Abbiamo scelto di riflettere e pregare insieme con i lettori del giornale non sulle quattordici stazioni della Via Crucis così come tramandate dalla pietà popolare, ma su quelle di uso più recente, volute in particolare da Giovanni Paolo II, con filo condutture il Vangelo, soprattutto quello di Marco, ma anche con due passi di Luca e uno di Giovanni. Le meditazioni sono nostre. Le preghiere sono quelle scritte a suo tempo da Giovanni Paolo II.

Incominciamo la nostra preghiera nel nome del Padre e del Figlio
e dello Spirito Santo.

Amen.

PRIMA STAZIONE

Gesù in agonia nell’Orto degli Ulivi

Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi

Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum

Dal Vangelo secondo Marco (14, 32-36)

Giunsero a un podere chiamato Getsèmani. Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Gesù disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”. Poi, andato un po’ innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora. E diceva: “Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu”. 

Nella notte del Getsemani, Gesù completa, in solitudine, la preghiera che aveva condiviso intorno alla prima mensa eucaristica. Completa con il Suo il “fiat” di Maria. Solitudine è il segno di questa notte, turbata dal tentatore che lo aveva lasciato dopo i quaranta giorni nel deserto. Questa notte che presto verrà invasa dalla cacofonia dell’odio, dell’arroganza, della viltà. Da quella notte, tutti noi dobbiamo un’ora di veglia al Signore, quell’ora in sua compagnia che Pietro, Giacomo e Giovanni hanno mancato. La dobbiamo a Lui e siamo chiamati a pagarla, come singoli, come comunità, come popolo, a quanti sperimentano la Croce nella sofferenza, nell’ingiustizia, nella persecuzione.

Gesù, tu, che sei entrato nel Getsèmani pieno di angoscia e ne sei uscito con l’animo deciso e pacificato, conforta chi geme nel timore o è turbato dal dubbio. Tu, che hai sperimentato la nostra debolezza, concedi fortezza e speranza a tutti i disperati della terra. Tu, che cammini ogni giorno a fianco di chi è oppresso dai pesi della vita, resta accanto a ognuno di noi, passo dopo passo. A te, Gesù, prostrato a terra, il volto rigato di sangue, l’onore e la gloria con il Padre e con lo Spirito, nei secoli senza fine. Amen.

Padre nostro

SECONDA STAZIONE

Gesù, tradito da Giuda, è arrestato

Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi

Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum

Dal Vangelo secondo Marco 14, 43.45-46

E subito, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni andata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Gli si accostò dicendo: “Rabbì”, e lo baciò. Essi gli misero addosso le mani e lo arrestarono.

Questo passaggio del terribile percorso doloroso di Nostro Signore è tra quelli di più difficile interpretazione.

Di Giuda si possono dire le cose più abbiette e trovare le motivazioni più complesse, ma è la figura che più è vicina alla nostra realtà esistenziale. È stato uno dei prescelti, amato da Gesù tra i discepoli per una sequela più alta: anche noi con il Battesimo siamo stati investiti, immeritatamente, di una elezione spirituale. Con gli altri 71 ha avuto il mandato di diffondere la Buona Novella, il potere di operare miracoli e di scacciare i demoni, che potenzialmente anche noi con la Confermazione e gli altri Sacramenti possiamo avere. Poi, come noi, ha deciso di seguire un suo percorso, spinto da motivazioni innominate: Giovanni, a posteriori chiosa che: “era ladro”. Anche noi rubiamo, rubiamo qualche cosa che è dovuto a Dio, per il nostro piacere. E lo facciamo con un “bacio” che è l’abiezione dell’ipocrisia.

Signore Gesù, nelle nostre divisioni, frutto amaro del peccato, mostraci la strada verso l’unità, la via che conduce alla ricchezza indicibile del Vangelo e della Redenzione. Deve giungere il tempo stabilito dal Padre, in cui si manifesti l’amore che perdona ed unisce. Tu, sapiente Maestro di vita, tu, buono e paziente, di fronte al tradimento del discepolo e alla prepotenza dei governanti, dona a noi, in questi giorni di violenza inaudita e di brutale opposizione fra gli uomini, un raggio della tua calma e della tua serenità. Dona a noi sentimenti di pace e di perdono, perché non c’è pace senza perdono, non c’è perdono senza compassione. A te, Gesù, che all’amico che ti tradisce mostri il tuo volto mite, la lode e l’onore, con il Padre e con lo Spirito, oggi e nel giorno senza fine. Amen.

Padre nostro

TERZA STAZIONE

Gesù è condannato dal Sinedrio

Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi

Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum

Dal Vangelo secondo Marco 14, 55.60-62.64

I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. Il sommo sacerdote, levatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: “Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?”. Gesù rispose: “Io lo sono!”.  Tutti sentenziarono che era reo di morte. 

Ragion di Stato. Serve a giustificare tutto, dagli orrori delle dittature alle leggi inasprite per i poveri e cancellate per favorire i potenti. Se non si prendono, davvero, le distanze dal potere, se il potere, ogni potere, non ha l’impronta del servizio al più debole, non c’è verità. La ragion di Stato è uno dei modi per perpetuare l’inferno in terra di tanti infelici. Per opporvisi bisogna rischiare, uscire dall’anonimato.  Gesù muore perché dice chi è. Affermare propria identità, presentarsi alla ribalta pubblica ancora oggi sono in molti casi atti passibili di morte. Pensiamo alla violenza pseudo religiosa. Ma pensiamo anche alla violenza quotidiana che le nostre società opulente infliggono al povero, al diverso.

Gesù, basta che tu dica “Io sono”, perché noi accorriamo a te. Nelle prigioni uomini e donne ti implorano. Vegliano e pregano nella notte. Ci insegnano l’aria che lì si respira, il male che opprime, la libertà che si cerca. Ascolta la loro supplica. Se non si sentono perdonati, amati da te e da noi, se è negata loro la speranza, sono doppiamente condannati, rinchiusi nel braccio della morte. Concedi ad essi quanto hai concesso a noi: la fede in te e nella tua presenza, l’amore alla vita, la speranza in un mondo nuovo. Dà a noi e a loro i mezzi per cercarti, per accettare l’attesa e per trovarti. A te, Gesù, Pastore buono e Signore delle nostre vite, Amico dal volto clemente, la lode pura e grata, con il Padre e con lo Spirito, nel tempo e nell’eternità.
Amen.

Padre nostro

QUARTA STAZIONE 

Gesù è rinnegato da Pietro

Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi

Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum

Dal Vangelo secondo Marco 14, 72

Per la seconda volta un gallo cantò. Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: “Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre volte”. E scoppiò in pianto.

Marco è l’evangelista che si ispira alla predicazione di Pietro: quante volte Pietro avrà raccontato a ripetizione il suo rinnegamento: del pianto non avrà certo detto, ma Marco l’avrà visto ogni volta spuntarglielo copiosamente dagli occhi. Come per Pietro è bene che anche le nostre lacrime si dissolvano nell’ardente testimonianza della Misericordia del Signore e del suo Amore che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (Ezechiele 33,11).

Signore, donaci un cuore umile e contrito. Fa che sappiamo versare lacrime per le nostre colpe, per ritornare al tuo amorevole abbraccio ogni volta che ti abbiamo voltato le spalle. Fa che impariamo da Pietro a non ritenere per scontata la nostra fede né a presumere di essere migliori degli altri. Aiutaci a conoscere noi stessi come siamo veramente, fragili, peccatori, costantemente bisognosi del tuo perdono. A te, Gesù, che guardi l’amico con volto sereno, la lode e la gloria con il Padre e con lo Spirito, nei secoli eterni. Amen.

Padre nostro

QUINTA STAZIONE 

Gesù è giudicato da Pilato

Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi

Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum

Dal Vangelo secondo Marco 15, 14-15

La folla gridò più forte: “Crocifiggilo!”. E Pilato, volendo dar soddisfazione alla moltitudine, rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. 

Il potere alimenta volentieri una ferocia che non lo tocca e che, anzi, spesso lo sostiene. La brama del linciaggio, la voglia di sangue si fanno posto tra la folla e, talora, nell’opinione pubblica, nella maggioranza che chiede sicurezza al prezzo del massacro di qualcuno, talora di un potente, ma quasi sempre di debole, di un   diverso. Perché è il diverso il colpevole, non noi con i nostri peccati dai quali ci assolviamo sempre. Dai meno evidenti, dalla maldicenza al venir meno a doveri, dall’infedeltà coniugale all’evasione fiscale, fino ai più gravi, quelli le cui vittime chiedono vendetta al cospetto di Dio. Gli atti sessuali contro natura, la pedofilia, il turismo sessuale ai danni di quegli stessi stranieri che non vogliamo in casa. L’omicidio volontario, compresa la guerra. Il togliere la giusta mercede al lavoratore, con salari insufficienti, con lavori precari, senza garanzie di futuro, senza i diritti sui quali si fonda non solo il nostro essere cristiani ma la stessa Costituzione del nostro Paese. E l’oppressione del povero, lo scandalo della fame dei quattro quinti dell’umanità che paga l’opulenza del Nord ricco del mondo e, all’interno di questo, la discriminazione e la diseguaglianza.

Signore Gesù, liberaci dall’ipocrisia e dall’indifferenza, dalla tentazione di lavarci le mani di fronte all’ingiustizia. Concedici l’umiltà necessaria per riconoscere i nostri errori. Insegnaci a rifiutare qualsiasi compromesso con l’ingiustizia e la menzogna. Aiutaci a fare silenzio dentro di noi per ascoltare il grido di coloro che soffrono. Illumina coloro che cercano sempre una giustificazione alle proprie colpe. A tutti noi, Signore che versasti il tuo sangue come prezzo della nostra libertà, dona la tua voce, perché la leviamo in difesa degli oppressi, di quanti soffrono in silenzio, sì che nel mondo diventino realtà la pace, la giustizia e il perdono. A te, Gesù, il Condannato dal volto innocente, la lode pura e grata, con il Padre e con lo Spirito, nel tempo e nell’eternità. Amen.

Padre nostro

SESTA STAZIONE

Gesù è flagellato e coronato di spine

Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi

Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum

Dal Vangelo secondo Marco 15, 17-19

I soldati lo rivestirono di porpora e, dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo. Cominciarono poi a salutarlo: “Salve, re dei Giudei!”. E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano a lui. 

La storia è lastricata di queste flagellazioni, di queste torture. Omicidi, violenze su donne sempre più inaudite, su bambini indifesi. Ma anche guerre etniche, violazioni dei diritti umani. Gesù, ieri come ora, continua ad essere flagellato, perseguitato, oppresso in nome dell’avidità, dell’odio, della violenza di ogni genere. Il nostro Salvatore torturato ed oppresso nei poveri, nei soli, nei migranti, nei senza fissa dimora. Chi non tende loro la mano, chi volge lo sguardo dall’altra parte, chi permette queste atrocità fisiche e psicologiche disonora Dio, disonora se stesso, la società. Ognuno di noi ha le sue colpe, ognuno di noi guardi quel volto sfigurato, vilipeso, oltraggiato. Gesù è negli ultimi, nei poveri, negli affaticati ed oppressi. Gli altri siamo anche noi.

O Gesù, nostro Re, perdona la nostra incoerenza: piangiamo il tuo dolore, e colpiamo gli altri per far prevalere il nostro egoismo. Sii per noi, smarriti, guida sicura, per noi, deboli, fortezza nella prova, per noi, volubili, fermezza nella sequela. Fa che la violenza degli uomini sia vinta dalla tua mitezza e la sofferenza incomprensibile, accolta nella fede, divenga strumento di pace e di salvezza. A te, Gesù, Re coronato di spine, dal volto mite e pacifico, l’onore e la gloria, con il Padre e con lo Spirito,
nel tempo effimero e nel giorno senza fine. Amen.

Padre nostro

SETTIMA STAZIONE 

Gesù è caricato della Croce

Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi

Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum

Dal Vangelo secondo Marco 15, 20

Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.

Scandalo. Stoltezza. Da san Paolo in poi, lo ripetiamo da secoli. La morte di croce è orribile e vergognosa. Ma con quella croce Gesù entra nell’intimità dell’uomo, nella dimensione umana dello strazio. Proprio con quella morte violenta l’innocente entra nei nostri cuori. È difficile portare questa croce del paradosso nel mondo contemporaneo, dominato dal potere che ci insegna a subire e a costruire messaggi di egoismo, di violenza e di odio. Siamo noi la croce di Cristo. E lui la prende sulle spalle. Per l’umanità sofferente, per le vittime della violenza e dell’ingiustizia, ma anche per i colpevoli, per tutti noi Gesù porta la croce. La condanna dell’uomo si fa misericordia di Dio.

Signore, donaci la forza e il coraggio per condividere la tua croce e le tue sofferenze nella vita quotidiana e nell’impegno professionale. Infondi in noi lo spirito di servizio e di sacrificio, perché aspiriamo non al potere e alla gloria, ma a divenire strumento di solidarietà e di pace, per coloro che vengono schiacciati dalla violenza e dall’ingiustizia dei potenti del mondo. A te, Gesù, carico della croce, dal volto stanco, il nostro saluto pieno di riconoscente stupore, con il Padre e con lo Spirito, ora e nei secoli dei secoli. Amen.

Padre nostro

 

OTTAVA STAZIONE

Gesù è aiutato dal Cireneo a portare la Croce 

Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi

Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum

Dal Vangelo secondo Marco 15, 21

Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce

Il peso della croce condiviso con Chi si è fatto carne, uomo per noi. La sofferenza di Gesù sulle proprie spalle in un atto che all’inizio è costrizione ma forse diventa poi condivisione, amore, accettazione. Il Mistero della Croce abbracciato dal Cireneo è quello che spesso, preda dei nostri egoismi, rifiutiamo e non accettiamo quando chi ci sta accanto soffre, patisce, porta un peso terribile, deve sopportare un dolore scarnificante. E allora Simone di Cirene diventa il simbolo di chi tra noi ogni volta condivide la sofferenza, senza nulla in cambio, di chi aiuta e sostiene anche con un semplice sorriso o con un semplice messaggio di condivisione, di vicinanza facendoci bontà, facendoci accoglienza, rendendoci strumenti dell’amore di Dio, contribuendo alla salvezza dell’umanità.

Padre nostro

NONA STAZIONE

Gesù incontra le donne di Gerusalemme 

Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi

Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum

Dal Vangelo secondo Luca 23, 27-28.31

Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?”. 

Dopo Pietro, di nascosto, piangono le donne, pubblicamente. Il pianto delle donne inonda di pietà la strada del condannato e della Chiesa, si sparge lungo la storia dell’uomo, sull’ingiustizia e sulla sofferenza, sull’innocente assassinato, sulla società complice o distratta, sulla Chiesa stessa, latitante sul Calvario e in tanti calvari lungo i secoli.  Il pianto delle donne è un servizio prezioso, si fa amore che educa, forza che guida, presenza che parla, dialogo che costruisce, talora severità che corregge. La profezia di Gesù è terribile, ma le donne possono comprenderla e sopportarla. Da sempre sono vittime, ma anche argine alla violenza dei maschi. Sono loro la vera diaconia, il vero servizio. Del resto, Gesù stesso, sommo sacerdote, in tutta la sua vita indossa solo una volta un paramento ed è l’asciugamano che usa per lavare i piedi ai suoi discepoli. Così come le lacrime di una donna avevano lavato i suoi.  Da sempre, il pianto delle donne irriga d’amore anche la storia più inaridita. E il Dio nato da donna benedice attraverso le donne la speranza dell’uomo.

Signore Gesù Cristo, tu che conosci la profondità del nostro cuore, la capacità di bene e di male che è in ogni uomo, insegnaci a perdonare
e a chiedere perdono, ad avere pietà di noi stessi e degli altri. Ricordati di Gerusalemme, benedetta dal tuo amore, dilaniata dall’odio degli uomini. Dona agli uomini e alle donne di quella Terra Santa pace e risurrezione. A te, Gesù,
nel cui volto risplende la luce del Padre e la tenerezza della Madre,
la lode e la gloria con l’eterna Luce e l’eterno Amore, nel tempo dell’attesa e nel compimento eterno. Amen.

Padre nostro

DECIMA STAZIONE 

Gesù è crocifisso 

Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi

Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum

Dal Vangelo secondo Marco 15, 24

Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere.

La sindone di Torino mostra con crudezza la terribile realtà dei fori dei chiodi nella mano del crocifisso. I chiodi erano a sezione quadrangolare, forgiati a mano, chiamati dai carpentieri “chiodi da gattello” e venivano incuneati, a colpi di mazza, tra le ossa carpali della mano, ogni colpo un’agonia di dolore: era la tortura peggiore dell’antichità riservata ai peggiori delinquenti e agli schiavi. Quale forza ha sostenuto Gesù per redimerci dall’odiare Dio all’amore! Sarebbe sufficiente tanto poco, invece, per superare le nostre debolezze!

Signore Gesù, inchiodato sul legno per amor nostro, donaci la tua libertà. Insegnaci a vincere la paura della sofferenza con la forza che scaturisce dalla tua croce. Facci penetrare in questo mistero di amore, che trasforma in momenti di grazia anche le umili vicende di ogni giorno. Gesù, innalzato sulla croce, attira a te quanti cercano il tuo volto; aiuta quanti partecipano alle tue sofferenze a scoprire il senso della loro misteriosa chiamata a condividere la tua passione e il dolore del mondo. A te, Gesù, Crocifisso, sul cui volto splende la misericordia, la nostra adorazione memore e grata con il Padre e con lo Spirito, oggi e nei secoli eterni. Amen.

Padre nostro

UNDICESIMA STAZIONE 

Gesù promette il suo Regno al buon ladrone

Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi

Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum

Dal Vangelo secondo Luca 23, 39-43

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!”. Ma l’altro lo rimproverava: “Neanche tu hai timore di Dio, benché condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male”. E aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”. 

Non c’è parola più consolante di questa: “Oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23, 43). E ancora una volta è offerta non a un sapiente, ma a un umile, anzi a un malfattore. La saggezza popolare lo chiama da sempre “il buon ladrone”. Buono un ladro, forse un assassino? Si: è buono. Perché misura se stesso con l’innocenza torturata. Perché ha ascoltato le parole di perdono per coloro che crocifiggono tutti e tre. Perché capisce – forse per primo – di quale Regno chiede di avere parte. Si è buono e ci è d’esempio. Ci rappresenta tutti e a tutti insegna che il Regno appartiene a chiunque lo invochi con umiltà e fiducia.

Signore Gesù, che hai promesso il paradiso al malfattore che ti parlava dalla croce accanto alla tua, ricordati anche di noi, ora che sei nel tuo Regno. Fa giungere, consolante, la tua promessa di vita eterna e di eterno amore
ad ogni donna e ad ogni uomo che affronta l’evento della morte. A te, Gesù,
il Condannato dal volto accogliente, la lode e il ringraziamento perenne,
con il Padre e con lo Spirito, oggi e nei secoli eterni. Amen.

Padre nostro

DODICESIMA STAZIONE 

Gesù in Croce, la Madre e il Discepolo

Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi

Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum

Dal Vangelo secondo Giovanni 19, 26-27

In quell’ora, Gesù vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. 

Come ultimo dono d’amore di Gesù, agonizzante, verso i suoi fratelli e sorelle dell’umanità Egli li affida ad una Madre spirituale che è nella dimensione dell’eternità. Da quel momento il Discepolo la prese nella sua casa, ma nell’economia della storia della salvezza, tutti noi siamo accolti sotto il manto protettivo della Madre celeste. Questo è per Maria l’annunzio di una nuova maternità: ora le sono chiari tutti i segni che, nella vita e nella crescita di Gesù, andava, stupita raccogliendo e meditando nel suo cuore. Ora siamo sicuri che come nella vita terrena, ora a fianco del figliolo divino, si prende cura della progenie che la invoca Madre Celeste.

Gesù, che dalla Croce volgi lo sguardo alla Madre e al Discepolo, donaci, in mezzo alle sofferenze, l’audacia e la gioia di accoglierti e di seguirti con fiducioso abbandono. Cristo, sorgente della vita, di ogni grazia e di ogni bellezza, donaci di contemplare il tuo volto sorridente, volto di chi salva il mondo e lo conduce verso il Padre. Signore, a te sale la nostra lode, guidata dalla Chiesa e dalla tua Madre: concedici di scorgere nella follia della Croce la promessa della nostra risurrezione. A te, Gesù, il cui volto risplende nell’ora della tenebra, come volto di Maestro, di Figlio, di Amico, il nostro amore e la nostra riconoscenza, con il Padre e con lo Spirito, nel tempo che fugge e nella stabile eternità. Amen.

Padre nostro

TREDICESIMA STAZIONE

Gesù muore sulla Croce 

Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi

Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum

Dal Vangelo secondo Marco 15, 34.36-37

Alle tre del pomeriggio Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: “Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce”. Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.

Muore dopo la notte nel Getsemani, la passione, la via della croce, le tre ore inchiodato al patibolo. Ma muore pregando. Il Salmo del Servo di Dio straziato è l’ultima parola intelligibile prima che l’agonia si completi. Qualcuno pensa ancora a qualche straordinario portento. Qualcuno, forse, comprende quel citare le scritture e già pensa ad attivarsi per far sorvegliare quel corpo. No: alla fine Gesù non si sente abbandonato. Dichiara ancora che quella morte è il progetto d’amore del Padre. La resurrezione da quella morte è il dono che impedisce alla nostra vita di essere priva di speranza, che porta luce nelle tenebre della disperazione, che consola il dolore, che apre l’eternità.

Grazie Gesù, per aver vinto la nostra morte, con la tua morte: fa’ che le croci di quanti, come te, muoiono per mano di altri uomini, si trasformino in alberi della vita. Grazie Gesù, per aver fatto della croce, luogo di sofferenza e di morte, il segno della nostra riconciliazione con il Padre: fa che il tuo sacrificio asciughi tutte le lacrime che sono versate nel mondo, soprattutto quelle di chi, come tua Madre, porta la croce della morte di un innocente. A te, Gesù, il capo chinato sul legno e il volto ormai spento, la lode adorante e memore, nel giorno che tramonta e nel giorno della luce inestinguibile. Amen.

Padre nostro

La Pietà, pH Laura Ciulli
QUATTORDICESIMA STAZIONE

Gesù è deposto nel sepolcro 

Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi

Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum

Dal Vangelo secondo Marco 15, 46

Giuseppe d’Arimatea, comprato un lenzuolo, calò il corpo di Gesù giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro
scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro.

In un grembo sigillato ha preso corpo ed in un “grembo” sigillato viene chiuso il Suo corpo. In una grotta è nato ed in una grotta il corpo è deposto. Un arco di tempo che sembra chiudersi su se stesso. Ma è il chicco che muore che genera la nuova vita. Quando dico che devo morire a me stesso dico la necessità di strapparmi da tutte le forme di egoismo e di idolatria. È una lotta dura e dolorosa per far marcire l’esterno del seme e liberare la gemma che è sottostante.

Gesù, tu ti sei fatto il più piccolo fra gli uomini, ti sei lasciato cadere nella terra come un chicco di grano. Ora, da questo chicco è germogliato l’albero della Vita, che abbraccia l’universo. Signore, fa che, come le pie donne si recarono di buon mattino alla tua tomba con balsamo ed unguenti, anche noi veniamo incontro a te con gli aromi e i profumi del nostro povero amore. Gesù, nelle nostre chiese tu sei in attesa: aspetti trepido qualcuno che sappia farsi piccolo e umile come te nell’Eucaristia, adorarti e testimoniare il tuo amore davanti agli uomini, riconoscerti nel povero e nel sofferente. Fa che ognuno di noi diventi tuo adoratore e tuo testimone nel mistero del tabernacolo eucaristico e nel sacramento dell’uomo affamato, assetato, infermo. A te, Gesù, dal volto sereno nella rigida solennità della morte, il nostro amore e la nostra adorazione, in quest’ora serale e nel giorno che non conosce tramonto. Amen.

Padre nostro

Condividi