche in questo anno liturgico (B) incentrato soprattutto sul Vangelo di Marco, ci guida e ci accompagna in questo cammino padre Ubaldo Terrinoni OFM Capp da tempo firma importante e preziosa di Sosta e Ripresa, al quale la Direzione rinnova la gratitudine per questo servizio.

Licenza in Scienze Bibliche conseguita presso il Pontificio Istituto Biblico.
Dottorato in Teologia Dogmatica conseguito presso la Pontificia Università Gregoriana.
Docente presso l’Istituto di Scienze religiose di Viterbo.Docente presso il Centro Nazionale USMI.
Maestro degli studenti teologi cappuccini dell’Italia Centrale (1967-1976).
Superiore Provinciale dei Cappuccini della Provincia Romana (1982-1988).
Presidente dei Superiori Provinciali Cappuccini d’Italia (1982-1985).
Consultore teologo della Congregazione per le Cause dei Santi (1989- ).
Visitatore apostolico di un Istituto religioso per incarico della Congregazione dei religiosi.
Docente presso l’Istituto Teologico San Pietro dal 1997.
Autore notissimo, conduttore a Radio Maria, direttore spirituale e predicatore per numerosi istituti religiosi femminili.

