“Non c’è luogo (anche in clausura) che non possa dar modo di rispondere alla proposta di amore.” Con questa frase il vescovo di Viterbo, Orazio Francesco Piazza, ha delineato l’eccezionale figura della nobile Clarice Marescotti, poi Giacinta in religione, celebrandone la memoria liturgica il 30 gennaio nella chiesa a lei intestata nel capoluogo della Tuscia. Altre celebrazioni sono state fatte a Vignanello dove il castello Marescotti – Ruspoli vive ancora dei ricordi della santa, divenuta da ribelle agli schemi sociali dell’epoca, vanto e orgoglio della casata.
Come noto, infatti, la principessa fu rinchiusa, “obtorto collo” nel monastero di clausura di san Bernardino di Viterbo, uno di quelli che venivano chiamati “delle sepolte vive”. Era stato proprio per una “proposta di amore” giovanile, avversata dalla famiglia, a destinare la giovinetta alla vita monacale. Tra le mura del convento, peraltro, fin dall’inizio condusse una vita principesca, sostanzialmente estranea allo spirito e alle regole claustrali, in una situazione, d’altronde, comune all’epoca, a cavallo del ‘500 e del ‘600.
Ma per i misteriosi percorsi della Grazia una nuova proposta di amore, questa volta per il Signore Crocifisso, in età matura, riempì il cuore di santa Giacinta. L’agiografia seicentesca si attarda a descrivere le penitenze e i gesti di umiliazione fatti dalla santa; l’agiografia del XXI° secolo, invece, preferisce sottolineare le opere di misericordia da lei compiute, da sepolta viva, a favore dei bisognosi e per la pacificazione delle fazioni cittadine. Il vescovo ha voluto ricordare alcune delle realizzazioni compiute da Santa Giacinta, tramite epistolari, colloqui personali e finanze familiari, che ancora adesso, quattro secoli dopo, proseguono nell’attività benefica. Monsignor Piazza ha concluso dicendo che oggi, come sempre, la povertà più che un problema personale è un problema sociale. Affermazione certo diretta a tutti gli intervenuti, ma si spera recepita in particolare dall’assessora alle politiche sociali del Comune di Viterbo, Patrizia Notaristefano, presente al rito.
Alla cerimonia a Viterbo sono intervenute anche le discendenti della famiglia della santa, donna Claudia e donna Giada, venute da Vignanello, oltre ai Cavalieri di Malta e all’Arciconfraternita del Gonfalone-Araldi della Madonna del Carmelo. Al termine del rito è stato possibile visitare nell’Archivio storico del Convento una mostra delle lettere della santa e alcuni libri dell’epoca.
Galleria fotografica a cura di Mariella Zadro

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.

