La partecipazione alla Messa domenicale resta il cuore e il fulcro della vita cristiana. Sosta e Ripresa intende offrire ai propri lettori un contributo di riflessione sulla liturgia domenicale, nella convinzione che “spezzare la Parola” del Signore è indispensabile per meglio partecipare alla sua mensa eucaristica.
Anche in questo 4 ottobre 2020, XXVII Domenica del Tempo Ordinario – ANNO A, ci aiutano a farlo le indicazioni offerte dalle riflessioni omeletiche del cardinale Lorenzo Antonetti.

Abbiamo già più volte sottolineato come una perenne validità catechetica e una singolare attualità caratterizzino queste omelie del porporato pronunciate tutte nell’ultimo decennio del secolo scorso. Questo aspetto risulta ancora più evidente nel suo commento a questa liturgia domenicale.
«La parola di Gesù nel Vangelo di oggi (Mt 21, 33-43) ha come scenario ancora una volta una vigna. Ed è forse la più dura delle tre che abbiamo ascoltato in queste settimane. Non si tratta più – disse il Cardinale – di riflettere sul significato del lavoro, del compenso che deve essere commisurato al bisogno prima ancora che al merito, di interrogarci su un’economia dominatada criteri utilitaristici fino a considerare l’essere umano come un mero strumento di produzione, come nel caso dei lavoratori chiamati a ore diverse. E neppure del diverso atteggiamento di due fratelli, uno che a parole rispetta la volontà del padre e nei fatti ascolta solo il proprio egoismo e l’altro che a una prima risposta di rifiuto e di sfida fa seguire una riflessione e un ripensamento che lo porta a fare la cosa giusta. Stavolta si tratta di vignaioli ostinati nel peccato, fino all’uso disinvolto dell’omicidio. E con questo dobbiamo confrontarci anche noi».
«Il brano del Vangelo che abbiamo proclamato oggi – ricordò il cardinale Antonetti – segue immediatamente quello di domenica scorsa, con la parabola appunto dei due fratelli. Gli interlocutori sono ancora i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo. E certo non ignorano il riferimento allla profezia di Isaia (Is 5,1 -7) che la liturgia di oggi ci ha proposto nella prima lettura. La vigna del Signore di cui parla Isaia “è la casa d’Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi”. E così dice ai suoi interlocutori Gesù: gli inviati del padrone della vigna sono i profeti percossi e uccisi, il figlio ucciso è egli stesso. Ma riguarda solo Israele tutto ciò. Appartiene al passato, a una storia già trascosa tutto cio? Siamo noi quelli ai quali il Signore ha affidato in esclusiva la sua vigna dopo averla tolta ai suoi affidatari infedeli? Lungo i secoli spesso questa convinzione arrogante ha portato a persecuzioni, a delitti spaventosi. Ancora oggi l’antisemitismo si autogiustifica con interpretazioni perverse del Vangelo, con appropriazioni blasfeme della Parola di Dio. E oggi? A poche centinaia di chilometri da noi si sta consumando una strage orribile nella quale fondamentalismi pseudoreligiosi sono usati per fornire fragili identità ai cancri del nazionalismo che hanno riportato in Europa la guerra (come detto l’omelia è dei primi anni Novanta e il cardinale faceva riferimento al conflitto nell’ex Jugoslavia, n.d.r.). Nell’Irlanda del Nord un annoso e irrisolto contrasto, del quale non s’intravede ancora la fine (l’accordo cosiddetto del Venerdì santo che vi mise termine arrivò nel 1998, n.d.r.) viene presentato da una stampa spesso superficiale come una guerra di religione tra cattolici e anglicani. Sulla sponda sudorientale del Mediterraneo il pluridecennale scontro tra lo Stato d’Israele e i vicini Paesi arabi è alimentato da quegli stessi fondamentalismi che lo considerano una guerra di religione tra islam ed ebraismo. E purtroppo potremmo fare altri esempi».
«Domenica scorsa – disse ancora il cardinale Antonetti – ci siamo lasciati con un impegno a riflettere sulle terribili conseguenze dell’ostinazione nel peccato. A riflettere sul passato, sul presente, sul futuro. Non si tratta di realtà separate. Già sant’Agostino diceva che tutto è presente. Non solo presente in Dio, ma presente nella nostra dimensione di uomini. C’è il presente del passato che è la memoria, c’è il presente del presente che è la visione e la comprensione, c’è il presente del futuro che è la speranza. Nella vigna del Signore siamo tutti, è la Terra intera, è questo nostro mondo che continuiamo a violentare con il nostro peccato, con lo sfruttamento indiscriminato delle risorse, con la devastazione dell’ambiente, con le immense discriminazioni tra i popoli e all’interno delle singole nazioni causate dagli interessi inconfessabili di quanti, come i vignaioli della parabola di oggi, vogliono usurpare un’eredtà che appartiene all’umanità intera e che non si fermano di fronte al delitto, neppure di fronte a genocidi palesi con le armi o striscianti, ma sistematici, con la fame, con le malattie, con l’oppressione del povero. Facciamo memoria sapiente del nostro passato, sapendo che ci accompagna, viviamo con responsabilità la visione del nostro presente, dei nostri comportamenti concreti, difendiamo la speranza che è il presente del futuro, nostro e delle generazioni dei nostri figli».
«Se vogliamo dirci cristiani non solo perché parteciamo alle celebrazioni liturgiche, non solo con le nostre povere parole – concluse il cardinale Antonetti – apriamo davvero in cuore e la mente alla Parola di Dio. Solo così saremo il popolo che fa fruttificare la vigna del Signore, la Terra data nell’eredità di un perenne usufrutto a tutta l’umanità e a tutte le generazioni».
Buona domenica a tutti
