La partecipazione alla Messa domenicale resta il cuore e il fulcro della vita cristiana. Sosta e Ripresa intende offrire ai propri lettori un contributo di riflessione sulla liturgia domenicale, nella convinzione che “spezzare la Parola” del Signore è indispensabile per meglio partecipare alla sua mensa eucaristica.
Riprendiamo in questo 8 novembre 2020, XXXII Domenica del Tempo Ordinario – ANNO A, a seguire il cammino di riflessione propostoci dalla Chiesa sul Vangelo di Matteo e sulle altre letture che lo accompagnano di domenica in domenica, con l’aiuto delle omelie del cardinale Lorenzo Antonetti, ribadendo la convinzione che il quarto di secolo trascorso da quando vennero pronunciate, non ostacola in nulla ancora oggi della loro attualità di senso, del loro utile insegnamento a leggere la nostra quotidianità.

«Domenica scorsa – disse il cardinale Antonetti – abbiamo concluso il nostro esame sugli insegnamenti di Gesù riguardo alla necessità di di andare al cuore della legge, oltre gli usi strumentali che possono farne questo o quel gruppo, all’epoca sadducei e farisei, di gran parte dei quali il Signore condanna sostanzialmente la superbia e l’arroganza. (Sulla liturgia di domenica scorsa, 1° novembre 2020, su Sosta e Ripresa abbiamo riportato l’omelia del cardinale per la Solennità di Tutti i Santi, che prevale su quella ordinaria della XXXI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A, alla quale l’esordio del cardinale stesso fa riferimento in questa omelia, n,d.r.).
Oggi la liturgia ci riporta, sia con il libro della Sapienza (Sap 6, 12 16), sia con la prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (1Ts 4, 13-18), sia con il Vangelo di Matteo (Mt 25, 1-13) ai quei temi, già prospettati nelle diverse parabole sempre del Vangelo di Matteo sulle quali abbiamo riflettuto nelle scorse settimane, che il catechismo chiama i Novissimi, cioè la fase che conclude la nostra vita terrena: sono morte, giudizio, inferno o paradiso. Sono cioè la coscienza che viviviamo nella storia, ma siamo nell’eternità, che saremo giudicati sull’amore, che da questo saremo o nella condizione di una terribile negazione inflittaci della presenza di Dio con noi o nel suo eterno abbraccio salvifico».
«Sia ben chiaro – sottolineò il porporato-, noi sappiamo che l’inferno esiste, ma nessuno può dire se ad abitarlo insieme a Lucefero e ai suoi angeli ribelli ci siano esseri umani. Non lo sappiamo di Giuda che ha tradito Gesù, non lo sappiamo di tutti coloro dei quali la storia ci ha tramandato gli orrori, non lo sappiamo di quanti quegli stessi o simili orrori perpetrano ai nostri giorni. La nostra fede, la dottrina della Chiesa, con tanta sapienza pastorale arricchita e confermata dal Concilio Vaticano II, ci dicono che occorre distinguere il peccato dal peccatore, ci vietano di arrogarci, con la stessa superbia che il Vangelo stigmatizza in molti farisei, di identificare il giudizio di Dio con il nostro. È in noi stessi che siamo chiamati a riconoscere il peccato, a combatterlo, a rinnegarne le lusinghe, come già abbiamo espresso – o altri, genitori e padrini hanno espresso per noi – nelle promesse battesimali. E se ci capita di ritenere qualcuno in una situazione di peccato il nostro compito è avvicinarlo con spirito fraterno, parlargli con amore e senza arroganza di quanto consideriamo un errore, soccorrerlo nello smarrimento se lo vive, nel bisogno se lo opprime, quel bisogno che tanto spesso è causa prima di smarrimento e di errore.
Questo ci fa comunità d’amore, questo ci fa Chiesa, in questo ci notre l’Eucarestia, in questo ci sostimene la preghiera, questo è la caritas, l’amore che il Signore per primo prova per noi e sulla cui nostra risposta saremo giudicati. Dobbiamo prepararci, giorno per giono a saper dare questa risposta in ogni circostanza, fino a quell’ultimo passaggio oltre il quale ci aspetta l’eterno abbraccio di Dio».
«Le letture di oggi, soprattutto la parabola delle cinque vergini savie e delle cinque vergini stolte, riportata solo nel Vangelo di Matteo, ci parlano della necessità di vegliare, che non significa stare svegli (le fanciulle della parabola dormono tutte e dieci) ma di essere vigili, di essere preparati. Vedo anche oggi fra voi – disse ancora il cardinale Antonetti – molti giovani scout (all’epoca il cardinale presiedeva una delle messe domenicali in una parrocchia romana, n.d.r.).
So che il vostro motto è proprio siate preparati. È un bel motto, tratto dal Vangelo, che vale per ragazzi come voi, per un vecchio come me, per tutti. Vale in molte circostanze, per esempio sarebbe bene – scherzò il porporato – che foste preparati quando andate a un’interrogazione scolastica o magari per una gara sportiva. Ma so anche che il motto di quelli tra voi un po’ più piccoli è fare del proprio meglio e di quelli un po’ più grandi è servire.
Un mio amico mi ha insegnato che per comprendere lo scoutismo, sopratto il vostro, quello cattolico, bisogna leggerli di seguito: fare del proprio meglio per essere preparati a servire. È un buon programma. In un certo senso potremmo dire che è una sintesi del significato di una vita cristiana e persino della Chiesa stessa. Ma quell’invito a vigilare, a essere pronti, è anche un monito che Gesù ci dà in vista dei Novissimi, a partire da quella morte corporale che san Francesco chiama sorella. A quel passaggio non saremo soli. Pensateci ragazzi, pensiamoci tutti. Pensiamoci con fiducia, speranza e amore quando recitiamo una delle preghiere più care a tutti noi, l’Ave Maria: “… prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte”. E siate certi che la Madonna le nostre preghiere, se sincere, le ascolta».
Buona domenica a tutti
