Un nuovo stile di vita. Questa espressione si trova già nella “Populorum progressio” (1967) di san Paolo VI.
Si ritrova nella “Centesimus annus” (1991) di san Giovanni Paolo II, viene ripetuta nella “Caritas in Veritate” (2009) di Benedetto XVI, che critica espressamente la speculazione della finanza e la riprende ancora la “Laudato sì” (2015) di papa Francesco che apertamente denuncia il “consumismo ossessivo” (203) come un pericolo per la vita stessa del pianeta.

Sempre più spesso, cioè, da oltre cinquant’anni, quelli seguiti al Concilio nei grandi interventi dei Papi che si sono susseguiti dopo il Concilio Vaticano II ricorre questo appello a mutare i parametri della convivenza umana, nelle condizioni delle singole comunità più o meno estese e nelle politiche internazionali.
Purtroppo questo appello, non solo di giustizia, ma anche di elementare buon senso, questo sforzo di richiamare i fedeli e tutti gli uomini di buona volontà a un umanesimo più consapevole, più aperto agli altri, più moderato nei costumi e nei consumi, è rimasto di fatto inascoltato.
Il quadro geopolitoco globale nel quale gli interventi della Dottrina sociale della Chiesa hanno cercato di fare breccia, praticamente da sempre, ma con maggiore consapevolezza e convinzione appunto dopo il Concilio, si è progessivamente e sempre più velocemente mosso in direzione completamente opposta.
Il mondo sviluppato si è orientato verso un consumismo sempre più spinto. Con una accelerazione dopo che il il cosiddetto momdo libero, ma sarebbe più giusto parlare tout court di capitalismo, ha prevalso su quello a ideologia e prassi comunista, ma anche in questo caso – perversioni storiche a parte – sarebbe più giusto parlare di aspirazione all’uguaglianza.
Negli anni ’90 del secolo scorso, col il crollo dei regimi totalitari euroasiatici, il consumismo indotto da una finanza sregolata ha costruito una globalizzazione senza diritti, impregnando il mondo di un materialismo edonista, egoistico e individualista, erodendo le garanzie socio-economiche delle popolazioni.
Dal punto di vista economico, l’unico che oggi sembri contare, nel mondo globalizzato c’è un progressivo aumento numerico dei meno abbienti e della loro povertà, mentre una spropositata ricchezza si concentra sempre più nelle mani di pochi ricchi sempre più ricchi.
Parallelamente un diabolico disegno di scollamento dei valori cristiani cerca di affermarsi nella stessa legislazione degli Stati più sviluppati.
Nei Paesi di prima evangelizzazione la pratica della religione cristiana (non solo cattolica) si è ridotta drasticamente, ma anche i fedeli e spesso anche i laici impegnati conducono uno stile di vita assolutamente conforme al consumismo imperante.
È ammirevole l’impegno di tanti credenti nel campo pastorale, assistenziale, del volontariato e nell’attenzione alla custodia del creato, ma nel privato prevalgono i modelli consumistici imperanti in società. Al di fuori del loro impegno ecclesiale i credenti sono per lo più mimetizzati nel comportamento generale.
È possibile un nuovo stile di vita che unisca delle comunità di laici, di famiglie che vivano al di fuori della logica del consumismo e dell’alienante individualismo? È possibile ripetere le esaltanti esperienze delle prime comunità cristiane, come descritto nella “Lettera a Diogneto” o da Tertulliano, dove l’amore tra i cristiani era una realtà che “colpiva” i pagani?
Esiste un modello diverso in tante comunità associative di vita in comune. Forse quella più strutturata è la realtà di Nomadelfia, ma è un’esperienza datata perché nata nel secolo scorso in un contesto agricolo, come era la società prevalente a quel tempo. Ma c’è già un tentativo di tradurre quell’esperienza in un ambito cittadino.
Si potrebbe creare in ogni parrocchia una comunità di condivisione dove diverse famiglie vivendo nella propria casa condividano tutti i servizi: pasti, scuola, assistenza, ricreazione. All’interno della comunità condivisa il costo dei consumi verrebbe drasticamente abbattuto, la disoccupazione sparirerebbe (il problema del lavoro è la retribuzione: la busta paga) chi vuole lavorare all’interno della Comunità viene retribuito con i servizi: il lavoro diventa la realizzazione di sè stessi.
Comunità di condivisione sono note in campo ideologico o sociale, come i Centri sociali, o i Kolkoz, o i Kibbuz, ma in ambito religioso il collante è la carità cristiana che genera l’ammirazione e l’emulazione. Anche persone non cattoliche potrebbero sperimentare il calore di una comunità che li fa sentire una unica famiglia.
Oggi va di moda lo slogan “Chiesa in uscita” e tale progetto sembra esattamente il contrario. Non bisogna pensare che le stesse strategie siano valide a tutte le latitudini ed in tutti i contesti: per respirare i polmoni devono alternativamente aprirsi e chiudersi. Né considerarsi benpensanti perché si sa che un arresto improvviso della spirale consumistica potrebbe comportare il collasso di tutto il sistema. La possibilità del collasso per implosione è ben presente nella società contemporanea, finora evocato in occasione di crisi finanziarie, bolle speculative, incertezze di approvvigionamento di risorse. Sorprendentemente (ma nemmeno tanto) un nuovo più devastante colpo è venuto da un virus che ha sconvolto e contraddetto tutte le certezze economiche del pianeta. Invece dal punto di vista religioso il pericolo non esiste: le persone disposte a rinunciare alla proprietà privata per una vocazione spirituale son sempre state una minoranza che non ha influito “economicamente” nella società, ma ha avuto un impatto determinante sulla vita religiosa e morale. È come il sale della terra o la luce del mondo: a cominciare dalla comunità apostolica, alle esperienze eremitiche, alle abbazie, agli ordini mendicanti.
Scriveva la nostra fondatrice:
“Il mondo da salvare dalla corruzione. Il mondo al quale rivelare l’unico sapore. Il mondo davanti al quale far splendere la luce perché alzi gli occhi e scopra il Padre da lodare e da benedire… Voi…, tocca a voi.
Che miseria, guardandoci, confrontandoci a questo mandato con i nostri compromessi e adattamenti, con il nostro Cristianesimo scipito e senza rilievo, con il semi-ombra o semi-luce della nostra vita!
Sale nella mano del Cristo perché egli lo possa spargere per impedire la corruzione o combatterla.
Sale perché lo possa diffondere per rivelare al mondo il sapore delle cose del cielo.
Lucerna nella mano del Cristo perché egli la possa mettere sul candeliere nella vita di ogni giorno per far luce a quelli di casa…
Noi nella mano del Signore perché possa servirsi di noi, cui ha dato tutto sé stesso…
Quest’obbligo di testimonianza, vicino a lui non fa più paura…commuove. Di noi, Signore, ti vuoi servire?!
Allora sii tu il mio sale e la mia luce”
Da: Tommasa Alfieri: “Uno sguardo che accarezza la memoria” , 2010 Ed. Amici della Familia Christi

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.
