Con l’inizio dell’Avvento si apre un nuovo periodo di attesa e riflessione. Per guidare i fedeli in questo percorso il vescovo di Viterbo ha scritto una magistrale lettera pastorale che l’associazione del Beato Domenico Barberi ha preso come guida per la sua preparazione al Natale, il prossimo “compleanno” del Signore che si è incarnato nella nostra storia.

Il primo incontro di questa riflessione comunitaria, lunedì 4 dicembre, aperto in stile sinodale, all’ascolto di tutti, ha ben presto preso una piega inaspettata sollecitato da un episodio di cronaca sconvolgente e, purtroppo, ricorrente continuamente. Astraendo dal fatto in sé, sono state rappresentate varie vedute sull’autore del misfatto, da quelle che vedono il protagonista come un mostro degno solo di linciaggio a quelle piene di speranza per un ravvedimento ed un recupero di “umanità” tipo quello dell’assassino di Santa Maria Goretti od altri casi simili.
Gli interventi si sono poi spostati su un piano più operativo: dal visitare i carcerati alle opere di misericordia in generale: chi andiamo a visitare in carcere: il detenuto innocente vittima di un errore giudiziario o quello colpevole? Visitiamo il colpevole pentito o quello irriducibile? Quello preso da un “raptus” incoercibile o il “mostro” che premedita le sue azioni nefande? In tutto questo la giustizia civile ha già fatto il suo corso ed emanato il suo verdetto: ne rispettiamo e condividiamo le sentenze, ma come cristiani nostro Signore ci avverte che in quel “mostro” c’è Lui stesso: è uno dei suoi “piccoli”. In quella umanità degradata c’è la sua umanità che è degradata e umiliata.
Ma queste considerazioni al limite si possono applicare anche alle altre opere di misericordia. A chi diamo da bere, al nipotino in una giornata afosa o a quello che ti chiede l’acqua dopo aver scialacquato la sua? Diamo da mangiare all’amico che in pizzeria è senza portafoglio o a un infelice che ci tira dietro il pane e ci insulta dopo aver mangiato il ripieno del nostro panino che gli abbiamo offerto? Chi ospitiamo: il parente che ha perso il treno o il migrante che ti ricatta con la propria indigenza? Chi visitiamo: la nonna ammalata che ci ringrazia e ci offre la paghetta o il cencioso nauseabondo che ci maledice e ci ritorce contro il bene che cerchiamo di fargli?
Come facciamo ad amare il fratello che ci deruba, i genitori che ci cacciano, i figli che ci abbandonano, il coniuge che ci tradisce, colui che ci truffa, che ci violenta, che ci uccide? Il “buon senso”, la prudenza danno già le loro risposte, poi arriva San Francesco che abbraccia il lebbroso, o Madre Teresa che assiste i pària agonizzanti, o nostro Signore che dà la vita in croce per salvare il ladrone (quello “cattivo”, perché quello “buono” stava già andando in Paradiso) e tutto si rimescola e viene messo in discussione. Per arrivare nel Suo Regno nostro Signore non ci ha detto solo di andare a Messa (“Fate questo in memoria di me”) ma anche di fare quelle cose che ci costano, perché quelle altre ci gratificano e dunque abbiamo già ricevuto la nostra ricompensa. Per fare quelle che ci costano occorre tanta forza ed è la Grazia quella che noi cerchiamo nel sacrificio eucaristico. “Chi non mangia la mia carne e beve il mio sangue non avrà la Vita Eterna” (Gv 6, 53) ci dice il Signore. Per questo ci diamo una carica di Grazia nella Comunione sacramentale e nella celebrazione liturgica per viverla nel mangiare il corpo di Cristo sofferente in un corpo degradato dalla mancanza del soffio divino, perché Egli ha preso la nostra natura umana in tutto fuorché nel peccato, ma tutto il nostro peccato ha preso su di Sé – si è fatto peccato, ci dice san Paolo (2 Cor 5, 21) – per vincerlo con la Sua morte e resurrezione per tutti noi.

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.
