Nota della Direzione
Pubblichiamo l’abstract della relazione di Mario Mancini, direttore editoriale di Sosta e Ripresa, per gli Atti della giornata di studi di ottobre, a conclusione della Biennale di Viterbo Arte Contemporanea.
Una più ampia sintesi della relazione di Mancini è uscita su Sosta e Ripresa, il 22 ottobre.
La Terra è un organismo vivente, che vibra, che palpita, che vive, che si evolve, che respira: senza l’aria la Terra sarebbe un sasso morto.
La temperatura mondiale media negli ultimi 70 anni è cresciuta di 0,76 gradi centigradi e continua a crescere. Questo aumento dipende dalla concentrazione nell’atmosfera dei gas serra che trattengono quella parte di radiazione solare che la terra riflette (albedo, dal latino albus= bianchezza, trasparenza) verso lo spazio.
Tra i principali gas serra c’è l’anidride carbonica che l’uomo produce bruciando i combustibili fossili che la natura aveva immagazzinato nel corso di centinaia di milioni di anni. La concentrazione così raggiunta

Con il protocollo di Kyoto (1997) ci si è illusi di poter frenare entro il limite di 1,5°-2° il riscaldamento globale passando alle cosiddette fonti rinnovabili, ma da allora la temperatura media è già cresciuta di quasi 1°. Inoltre le cosiddette rinnovabili, pur non producendo CO2 non diminuiscono l’effetto serra. All’origine di questo problema c’è il consumismo sempre più spinto ed il saccheggio delle risorse della Terra.
Papa Francesco osserva che “la violenza che l’uomo fa alla creazione si esprime anche nello sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, nello sperpero degli scarti e nell’iniqua distribuzione delle risorse e delle ricchezze.” Nel §34 dell’enciclica “Fratelli tutti” aggiunge: “Se tutto è connesso, è difficile pensare che questo disastro mondiale non sia in rapporto con il nostro modo di porci rispetto alla realtà, pretendendo di essere padroni assoluti della propria vita e di tutto ciò che esiste. Non voglio dire che si tratta di una sorta di castigo divino. E neppure basterebbe affermare che il danno causato alla natura alla fine chiede il conto dei nostri soprusi. È la realtà stessa che geme e si ribella”.
La Chiesa, da sempre, ma con crescente consapevolezza a partire dal Concilio Vaticano II, ha cercato di richiamare i fedeli e tutti gli uomini di buona volontà ad un umanesimo più consapevole, più aperto agli altri, più moderato nei costumi e nei consumi. Sempre più spesso i Pontefici negli ultimi 50 anni fanno appello ad un “nuovo stile di vita”. Questa espressione si trova già nella Populorum progressio (1967) di san Paolo VI. Si ritrova nella Centesimus annus (1991) di san Giovanni Paolo II, viene ripetuta nella Caritas in veritate (2009) di Benedetto XVI che è più focalizzata sulla speculazione della finanza. La riprende ancora la Laudato sì (2015) di papa Francesco che apertamente denuncia il “consumismo ossessivo” (§ 203) come un pericolo per la vita stessa del pianeta. Papa Francesco dedica proprio questa enciclica prevalentemente all’argomento del creato ed alle problematiche ambientali. Giustamente rimarca (§ 106) “… il falso presupposto che esiste una quantità illimitata di energia e di mezzi utilizzabili, che la loro immediata rigenerazione è possibile e che gli effetti negativi delle manipolazioni della natura possano essere facilmente assorbiti”. Parole profetiche scritte giusto 5 anni fa. Nella stessa enciclica tocca tutti i punti che abbiamo visto fino ad addentrarsi nei particolari di una sana raccolta differenziata! Per il Papa (§139): ”Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale.” Tutta l’enciclica è un continuo richiamo a nuovi stili di vita.
È possibile un nuovo stile di vita che unisca delle comunità di laici, di famiglie che vivano al di fuori della logica del consumismo e dell’alienante individualismo? È possibile ripetere le esaltanti esperienze delle prime comunità cristiane, come descritto nella “Lettera a Diogneto” o da Tertulliano, dove l’amore tra i cristiani era una realtà che “colpiva” i pagani?
Esiste un modello diverso in tante comunità associative di vita in comune. Forse quella più strutturata è la realtà di Nomadelfia, la condivisione per concentrare i servizi essenziali in una comunità, possibile se si supera l’individualismo per tornare a vivere come una comunità che mette in comune risorse e servizi. È l’idea delle prime comunità cristiane, è l’idea del monachesimo occidentale, è l’idea delle comunità assediate o comunque sotto grave stress, è l’idea dei kolkoz, dei kibbuz, è lo stile di vita delle comunità genuine non ancora travolte dal consumismo e dall’individualismo egoistico.
Le stesse strategie non sono valide a tutte le latitudini ed in tutti i contesti: per respirare i polmoni devono alternativamente aprirsi e chiudersi.: le persone disposte a rinunciare alla proprietà privata per una vocazione spirituale son sempre state una minoranza che non ha influito “economicamente” nella società, ma ha avuto un impatto determinante sulla vita religiosa e morale. È come il sale della terra o la luce del mondo: a cominciare dalla comunità apostolica, alle esperienze eremitiche, alle abbazie, agli ordini mendicanti. Sorprendentemente (ma nemmeno tanto) un nuovo più devastante colpo è venuto da un infinitesimale virus che ha sconvolto e contraddetto tutte le certezze sociali del pianeta.
Scrive Papa Francesco nella Fratelli tutti: (§ 19) “La mancanza di figli, che provoca un invecchiamento della popolazione, insieme all’abbandono delle persone anziane a una dolorosa solitudine, afferma implicitamente che tutto finisce con noi, che contano solo i nostri interessi individuali. Così, «oggetto di scarto non sono solo il cibo o i beni superflui, ma spesso gli stessi esseri umani». [14] Discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede (13 gennaio 2014). Abbiamo visto quello che è successo agli anziani in alcuni luoghi del mondo a causa del coronavirus. Non dovevano morire così. Ma in realtà qualcosa di simile era già accaduto a motivo delle ondate di calore e in altre circostanze: crudelmente scartati. Non ci rendiamo conto che isolare le persone anziane e abbandonarle a carico di altri senza un adeguato e premuroso accompagnamento della famiglia, mutila e impoverisce la famiglia stessa. Inoltre, finisce per privare i giovani del necessario contatto con le loro radici e con una saggezza che la gioventù da sola non può raggiungere. Il dolore, l’incertezza, il timore e la consapevolezza dei propri limiti che la pandemia ha suscitato, fanno risuonare l’appello a ripensare i nostri stili di vita, le nostre relazioni, l’organizzazione delle nostre società e soprattutto il senso della nostra esistenza.”

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.

