Nota della Direzione

Offriamo ai lettori le “Riflessioni sui Vangeli della domenica” dell’anno liturgico B –  che incomincia con questa domenica 3 dicembre 2023 ed è incentrato principalmente su quello di Marco – che fanno da introduzione ai commenti di padre Ubaldo Terrinoni OFM CAPP che Sosta e Ripresa pubblicherà settimanalmente nella rubrica Spezzare la Parola.

Vangelo di Marco
Per conoscere il Vangelo di Marco

1. Breve struttura del Vangelo

È un Vangelo diviso in due grandi parti con al centro un episodio determinante.

La prima parte è in Mc 1, 1-8, 26: Gesù proclama il messaggio del Regno di Dio e lo conferma   con parole ed eventi, cioè prodigi, miracoli. La folla, i Dodici e anche i demoni si chiedono: “Chi è costui al quale anche il vento e il mare obbediscono” (Mc 4, 41); “che è questo? Un insegnamento nuovo impartito con autorità! Comanda perfino agli spiriti immondi ed essi gli obbediscono” (Mc 1, 21).
In Mc 8, 27-30 è l’episodio che sta al centro! Qui si ha una risposta d’uomo, ed è Pietro a darla: Tu sei il Cristo! É la professione di fede di Pietro e degli altri Undici, ed è un evento che dà una svolta all’intera opera e apre la seconda parte; questo è l’episodio che fa da cerniera tra la prima e la seconda parte. È il traguardo raggiunto dai discepoli, ed è la risposta alla loro stessa domanda: Chi è costui…?
A2) In Mc 8, 31 – 16, 20 c’è la seconda parte.  “E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire…”. Dunque l’annuncio della Passione e Risurrezione costituisce il tema della seconda parte dell’opera. Il verbo “cominciò” che apre l’intera sezione ha tutta l’aria di un insegnamento difficile da accettare e sul quale Gesù dovrà tornare sovente. É il discorso sull’impegno di portare la croce.

2. Alcune puntualizzazioni

a)  Nella prima parte, Gesù si rivolge alla folla e ai Dodici e insiste sull’impegno di capire, di comprendere il mistero del Regno: “Se non comprendete questa parabola, come potete comprendere tutte le altre parabole?” (Mc 4,13; 7,18; 8,17-21). Gesù insiste sulla comprensione, sull’ascoltare, sull’aprire gli occhi per accogliere il mistero del Regno. Egli cerca di risvegliare e impegnare la riflessione personale.

Nella seconda parte, si passa dal “comprendere” al “fare”: “Chi perderà la sua vita… la salverà” (Mc 8,35); bisogna lasciare casa, fratelli, sorelle, figli e campi (Mc 10,29); bisogna disporsi anche ad essere trascinati nei tribunali (Mc 13,9ss).

b) Nella prima parte, Gesù annuncia l’avvento del Regno: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino” (Mc 1,15); “di nuovo si mise a insegnar loro lungo il mare…” (Mc 4,1); Insegnava loro molte cose in parabole e diceva loro…” (Mc 4,2); “venuto il sabato, incominciò a insegnar loro nella sinagoga…”.

Nella seconda parte, il Maestro passa a sollecitare a “entrare nel Regno”: “È meglio che tu entri con un occhio solo nel Regno che essere gettato con tutti e due nella Geenna” (Mc 9,47); “chi non riceve il regno come un bambino non vi entrerà” (Mc 10,15); “quanto è difficile per quelli che hanno ricchezze entrare nel Regno dei cieli” (Mc 10,23); “è più facile a un cammello passare per la cruna di un ago, che a un ricco entrare nel Regno dei cieli” (Mc 10,24).

3. Il dinamismo della Parola

C’è una triplice modalità nel rapporto che l’uomo ha con la parola: parlare, ascoltare, fare, cioè dire la parola, ascoltare la parola, tradurre in pratica la parola. Nella successione logica dei tre verbi si nota che c’è il passaggio dal dire al fare, cioè dall’essere semplici “ascoltatori a concreti operatori della parola (factores verbi) (Lettera di san Giacomo 1, 22.25). Ma, ahimè, l’esperienza quotidiana conferma che “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”.

Il nostro tempo, contrassegnato come l’era delle rapide comunicazioni mediante una fittissima rete di messaggi e messaggini scritti e parlati, è purtroppo anche il tempo dell’inflazione delle parole. Per cui calza anche per noi il sapiente monito di Qohelet: “Tutte le parole sono logore e l’uomo non può più usarle” (Qo 1,8; 12,12).

Le menti più attente e culturalmente più sensibili del nostro tempo denunciano palesemente un disagio generale dell’uomo di oggi e tentano anche di dare uno sbocco positivo al disagio stesso. Si tratta di una riconquista della parola da parte dell’uomo, della parola però che realizza quanto essa significa: cioè il dire e il fare devono tornare ad essere in stretta relazione; “parola e azione” devono costituire un binomio inscindibile. La parola infatti esige di essere “fatta”, di essere tradotta in gesti e comportamenti concreti e non rimanere semplice flatus vocis. Questa è del resto la sapiente indicazione che riporta l’uomo al centro della storia.

In altri termini, mediante un’attenta e prolungata meditazione, tornare a confrontare, o meglio, a immergere le nostre molte parole nell’Unica Parola. É appunto qui che le nostre riemergono impregnate di tutta la forza della Parola e risultano feconde di frutti. Ed è così che esse tornano a fare oltre che a dire; spuntano così nuove dal profondo del nostro essere come se non fossero state mai pronunciate prima. Sono parole di vita, penetranti, esplosive e arrivano dovunque con la loro essenzialità dirompente.

Il Concilio Vaticano II esorta i fedeli a riflettere in modo prolungato sul testo sacro non solo durante le celebrazioni liturgiche, ma anche mediante la lectio divina; ed è così che “i figli della Chiesa si familiarizzano con sicurezza e utilità con le Sacre Scritture e sono permeati del loro spirito” (Costituzione conciliare Dei Verbum, 25).

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