La partecipazione alla Messa domenicale resta il cuore e il fulcro della vita cristiana. Sosta e Ripresa intende offrire ai propri lettori un contributo di riflessione sulla liturgia domenicale, nella convinzione che “spezzare la Parola” del Signore è indispensabile per meglio partecipare alla sua mensa eucaristica.

Anche in questo 11 ottobre 2020, XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – ANNO A, ci affidiamo alle riflessioni omeletiche che il cardinale Lorenzo Antonetti espresse nell’ultimo decennio del secolo scorso, na che hanno una perenne validità pastorale, si segnalano in questo nostro tempo per una singolare e significativa attualità, a riprova di una peculiare capacità del porporato, dopo aver trascorso gran parte del ministero nel servizio diplomatico alla Santa Sede, di riconoscere – e del caso di denunciare – i segni dei tempi, alla luce di una profonda, incarnata adesione alla parola di Dio.
«La parabola del Vangelo di oggi (Mt 22, 1-14) – disse il cardinale – è raccontata da Gesù nello stesso contesto di quelle che abbiamo acoltato e meditato nelle ultime domeniche e si rivolge allo stesso uditorio, quello che nel capitolo precedente viene individuato tra sacerdoti e anziani del popolo. Il linguaggio accentua espressioni di durezza e di condanna. Il banchetto preparato dal re, figura di Dio, viene disertato per egoismo, noncuranza, persino arroganza da coloro che erano stati i primi per i quali era stato imbandito, per coloro ai quali doveva essere ben chiara la profezia di Isaia che abbiamo ascoltato oggi (Is 25, 6-10a) sulla felicità preparata per tutta l’umanità, così come il senso di fiducia ricompensata del quale ci parla il salmo 22».
«Dobbiamo capire, capire davvero – fu il lucido e severo monito del cardinale – che questo non riguarda solo e neppure principalmente, quanti ascoltavano Gesù quel giorno a Gerusalemme. In molti, in troppi lungo i secoli hanno ripetuto e ripetono ancora oggi quell’atteggiamento arrogante. In troppi, anche nella Chiesa, hanno attribuito il giudizio di condanna del Signore al popolo di Israele. In troppi nelle nostre società, persino nelle nostre comunità ecclesiali, si identificano negli eredi autentici della promessa del Signore, come se i fedeli di religioni diverse, lo stesso ebraismo, l’islam e tutte le altre se ne siano o siano stati esclusi. Non è così. La parabola descrive tutti gli uomini, di ogni epoca. E la nostra non fa certo eccezione, anzi».
«Pochi anni fa, la caduta del muro di Berlino e la sostanziale dissoluzione dell’Unione sovietica – argomentò il cardinale – fecero parlare alcuni addirittura di fine della storia. Tutto l’errore veniva attribuito all’avversario sconfitto. Sono bastati questi pochi anni a smentire quei falsi profeti, a denunciarne il compiacimento sciocco, quando non l’ipocrisia strumentale ai propri fini. Sono le nostre società di oggi ad essere abitate da quanti pensano solo al proprio campo, ai propri affari. Sono le nostre società di oggi che insultano e persino uccidono quanti il Signore ci invia, nei poveri, negli oppressi, negli affamati, nello straniero migrante per bisogno o per sfuggire a guerre e persecuzioni. Sono le nostre società che cedono alle lusinghe ingannevoli di Mammona, cioè del demonio che del proprio sterco fa denaro. Sono le nostre società, ovunque, anche nell’Europa opulenta dove la guerra è tornata (il cardinale parlava dell’ex Jugoslavia, n.d.r.) al seguito di quei nazionalismi forsennati che pervertono persino le religioni, i segni delle religioni, ai loro disegni, sfruttandole per cementare le loro fragili identità. Sono nelle nostre società coloro che ispirano e cavalcano paure e ci indicano presunti nemici per garantirsi rendite personali di potere. Sono quanti si sforzano di cancellare dai nostri cuori le parole eterne del salmista: “anche se vado per una valle oscura non temo alcun male… ” perché “… davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei tuoi nemici”. Ricordiamoci dunque della promessa che ci è stata fatta di abitare nella casa del Signore».
«Ricordiamo, soprattutto – concluse il cardinale Antonetti – che non sono lecite in questo compito superficialità, furbizia o tentativi di mimetizzazione. Per partecipare al banchetto del Signore, al centuplo quaggiù e all’eternità nella gioia piena dobbiamo indossare la veste adatta. Non è impossibile per nessuno procurarsela- Abbiamo tutti i sarti capaci di aiutarci a cucircela nell’anima, dal magistero che ci è offerto dalla Dottrina sociale della Chiesa agli insegnamenti di questo Papa (era Giovanni Paolo II, n.d.r.) che ci guida, che guida la Chiesa verso il suo terzo millennio, alla capacitò di ciascun essere umano di comprendere i segni dei tempi, di riconoscere il comandamento dell’amore in ogni aspetto della propria vita, dallo studio al lavoro, dalla famiglia alla società, dal rispetto per gli altri a quello per la natura. Procuriamoci quella vesta, con la preghiera e con le opere della nostra vita. Non mettiamoci in condizione di essere gettati – o forse lasciati – nel pianto e nello stridere didenti, nella sofferenza senza conferto e nell’ira senza costrutto e senza scopo. Abbiamo la promessa del Signore, abbiamo la Sua passione che ci ha riscattato. Non sprechiamola per un premio miserabile, per moltiplicare consumi inutili ai quali ci spingono falsi bisogni».
Buona domenica a tutti
