Ci sono gli oggetti e ci sono le persone. Ci sono situazioni e ci sono esperienze, a volte involontarie o persino casuali, che persone e oggetti coinvolgono al punto di metterli quasi in una simbiosi identitaria. Una toga può raccontare l’identità di un magistrato o di un docente. Un violoncello quella di una musicista. Un pieghevole ben impaginato di un contratto stilato da un importante studio legale quella di un giovane avvocato in carriera. Ma l’identità di un oggetto non muta, mentre quella di una persona può farlo.

Racconta questo, sostanzialmente, “La toga, il contratto, il violoncello”, il nuovo libro di Laura Guercio, uscito per i tipi di dell’editrice Augh! di Viterbo (collana Frecce, 2021. 150 pagine, € 14) una casa editrice forse piccola, ma certo di contributi significativi alla crescita culturale e che un giornale come Sosta e Ripresa, edito a sua volta a Viterbo, apprezza con convinzione.

La vicenda si dipana – mentre arrivano le prime notizie della pandemia che sta condizionando questo tempo – da un incontro, appunto casuale, nella sala d’aspetto di un aeroporto tra un anziano giurista, una giovane violoncellista e un giovane avvocato, tutti diretti nei Balcani. I primi due, entrambi italiani, per una cerimonia ufficiale a Sarajevo, il magistrato come ospite d’onore, la violoncellista per tenervi un concento.  L’avvocato, che pure di Sarajevo è originario, ma che ne è fuggito da bambino con i genitori durante la guerra del 1992-1995 e da allora è vissuto a Monaco di Baviera, è invece diretto a Pristina, in Kosovo, per la firma appunto di un contratto per lui particolarmente rilevante, dato che si annuncia come un passaggio decisivo per diventare socio dello studio legale per cui lavora. Un concatenarsi di vicende, che lo spingeranno comunque a riflettere e a interrogarsi, gli consentiranno di raggiungere gli altri due – in realtà nella sua intenzione soprattutto la ragazza – a Sarajevo, dove questo processo in parte di memoria e molto di autocoscienza si completerà.

L’autrice del libro è una giurista ed è impegnata da molti anni nel delicato settore della tutela dei diritti umani. Da Flaubert in poi, tutti sappiamo che ogni autore è un po’ i suoi personaggi. Se si dovesse indicare chi è la Bovary di Laura Guercio in questo libro, verrebbe spontaneo dire che è un po’ il vecchio magistrato, già giudice del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia, e molto il giovane avvocato. Meno evidente è forse, se non in alcuni aspetti caratteriali che rivelano la donna di classe e di forte sostanza che traspare da una riservatezza altrettanto forte, quanto l’autrice svela di sé nel personaggio della violoncellista.

Ciò detto, occorre aggiungere che Laura Guercio, arrivata solo al suo secondo romanzo, si conferma scrittrice di buon spessore. Come nella sua opera prima – Le rose di Agbobloshie, a suo tempo recensito su questo giornale – l’intreccio narrativo è soprattutto il modo per denunciare – con un’incisività forse non raggiunta dai rapporti internazionali che costituiscono parte essenziale della sua esperienza professionale – le discriminazioni omicide di una società malata di strapotere finanziario e di sistematica discriminazione vessatoria. Nel primo romanzo, ambientato appunto nella discarica venefica di Agbobloshie, in Ghana, i personaggi intorno ai quali ruota la vicenda sono i bambini che di quei veleni sono vittime. In questo sono gli adulti a essere indagati, nel contesto di un’epoca, la nostra, in cui Balcani pagano non solo l’ormai ultraventennale eredità delle guerre che hanno lacerato quella terra nell’ultimo decennio del secolo scorso, ma la debolezza della comunità internazionale che la lascia in balia di trafficanti d’armi e di persone.  Ci sono sullo sfondo e sulla scena i personaggi che su questo lucrano e questo perpetuano. Ma ci sono quelli rifiutano questa complicità sia pure per omissione o incuria. Personaggi che raccontano un modo diverso di essere persone tra le persone, di un’identità decisa a percorrere le strade del bene.

Lo spessore dell’autrice si rivela non solo e non tanto nel tratteggiare i tre protagonisti, ma nel delineare i comprimari, le persone che il giovane avvocato incontra. Sono loro, potremmo dire, a comporre la Bovary di Laura Guercio. Prima a Pristina: un autista che racconta con amore la sua città, una venditrice di ricami dalla strana e profonda dolcezza, un vecchio professore orgoglioso di spiegare il fascino di una moschea storica, una attivista di una Ong che incomincia ad aprirgli gli occhi su cosa c’è dietro davvero al suo contratto e che rincontrerà al momento di partire per un’esistenza diversa. Poi a Sarajevo, dove si delinea con ancor maggiore precisione l’intento dell’autrice. Non solo nei colloqui tra i tre protagonisti, ma attraverso appunto alcuni comprimari:  la proprietaria di un ristorante nel quale si può sostare sentendosi a casa, con  l’attenzione minuziosa alla descrizione dei cibi che l’autrice rende una scelta culturale prima ancora che documentaristica; una donna che della città ferita conserva una memoria ormai riscattata dall’angoscia e che in modo forse involontario, ma comunque efficace, spinge anche lui a indagare la verità dei propri ricordi; un vecchio giornalista che ha speso la vita a documentare le tragedie delle terre dove l’arroganza predatoria di pochi opprime la vita di troppi, compreso proprio il martirio di Sarajevo. Non sono, almeno all’apparenza, personaggi vincenti. Ma in tutti c’è un anelito di verità, una determinazione a non negare speranza.

La toga resterà come un omaggio alle vittime, ma la domanda che si pone il vecchio magistrato sul senso della giustizia – di cosa sia una giustizia che non consente riconciliazione e ricerca condivisa e determinata della pace – volteggia irrisolta nella mente del lettore. La scelta del violoncello resta come omaggio a Vedran Smailović che quello strumento suonò per ventidue giorni nella Sarajevo assediata e bombardata, per piangere le altrettante vittime della strage del pane (quando i mortai si accanirono sul mercato della citta).   E l’adagio di Albinoni avrà ancora un valore catartico, stavolta per l’unico bambino che di questo libro è protagonista. Quel bambino fuggito in una notte di terrore da Sarajevo con i suoi genitori e poi diventato un giovane avvocato in carriera a Monaco di Baviera.

Catarsi, ma anche comprensione, riappropriazione di un’identità tenuta in disparte per tanti anni. Non sarà questo fermare i mercanti di morte. Ma quell’uomo che ha ritrovato la sua storia quel contratto lo strappa in faccia a quel cliente che ha imparato a misurare.

C’è un ultimo oggetto, nella vicenda raccontata da Laura Guercio, un orologio di plastica acquistato dal giovane avvocato al posto di quello di lusso che riteneva dover mettersi al polso come simbolo concreto del suo successo professionale, dell’essere diventato socio di un prestigioso studio legale.

E sarà quell’orologio a avvertirlo dell’appuntamento mattutino che conclude il libro. Un appuntamento a distanza, perché la pandemia ormai si è diffusa. Un caffè mattutino da prendere guardandosi solo attraverso lo schermo di un computer con la giovane violoncellista che era andato a cercare a Sarajevo, che ha ascoltato in lacrime suonare quell’adagio e che lo spingeva nella. sua identità ritrovata. Perché è un orologio di plastica l’ultimo segno identitario della storia di questo libro, una storia che si annuncia d’amore e di ostinata speranza.

Condividi