Avvento, laura ciulli

Con l’inizio dell’Avvento si apre un nuovo periodo di attesa e riflessione. Per guidare i fedeli in questo percorso il vescovo di Viterbo ha scritto una magistrale lettera pastorale che l’associazione del Beato Domenico Barberi ha preso come guida per la sua preparazione al Natale, il prossimo “compleanno” del Signore che si è incarnato nella nostra storia.

Mons. Orazio Francesco Piazza
Mons. Orazio Francesco Piazza

Il primo incontro di questa riflessione comunitaria, lunedì 4 dicembre, aperto in stile sinodale, all’ascolto di tutti, ha ben presto preso una piega inaspettata sollecitato da un episodio di cronaca sconvolgente e, purtroppo, ricorrente continuamente. Astraendo dal fatto in sé, sono state rappresentate varie vedute sull’autore del misfatto, da quelle che vedono il protagonista come un mostro degno solo di linciaggio a quelle piene di speranza per un ravvedimento ed un recupero di “umanità” tipo quello dell’assassino di Santa Maria Goretti od altri casi simili.

Gli interventi si sono poi spostati su un piano più operativo: dal visitare i carcerati alle opere di misericordia in generale: chi andiamo a visitare in carcere: il detenuto innocente vittima di un errore giudiziario o quello colpevole? Visitiamo il colpevole pentito o quello irriducibile? Quello preso da un “raptus” incoercibile o il “mostro” che premedita le sue azioni nefande? In tutto questo la giustizia civile ha già fatto il suo corso ed emanato il suo verdetto: ne rispettiamo e condividiamo le sentenze, ma come cristiani nostro Signore ci avverte che in quel “mostro” c’è Lui stesso: è uno dei suoi “piccoli”. In quella umanità degradata c’è la sua umanità che è degradata e umiliata.

Ma queste considerazioni al limite si possono applicare anche alle altre opere di misericordia. A chi diamo da bere, al nipotino in una giornata afosa o a quello che ti chiede l’acqua dopo aver scialacquato la sua? Diamo da mangiare all’amico che in pizzeria è senza portafoglio o a un infelice che ci tira dietro il pane e ci insulta dopo aver mangiato il ripieno del nostro panino che gli abbiamo offerto? Chi ospitiamo: il parente che ha perso il treno o il migrante che ti ricatta con la propria indigenza? Chi visitiamo: la nonna ammalata che ci ringrazia e ci offre la paghetta o il cencioso nauseabondo che ci maledice e ci ritorce contro il bene che cerchiamo di fargli?

Come facciamo ad amare il fratello che ci deruba, i genitori che ci cacciano, i figli che ci abbandonano, il coniuge che ci tradisce, colui che ci truffa, che ci violenta, che ci uccide? Il “buon senso”, la prudenza danno già le loro risposte, poi arriva San Francesco che abbraccia il lebbroso, o Madre Teresa che assiste i pària agonizzanti, o nostro Signore che dà la vita in croce per salvare il ladrone (quello “cattivo”, perché quello “buono” stava già andando in Paradiso) e tutto si rimescola e viene messo in discussione. Per arrivare nel Suo Regno nostro Signore non ci ha detto solo di andare a Messa (“Fate questo in memoria di me”) ma anche di fare quelle cose che ci costano, perché quelle altre ci gratificano e dunque abbiamo già ricevuto la nostra ricompensa. Per fare quelle che ci costano occorre tanta forza ed è la Grazia quella che noi cerchiamo nel sacrificio eucaristico. “Chi non mangia la mia carne e beve il mio sangue non avrà la Vita Eterna” (Gv 6, 53) ci dice il Signore. Per questo ci diamo una carica di Grazia nella Comunione sacramentale e nella celebrazione liturgica per viverla nel mangiare il corpo di Cristo sofferente in un corpo degradato dalla mancanza del soffio divino, perché Egli ha preso la nostra natura umana in tutto fuorché nel peccato, ma tutto il nostro peccato ha preso su di Sé  – si è fatto peccato,  ci dice san Paolo (2 Cor 5, 21) – per vincerlo con la Sua morte e resurrezione per tutti noi.

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