Spezzare la Parola, pH Laura Ciulli

La partecipazione alla Messa resta il cuore e il fulcro della vita cristiana. Sosta e Ripresa intende offrire ai propri lettori un contributo di riflessione sulla liturgia festiva, nella convinzione che “spezzare la Parola” del Signore è indispensabile per meglio partecipare alla sua mensa eucaristica. In questo anno liturgico (A) incentrato soprattutto sul Vangelo di Matteo, ci guida e ci accompagna in questo cammino

Padre Ubaldo Terrinoni Ofm
Padre Ubaldo Terrinoni

padre Ubaldo Terrinoni OFM Capp da tempo firma importante e preziosa di Sosta e Ripresa, al quale la Direzione esprime gratitudine per questo ulteriore servizio.

Domenica 9 luglio 2023, XIV domenica del tempo ordinario – Anno A

INNO DI LODE AL PADRE Mt 11, 25-30

Gesù Crocifisso pH Laura Ciulli

In questo testo evangelico, ci troviamo alle prese con “l’inno di lode” che Gesù eleva al Padre. È articolato in tre magnifiche strofe:

vv. 25-26 Gesù ringrazia il Padre per la rivelazione ai “piccoli”

v.  27 conoscenza reciproca: Padre-Figlio

vv.28-30 giogo pesante e giogo leggero

Nella prima, è Gesù che osserva con stupore che i sapienti, cioè i capi spirituali del popolo (i farisei e i dottori della legge) risultano impenetrabili all’annuncio evangelico; lo rifiutano decisamente. Mentre, i “piccoli”, cioè il popolino incolto, semplice e ignaro delle prescrizioni della legge mosaica, lo accoglie e lo assimila con meraviglia e grande sorpresa di tutti. Si impara di qui che al messaggio che viene dall’Alto ci si avvicina non con la pretesa e l’arroganza di chi sa, bensì con l‘umiltà di chi ha la consapevolezza di dover sempre apprendere da tutto e da tutti. Del resto, l’autosufficienza resterà per sempre e per tutti l’ostacolo maggiore per un’apertura sapiente al mistero di Dio.

“Ti benedico, o Padre…!”.  Sono le prime parole dell’inno. Il “benedire” nella lingua ebraica include l’idea della lode, della glorificazione e del ringraziamento; è una ricchezza di sentimenti che fluisce dal cuore del Figlio nei confronti del Padre, il quale viene designato, in aramaico, col termine Abbà, “babbo”: rivela la tenerezza filiale, in quanto il figlio si rivolge al genitore con fiducia e illimitata confidenza.

Nella seconda strofa si esalta l’essere relazionale del Figlio al Padre e viceversa: il pensiero si incentra nel verbo conoscere che, nella cultura semitica, assume la connotazione di “esperienza”, di intimo rapporto di amore e di comunione. Gesù dunque “conosce” totalmente e pienamente Dio in quanto è egli stesso Dio. E in grazia di quest’unico rapporto, lui solo può colmare l’abissale distanza tra l’uomo finito e il Dio infinito. La conoscenza che il Figlio ha del Padre non resta chiusa tra i due, ma Gesù partecipa a noi ciò che riceve dal Padre.

La terza strofa si apre con un invito: Venite! E seguono altri due imperativi “prendete il mio giogo e imparate…”. È un invito pressante rivolto alla povera gente che si sente schiacciata dal pesante giogo delle numerose e minuziose prescrizioni imposte da scribi e farisei. L’immagine del giogo si riferiva, in origine, alla relazione “schiavo-padrone”; successivamente fu applicata alla relazione “discepolo-maestro”. Ma il giogo che impone il Maestro Gesù “è soave e il peso è leggero” (Mt 11,30).

“Gesù si mostra un maestro diverso – scrive Rinaldo Fabris – come diversa è la legge (il giogo) che insegna: leggera, non onerosa. Soprattutto originalissimo appare il suo insegnamento non riducibile all’esposizione scolastica di norme e divieti. Si tratta di diventare suoi discepoli, aderendo a lui che è un maestro non violento né altero”.

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