In queste ore si sta avviando, con un numero di casi per ora simbolico, ma comunque importante, la campagna di vaccinazioni per il Covid-19. È certamente una buona notizia e a chi scrive non sembra giusto gettare né acqua né benzina sul fuoco della speranza che ai vaccini si lega.

Tuttavia chi fa il mestiere di documentarsi per documentare i lettori, è tenuto a fare domande e a cercare risposte. E chi un giornale dirige, per piccolo che sia, è tenuto ad espimere una valutazione degli avvenimenti dei quali tratta. Sosta e Ripresa, senza rivendicare competenze che non possiede – e senza avere la possibilità di fare effettiva chiarezza tra le notizie più o meno fondate con le quali siamo tutti più o meno bombardati – a questo compito non intende sottrarsi.

Non ci sono remore nel valutare positivamente le decisioni politiche prese riguardo alla vaccinazione, a partire dalla scelta che possa e debba effettuarsi solo in strutture pubbliche, che sia gratuita per scongiurare speculazioni e truffe, che sia calibrata per condizioni e priorità sociali e sanitarie in nome sia di un effettivo interesse generale sia del livello personale di rischio in caso di contaglio del virus. Nella fase iniziale la vaccinazione sarà quindi riservata al personale sanitario e al personale e agli ospiti delle residenze per anziani e le vaccinazioni saranno effettuate solo dal personale dei servizi vaccinali nei 286 ospedali definiti dal Piano nazionale di vaccinazione COVID-19. Lo stesso personale vaccinatore si recherà nelle residenze per anziani. Seguiranno gli ultraottantenni, i soggetti con patologie che rendono più pericoloso contrarre il virus, le forze dell’ordine impegnate sul territorio. Poi via via tutti gli altri in ordine decrescente di età e di condizioni di salute avverse. Positiva è anche la scelta di impiegare l’esercito per la logistica, tipo gli spostanenti e le consegne dei vaccini.

Appare anche abbastanza logico escludere in questa fase i giovani al di sotto dei sedici anni, dato che non esistono finora dati certi sulla durata dell’efficacia di questo vaccino, né sul livello dei rischi di contaggio del Covid che corrono. E sotto questo aspetto è spiegabile anche il non obbligo di vaccinazione, come accade al contrario per altre patologie. Così come è non solo giusto, ma anche logico che la campagna di vaccinazioni riguardi tutte le persone presenti sul territorio nazionale, cittadini italiani  e no. Talmente logico che non hanno protestato neppure i malati di sovranismo, gli infettati dal virus del “prima gli italiani, forse perché per gli stranieri sarebbero difficilmente praticabili sia la deportazione di massa sia i campi di concentramento.

E finora sembra prevalere il buon senso. Ma su quanto tale buon senso sarà riscontrabile in merito all’organizzazione delle vaccinazioni non mancano le perplessità. La prima e più evidente riguarda come e quando chi vuole vaccinarsi potrà saperlo. E su questo il governo non ha dato finora informazioni né – almeno a giudizio di chi scrive – dimostrazione appunto di buon senso. Né purtroppo i mezzi di comunicazione hanno dato informazioni chiere e, peggio, le hanno richeste con la dovuta insistenza alle autorità.

Tra i vari “si dice” appare con insistenza l’idea di una cosiddetta App (applicazione sui telefoni cellurari) che donremmo usare per registarci e per farci comunicare quanto ci interessa. Sarebbe l’ennesima idiozia fallimentare di quello strano fideismo nella tecnologia che da molto, troppo tempo pervade le nostre società. La tecnologia funziona se qualcuno la fa funzionare. E sinceramente in molti casi l’uso della tecnologia ha reso più difficile la vita dei cittadini. Si pensi, per fare solo un esempio, alle pratiche anagrafiche; un tempo andavi in un ufficio,magari facevi un po’ di fila, e ti davano in documento che ti occorreva. Oggi devi fissare fissare per telefono un appuntamento, di solito dopo qualche giorno – e se per un qualunque motivo non puoi rispettarlo devi ricominciare da capo – e quando arrivi la fila devi farla lo stesso. Così come siamo tutti a conoscenza della difficoltà di ottenere per telefono informazioni dai servizi pubblici. Nel caso delle vaccinazioni   non sembra probabile che ricorrano a una App molti ottantenni, per esempio, che sanno a malapena usare un cellulare. Ma vale per tutti. La vicenda dei temponi ha dimostrato abbondantemente la difficontà fatta ricadere sulla  cittadinanza.

Un consiglio chi scrive si sente di offrirlo, pur esserdo pienamente cosciente del massacro del servizio sanitario nazionale praticato da decenni a vantaggio della sanità privata. Facciamo  funzionare quanto resta della sanità territoriale e magari incominciamo a rafforzarla in questa occasione. I dati che servono per stabilire l’organizzazzione delle vaccinazioni li hanno i medici di base. Li definiscano per età e per patologie. Contattino ciascuno i propri pazienti, accertino quanti vogliono vaccinarsi dopo averli informati su tutto quanto devono sapere, ottengano il loro consenso – appunto informato – e poi ne comunichino il nome. Se per qualunque ragione non sono in grado di completare tale lavoro, si affinchi a ciascono  un altro o più medici,  pagati dalle amministrazioni pubbliche. Delle  comunicazioni ai cittadini che intendono vaccinarsi si occupino i sindaci, anche in questo caso, qualora occorra, con la possibilità di assumere personale per affiancare la polizia municipale.

Questo per quanto riguarda la cittadinanza. Per gli altri, per gli scartati, i dimenticati, i nascosti, si chieda aiuto a quel volontariato che se ne occupano da sempre e che ha moltiplicato il proprio impegno durante questa pandemia, come la Caritas o la Comunità di Sant’Egidio. Loro sanno dove trovarli. Di loro sanno che possono fidarsi.

 

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