La diocesi di Viterbo si è unita ieri, venerdì 25 marzo, festa della Annunciazione alla Vergine Maria, in comunione con Papa Francesco e con la Chiesa universale, all’Atto di Consacrazione del mondo intero e in particola di Russia e Ucraina, al cuore immacolato di Maria.

La cerimonia, guidata e presieduta dal vescovo Lino Fumagalli, si è svolta nella Basilica Santuario di Santa Maria della Quercia, preceduta dal santo Rosario e culminata con la celebrazione della Santa Messa. Erano presenti anche due comunità ucraino-ortodosse (Viterbo e Montefiascone) con i rispettivi parroci.

All’omelia, don Lino ha ricordato che questo solenne Atto di Consacrazione si è svolto appunto, per volontà del Papa, nella festività dell’Annunciazione, ricorrenza particolarmente cara alla spiritualità del mondo ortodosso che la antepone alla stessa Natività di Nostro Signore. Infatti è quello il momento in cui Dio prende la carne, si fa uomo, per redimere il genere umano.

Ed è ancora e sempre degli uomini – ha aggiunto il vescovo – che Dio si serve per portare avanti il suo progetto di salvezza. Noi siamo responsabili della salvezza dei nostri fratelli: quello che Caino si scherniva di essere verso il fratello ucciso, cioè il suo custode. Perciò dobbiamo essere costruttori di comunità solidali. Come Maria dobbiamo dare la nostra piena disponibilità al disegno di Dio.
Con questa Consacrazione noi affidiamo al suo cuore, che il Vangelo ci mostra sempre pronto al soccorso, questa difficile situazione che stiamo vivendo. Questi drammi si originano dall’egoismo del cuore umano e non si risolvono se non con la comprensione e la partecipazione. Questi sentimenti devono essere presenti anche nelle nostre comunità per accogliere i fratelli che fuggono dalle bombe, facendo appello alla solidarietà, all’affetto, al calore del dono.
Infine don Lino ha pregato perché lo Spirito Santo sciolga la durezza dei cuori per arrivare ad una vera pace, al perdono reciproco e ad una convivenza fraterna.
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Questo resoconto va in pubblicazione nel giorno anniversario del passaggio al Signore della professoressa Tommasa Alfieri, la fondatrice di questa testata che così scriveva sulle opere di Misericordia:

“Non basta perdonare; bisogna saper perdonare. Il perdono non è una assoluzione a denti stretti, un gesto di degnazione rigida verso chi ci ha offeso, un momento sentimentale che ci porta a chiudere gli occhi ed a tentare di dimenticare un torto ricevuto, un modo di passar sopra a un ricordo che fa soffrire per chiudere alla meglio una ferita. Il perdono deve essere sempre qualcosa di grande, deve nascere da pensieri grandi, deve appoggiarsi, reggersi sopra la grande virtù della Carità. Esso è un atto di giustizia: perdona perché ti è stato perdonato. Esso è un atto di speranza: ti sarà perdonato perché hai perdonato. Esso è un atto di umiltà: perdona a chi non ti chiede perdono …. spesso è così… Esso è un atto di Amore: non avere con alcuno altro debito che lo scambievole Amore. E l’Amore si sublima nel perdono. Saper perdonare… alla cieca, senza processo, molte volte. Saper perdonare… trovando, scoprendo, spesso costruendo nell’altro il diritto al perdono, per perdonare meglio …. il diritto che Cristo ha trovato per i suoi crocifissori: “Perdona perché non sanno quello che fanno! Saper perdonare… senza strascichi di memoria, senza ritorni di calcoli, senza depositi di ricordi …. perdonare in fondo. Saper perdonare… insegnando a chiedere perdono a Dio …. per primo. Saper perdonare… e, se è necessario, ammonire, e, se è necessario, punire …. perdonando. Saper perdonare… non solo internamente nel segreto, ma esternamente con l’andare, “va’ e riconciliati”, col gesto di incontro degno, forte, soave. Saper perdonare… senza contare le volte …. Saper perdonare…. perché si sa non perdonare facilmente a se stesso. Saper perdonare… senza cercare, senza volere la gloria che può venire dal perdono, ma umilmente, silenziosamente, perdonare come si compie un dovere, senza parlare, neppure con me stesso. Saper perdonare… senza stabilire l’ora, ma rispondendo subito all’impulso della grazia che mi sollecita alla Carità del perdono… Saper perdonare… chiedendo perdono per primo della mia parte che forse, che certo c’è. Saper perdonare… parlando, tacendo, pregando, offrendo come Cristo: sulle strade, nella folla, tra i discepoli sulla Croce. Saper …. non aver troppo bisogno di perdonare perché non si vede in troppe cose un’offesa …. perché non si confronta tutto ad una legge propria di giustizia… perché si cerca di non considerarsi sempre e troppo un bersaglio della malevolenza altrui…perché si è più attenti a non offendere che attenti a vedere se si è offesi. Allora, quando si dovrà, si saprà pregare per essere capaci di perdonare con Cristo “con cuore grande”.
Da “Uno sguardo che accarezza la memoria” Ed.: Amici della Familia Christi. 2010
Foto e video di Mariella Zadro

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.
