La partecipazione alla Messa domenicale resta il cuore e il fulcro della vita cristiana. Sosta e Ripresa intende offrire ai propri lettori un contributo di riflessione sulla liturgia domenicale, nella convinzione che “spezzare la Parola” del Signore è indispensabile per meglio partecipare alla sua mensa eucaristica.

Cardinale Lorenzo Antonetti
Cardinale Lorenzo Antonetti

Da diverse settimane lo facciamo recuperando un percorso omeletico e pastorale guidato, più o meno un quarto di secolo fa, dal   cardinale Lorenzo Antonetti nella convinzione che il tempo non ne abbia in nulla reso datato il valore.

A chi ha avuto modo di ascoltarle e meditarle allora e di tornare oggi a porvi l’attenzione, quelle riflessioni mostrano, anzi, una quasi profetica e comunque significativa attualità,  frutto della peculiare capacità di quel porporato di riconoscere i segni dei tempi e di saperne leggere le prospettive e i pericoli, non solo negli avvenimenti storici, ma anche nelle vicende quotidiane di quanti incontrava. A questa capacità, illuminata per tutta la sua vita da una profonda adesione alla parola di Dio  e accresciutasi e affinatasi nei decenni trascorsi in molte regioni del mondo al servizio diplomatico della Santa Sede, ci affidiamo dunque anche in questo 18 ottobre 2020, XXIX Domenica del Tempo Ordinario – ANNO A.

«Il passo del Vangelo che abbiamo appena ascoltato (Mt 22, 15-21) segue quelli sui quali abbiamo riflettuto nelle scorse settimane – disse  il cardinale Antonetti – e costituisce una svolta decisiva nel lungo confronto tra Gesù e quanti  l’evangelista ha chiamato sacerdoti e anziani del popolo, oggi diremmo leader politici o religiosi. Gesù smette in questa pagina di parlare per parabole e tornerà a farlo solo dopo aver confutato quegli interlocutori, come abbiamo ascoltato oggi, o ancora più evidentemente come nell’affermazione del comandamento dell’amore sulla quale rifletteremo domenica prossima, o dopo averne denunciato l’ipocrisia e la vanagloria, nel Vangelo che mediteremo nella domenica seguente.  Abbiamo sentito che Gesù risponde seccamente con una frase diventata proverbiale, “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” ,alla domanda sulla leicità di pagare le tasse al potere allora in atto, quello di Roma, cioè a  un trabocchetto nelle intenzioni di chi gliela fa nel  tentativo palese di coglierlo in fallo. Se infatti avesse avallato il pagamento del tributo si sarebbe esposto alla condanna di tutti i movimenti nazionalisti, in caso contrario sarebbe stato tacciato di sedizione, che poi in fondo è il risultato al quale miravano davvero quanti cercavano il modo di ucciderlo. Non a caso, nel momento decisivo del processo intentatogli, i suoi accusatori dicono a chi ne era giudice, cioè a Ponzio Pilato, che se non lo condanna non è amico di Cesare».

«Gesù non è un agitatore politico, non è un  arruffapopolo – spiegò il cardinale -. E la Chiesa, fin dalle origini, ha sempre sostenuto che il cristiano è chiamato ad adempiere al suo dovere civico. Ma la questione non sta nel dovere del cittadino, sta nel potere. E la disobbedienza civile, anche sotto forma diobiezione di coscienza, per il cristiano diventa un imperativo quando quel potere viola il dovere di dare a Dio quel che è di Dio, un imperativo al quale molti, non solo ai tempi dell’impero romano, ma lungo tutta la storia, hanno obbedito fino al sacrificio della vita. Ma non ci sono solo le circostanze che possono condurre al martirio. Per il cristiano, per ciascuno di noi, quell’imperativo vale nella vita quodiana, vale nel nostro rapportarci con gli altri, nei comportamenti più comuni e nelle posizioni più importanti. Vale per la tutela della vita, dal concepimento alla morte naturale, vale per la difesa della libertà, che resta una parola vuota se non è accompagnata dalla giustizia sociale e dalla tutela dei più deboli».

«E vale anche – concluse il cardinale – quando il nome di Dio e l’appartenenza religiosa diventano uno strumento non per servire, ma per servirsi per i propri interessi. E purtroppo nel passato e ancora oggi non mancano posizioni pseudoreligiose in questo senso. Dall’ipocrisia di qualche politico di piccolo cabotaggio, all’uso distorto della religione per cementare e in qualche modo lusingare, come dicevamo domenica scorsa, fragili identità da plagiare in manovalanza cieca della violenza, in strumenti di guerre. E nel frastuono di propagande o di demagogie in molti, in troppi, rischiano – rischiamo – diperdere la rotta, di non distinguere il bene dal male. Abbiamo le carte di navigazione per ritrovarla, nel magisteto della Chiesa, abbiamo la bussola per seguirla, nella Parola di Dio. Amici miei, fratelli miei, pensiamo sempre a cosa ci insegna la Parola di Dio, riabituiamoci, se ne abbiamo perso la pratica quotidiana, a quella forma di preghiera che nasce vivida e forte dall’ascolto della Parola. Vi ho chiamato amici e fratelli, due parole che tante volte ha usato Gesù riguardo ai suoi discepoli. Ma  tutti noi siamo solititi chiamare padre un sacerdote, in riconoscimento, più o meno consapevole, del fatto che il suo ministero deve essere espressione della paternità di Dio, non per auterevolezza, ma per vocazione al servizio esclusivo di quel popolo, di quell’umanità che a Dio appartiene. E dunque vi chiamerò oggi con un nome ancora più dolce e più caro. Lo faccio, figli miei, per esortarvi a una riflessione arricchente su cosa ci ha condotto qui. Non una sorta di compito dettato da comportamenti tradizionali, seguiti con più o meno convinzione, ma una chiamata universale del Signore, che ci ammaestra con la sua parola e ci nutre con il dono di se stesso nell’Eucarestia».

Buona domenica a tutti

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