In questi mesi segnati dai lutti e dall’incertezza provocati da un’epidemia più diffusa anche se meno mortale di altre nel passato, la speranza è sembrata ritrarsi, il pensiero paralizzarsi di fronte alla prospettiva di un futuro dai contorni che nessuno sa ancora figurarsi del tutto, ma tutti intuiscono diverso. Eppure pensare bisogna, individualmente e nel confronto collettivo. Un confronto su schemi sociali, scelte politiche,  modelli economici sostenibili con la cura della terra, casa comune dell’umanità, sviluppo che non può essere indiscriminato, rapporti internazionali peggiorati fortemente da questa globalizzazione che ha prodotto disuguaglianze immense, ha mondializzato lo strapotere di una finanza incontrollata, ha aumentato l’attacco ai diritti umani fondamentali.

Non si tratta, ovviamente, di negare i vantaggi della globalizzazione in sé,  a partire dalla facilitata possibilità di accesso ai saperi diversi, di confronto con altre culture, persino di miglioramento della qualità della vita.

La stessa diffusione delle tecnologie può essere una benedizione. Per esempio, grazie all’informatica  il ricorso massiccio al lavoro e allo studio a distanza imposto da questa epidemia, almeno nei Paesi abbastanza attrezzati sotto questo aspetto, ha consentito di limitare in parte gli svantaggi della prolungata chiusura dei luoghi d’istruzione e di lavoro. Così come gli strumenti di comunicazione anche visiva hanno reso a molti meno penoso l’isolamento.

Da cancellare sono le discriminazioni nei rapporti tra i popoli e all’interno di ogni nazione, la tendenza a considerare l’essere umano solo come una componente dei processi produttivi, per esempio portando il lavoro dove costa di meno, perché il prezzo di quel risparmio è un falso sviluppo senza progresso. Vale in ogni campo, a partire dal settore primario dell’agricoltura oggi asservito a filiere dilatate all’inverosimile e a produzioni orientate ai consumi delle popolazioni più ricche, a discapito delle necessità di sostentamento di quelle più svantaggiate, per non parlare della compromissione del patrimonio prezioso e insostituibile dalla biodiversità. E magari serve comprendere quali sono le vere minacce che ci sovrastano tutti, respingere gli egoismi indotti e cavalcati da chi indica falsi nemici per alimentare paure. Per esempio, ricordandosi che il virus non ha accompagnato le migrazioni, non si è mosso sulle rotte dei barconi carichi di disperati: ha viaggiato comodamente in aeroplano, magari in business class.

Papa Francesco
Papa Francesco

In quella che Papa Francesco chiama guerra mondiale a pezzi, l’epidemia ha portato non solo un nuovo nemico – più figlio di comportamenti umani di quanto non si voglia far credere – ma anche un avvertimento: la globalizzazione senza diritti e senza doveri è oggi la minaccia principale per l’intera umanità. Si pensi, almeno per quanto riguarda l’Occidente opulento, all’impreparazione dei sistemi sanitari, che hanno mostrato di non avere – o meglio di non avere più – strutture e risorse adeguate. A trasformare un virus in una catastrofe mondiale ha contribuito lo smantellamento della sanità pubblica. Come in molti altri aspetti, anche in ambito sanitario la diffusa privatizzazione ha avuto esiti drammatici, per esempio portando le autorità di troppi Paesi a ignorare, dopo la pandenia della Sars, l’indicazione dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) a cautelarsi predisponendo antiepidemici. Non a caso a meglio rispondere al Covid-19 sono stati Paesi come la Corea del Sud e Taiwan, che hanno applicato i protocolli  dell’Oms.

Di contro, è stata palese l’impreparazione della maggioranza dei Paesi cosiddetti più avanzati, a partire dal più ricco, gli Stati Uniti d’America, dove la sanità è da sempre un affare privato e dove nei tre anni di presidenza di Trump sono stati in gran parte vanificati anche i pur limitati correttivi ottenuti da Obama. Significativa in proposito è stata la dichiarazione di Trump, secondo il quale “nessuno sapeva che ci sarebbe stata un’epidemia di queste dimensioni”, nell’ennesima menzogna alla quale non è peraltro l’unico leader politico a ricorrere. Ma in questo caso sono i fatti a smentirlo: Obama nel 2014, non molto tempo dopo che un’epidemia di ebola aveva devastato l’Africa occidentale, aveva istituito un dipartimento (cancellato tre anni dopo da Trump “perché inutile”) per affrontare prevedibili minacce simili, ammonendo che occorreva “creare un’infrastruttura, non solo qui negli Stati Uniti, ma a livello globale, che ci consenta di individuarle rapidamente, isolarle rapidamente, reagire rapidamente. Sappiamo che in futuro continueremo ad avere problemi come questo, in particolare in un mondo globalizzato in cui ci si riesce a spostare da una parte all’altra del globo in un giorno. Quindi è importante ora, ma è anche importante per il nostro futuro, il futuro dei nostri figli e il futuro dei nostri nipoti”.

Anche l’Italia, pur lodata dall’Oms per le risposte adottate, è un esempio della deriva privatistica che ha favorito speculazioni e accaparramenti, sottraendo il bene comune al controllo pubblico, tralasciando per carità di patria i comportamenti vergognosi di chi avrebbe dovuto esercitarlo. Basta citare i dispositivi più semplici, come le mascherine, per settimane introvabili e insufficienti persino per il personale sanitario  “in prima linea”. Eppure era chiaro da subito che se servivano si dovevano produrre – e non è complicato precettare e riconvertire una o più fabbriche tessili – e dovevano essere mutuabili, gratuite per tutti.

Sosta e Ripresa non ha soluzioni specifiche da proporre su ogni singolo problema che si presenterà nei prossimi mesi. Del resto, non è compito di un giornale farlo. Nè tantomeno intende partecipare, come altre testate invece non disdegnano,  al balletto degli slogan che cambiano a seconda del vento dei sondaggi o dei “mi piace” sui social. Ma riflettere vuole e continuerà a farlo e a offrire ai suoi lettori  il frutto di tali riflessioni.

Perché pensare è sempre necessario. E su questo torneremo.

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