La partecipazione alla Messa domenicale resta il cuore e il fulcro della vita cristiana. Sosta e Ripresa intende offrire ai propri lettori un contributo di riflessione sulla liturgia domenicale, nella convinzione che “spezzare la Parola” del Signore è indispensabile per meglio partecipare alla sua mensa eucaristica.

Scusandosi per aver omesso la scorsa settimana,  per un disguido del quale si assume la responsabilità, questo appuntamento con i propri lettori, la direzione di Sosta e Ripresa  riprende in questo  13 settembre 2020, XXIV Domenica del Tempo Ordinario – ANNO A, a seguire le indicazioni proposte dalla liturgia ricorrendo alle riflessioni omeletiche fatte dal  cardinale Lorenzo Antonetti molti anni fa,  ma colme di una profonda e sempre attuale valenza catechetica.

Card. Lorenzo Antonetti

«Il Vangelo di oggi (Mt, 18, 21-35) ci invita, come sempre, a trovare correlazione nella nostra vita quotidiana, individuale e comunitaria. Domenica scorsa avevamo meditato sul concetto di correzione fraterna, anche in questo caso affidata sia al nostro agire individuale, sia all’umiltà di riconoscere che la giustizia non può essere un compito esclusivo di ciascuno di noi, ma appartiene alla cumune convivenza da salvaguardare.

Oggi l’evangelista ci invita a guardarci dentro in modo ancora più approfondito, a riflettere sul perdono, che siamo chiamati a cercare dentro di noi nei confronti di quanti ci possano aver fatto torto, e a chiedere per i torti che ad altri facciamo. E tanto maggiore sarà la misura di questo processo di introspezione, tanto più ci avvicineremo alla misura  che Gesù ci indica con il simbolico termine biblico di settanta volte sette,  che non significa quattrocentonovalta volte, ma sempre, cioè la misura infinita del perdono di Dio».

Nell’omelia (pronunciata durante una Messa celebrata in raduno di giovani scouts cattolici, n.d.r,) il cardinale sottolineò che «perdonare non significa dimenticare i torti subiti, chiedere perdono non significa dimenticare i torti fatti.  Perdonare non è un atteggiamento superficiale. Lo spiega bene, per esempio, un passo di uno dei più celebri romanzi italiani, I promessi sposi  di Alessandro Manzoni. Credo che molti di voi lo abbiano letto. Nell’ultimo colloquio tra il protagonista Renzo e fra’ Cristoforo davanti a don Rodrigo morente di peste,  il frate, che era stato un omicida e cha aveva poi speso la vita nella quotidiana ricerca del perdono di Dio attraverso il servizio ai fratelli, chiede al giovane quante volte abbia perdonato al signorotto arrogante che gli ha sconvolto la vita e lo spinge a interrogarsi sulla propria volontà e capacità di dire “lo perdono”, in modo da non aver più bisogno di riperterlo, in modo autentico, sentito davvero nel profondo del cuore.

E poco dopo, nel congedarsi per sempre da Renzo e Lucia, ritrovatisi dopo tante vicessitudini e ormai vicini a celebrare quel matrimonio tanto contrastato, mentre dona loro il “pane del perdono” ricevuto per carità dai parenti del nobile che aveva ammazzato da giovane, li lascia con queste parole: “Serbatelo; fatelo vedere ai vostri figliuoli. Verranno in un tristo mondo, e in tristi tempi, in mezzo a’ superbi e a’ provocatori: dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto!”.  Certo, ragazzi, queste sono parole di un romanzo. Ma sono un modo per aiutarci a comprendere la Parola di Dio che abbiamo ascoltato poco fa».

«Anche voi ragazzi – concluse il porporato – vivete in un mondo in cui violenza e provocazione hanno conseguenze nefaste, in misura infinitamente maggiore di quella del Seicento raccontato da Manzoni. Si possono perdonare le stragi, le pulizie etniche, le guerre favorite e sfruttate da interessi economici, le politiche che affanano centinaia e centinaia di milioni di persone, le stragi di bambini? No, non sono perdonabili. Ma la Chiesa ci insegna a distinguere l’errore da chi lo commette, il peccato dal peccatore. Tenetelo presente sempre, educatevi a questa verità nella vita di adulti che vi attende.  Abituatevi a riflettere sulle parole della preghiera che Gesù ci ha insegnato “Padre nostro… rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, a farvene pervadere il cuore, a farne uno stile nei rapporti con Dio e con i fratelli.  E ricordate questo Vangelo che abbiamo ascoltato: ci insegna a riconoscerci  più debitori che creditori.   E quando ci sentiamo giusti e nel diritto di giudicare gli altri, di esigere che siano gli altri a pagare i loro debiti, riflettiamo su quelli che accumuliano ogni giorno noi stessi, nelle nostre relazioni con il nostro prossimo. Soprattutto, affidiamoci, in questo e in tutto, all’infinita misericordia di Dio.  Perché nel Cristo che ha assunto la nostra natura in tutto fuorché nel peccato, nella sua passione, morte e ressurrezione, siamo tutti già perdonati, Se avremo coscienza di questo, se saremo capaci di farci pervadere e indirizzare da questa misericordia, sapremo davvero cosa significa perdonare la gravità del male subito, sapremo di poter partecipare all’opera di Dio che può scrivere dritto sulle linee storte e confuse della storia umana, della nostra storia segnata da tante ingiustizie.

Buona domenica a tutti

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