«Oggi vorrei pregare in particolare per la popolazione della regione settentrionale della Nigeria, vittima di violenze e attacchi terroristici. Seguo con particolare attenzione la situazione delle difficili trattative sulla questione del Nilo tra Egitto, Etiopia e Sudan. Invito tutte le parti a continuare sulla via del dialogo, affinché il “Fiume eterno” continui a essere una linfa di vita che unisce e non divide, che nutre sempre amicizia, prosperità, fratellanza e mai inimicizia, incomprensione o conflitto. Si al dialogo, cari fratelli dell’Egitto, dell’Etiopia e del Sudan! Sia il dialogo la vostra unica scelta, per il bene delle vostre care popolazioni e del mondo intero».

Così Papa Francesco dopo la preghiera dell’Angelus, ieri, nella solennità dell’Ascenzione. Chiunque conosca un minimo gli interventi pontifici nel “dopo Angelus” (come lo chiamano i giornalisti che si occupano del Vaticano e anche  quelli che per il Vaticano lavorano) sa che si tratta di un momento significativo dell’azione specificamente politica della Santa Sede e del magistero pontificio. Non si tratta mai di interventi generici e neppure di affermazioni solo pastorali. In questi casi il Papa parla certo, come sempre, a tutti gli uomini di buona volontà, ma parla soprattutto ai responsabili politici e istituzionali dei Paesi che cita e delle organizzazioni della comunità internazionale.

Aver fermato l’attenzione, dopo la sintetica preghiera per le genti nigeriane, sul negoziati per il Nilo che sembrano di nuovo – dopo due anni – a un punto morto, testimonia una preoccupazione reale. L’appello al dialogo, ripetuto tre volte in poche righe, è ovviamente significativo. Ma a congiungere le due parti dell’intervento è un’altra parola: popolazioni. Perché in politica, come in ecclesiologia, dove si ascoltano solo le proprie parole e non quelle dell’altro ogni confronto s’ingessa, e da questa pietrificazione si espande solo un dolore, che finisce per per travolgere il bene di tutti. Vale per i fondamentalismi pseudo religiosi che si tramutano in ferocia terroristica omicida. Ma vale anche, fatte ovviamente le debite proporzioni, per gli atteggiamenti pregiudiziali, quando non dettati da propri interessi incoffessabili o magari eterodiretti da  altrettanto non dichiarati interessi stranieri.

Tra i non pochi irrisolti e persino aggravati problemi africani, c’è come noto  quello sulla gestione delle acque del Nilo,  una delle principali e più antiche dispute del continente.

Due anni fa, nel giugno del 2018, era sembrata profilarsi una possibilità di soluzione,  con prospettive  positive per tutte le popolazioni di uno dei maggiori bacini fluviali del mondo, grazie ai passi bilarterali tra due dei principali soggetti coinvolti, l’Egitto e l’Etiopia, ma prospettive.

La svolta c’è stata  quando si incontrarono al Cairo il presidente egiziano  Abdelfattah al-Sisi e il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali, per discutere della  Grande diga del rinascimento etiope (Gerd), da tempo in costruzione in iEtiopia vicino al lago Tana, la sorgente del Nilo Azzurro, a quindici chilometri dal confine sudanese. E già il mese prima Etiopia, Egitto e Sudan,  accogliendo una vecchia proposta dell’Unione europea appoggiata anche dalle istituzioni internazionali,  avevano concordato la formazione di un loro comitato scientifico trilaterale, per  calcolare e studiare l’impatto dell’opera sul Nilo e sull’ambiente regionale in generale.

Il progetto etiope  della Gerd, finora completato per circa il 60%, in passato ha provocato tensioni gravissime con Egitto e Sudan, principali fruitori delle acque del Nilo,  in base ad accordi  di epoca coloniale, tensioni che più volte sono arrivate a sfiorare la guerra.

La gestione delle acque del Nilo e del loro utilizzo sul piano giuridico internazionale  è basata tuttora sull’accordo del 1929 tra Egitto e Gran Bretagna, all’apoca potenza coloniale in Sudan, rivisto trent’anni dopo quando il Sudan stesso diventò indipendente. Con tali accordi,  Egitto e Sudan si sono assicurati circa il 90% dell’acqua del Nilo, per tre quarti il primo, a sostanziale discapito degli altri otto Paesi  bagnati dal Nilo, compresa appunto l’Etiopia da cui proviene l’85% delle acque, all’epoca non considerati nelle trattative e che proprio per questo non si sono mai sentiti vincolati da quegli accordi. Soprattutto, l’Egitto ha tra le sue prerogative il diritto di veto su eventuali grandi opere infrastrutturali che possano influire sul regime del grande fiume. E nel caso della Gerd, come detto, tutti i governi egiziani hanno sempre dichiarato di essere pronti a sostenere tale diritto con le armi.

Due anni fa,  dopo l’incontro con il primo ministro etiope,  il leader egiziano sembrava aver aver adottato un atteggiamento più dialogante, concentrando  il confronto non più sulla diga in sé, ma sulla sua velocità di riempimento, cioè sul flusso idrico che continuerà ad arrivare a valle.

La volontà di arrivare a un’intesa completa era sembrata tenere per oltre un anno, senza che a incrinarla, come alcuni osservatori avevano ipotizzato,  avessero contribuito  i mutamenti ,nel terzo principale Paese convolto, il Sudan, con la fine del pluridecennale potere dell’ex presidente Omar el Bashir e l’insediamento di una giunta militare. Il Sudan, infatti, dopo essere stato da sempre alleato dell’Egitto sulla questione del Nilo, negli ultimi anni aveva invece più volte sostenuto l’Etiopia nei vari negoziati internazionali,  anche con  una serie di dichiarazioni di  esplicito supporto alla realizzazione della diga.

Tuttavia i negoziatori sembrano ora arrivati a uno stallo, né a sbloccarlo è valso, all’inizio di questo mese il nuovo tentativo di mediazione fra i tre Stai condotto dall’Unione Africana  in una tre giorni in videoconferenza per discutere le questioni ancora in sospeso riguardanti la diga, mentre anche l’Onu, pur non essendo direttamente coinvolta nella questione, ne segue da vicino gli sviluppi.

Ciò detto, va  aggiunto che finora sempre di un confronto trilaterale bilaterale si tratta, per quanto innovativo, mentre una sistemazione definitiva richiede comunque un allargamento del dialogo e del consenso, dato il numero  di Paesi coinvolti, direttamente o indirettamente, nella gestione delle acque del Nilo – oltre ai tre già citati ci sono anche  Burundi, Rwanda, Tanzania, Uganda, Sudan del Sud, Repubblica Democratica del Congo, Kenya ed Eritrea. per non parlare degli interessi delle potenze non continentali che sulla costruzione della Gerd e delle infrastrutture ad esse collegate hanno investito.

Anche stavolta sembra incominciare a levarsi un chiaro vento di fallimento. Il che spiega l’intervento di ieri del Papa a far soffiare più forte i venti del dialogo e dell’attenzione al bene comune, perchè si metta davvero fine a un pluridecennale  conflitto diplomatico che rischia di diventare pericoloso per la stabilità  di una così vasta regione dell’Africa e perché sul Nilo navighi finalmente una stagione di pace per tutti.

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