Il calice, quello che usiamo durante la Messa, è molte cose. Nella notte del Getsemani Gesù chiama calice la propria passione e morte. La Chiesa lo chiama calice della salvezza. Perché spiega la vita, quella quotidiana di ciascuno che il Signore risorto innesta nell’eternità della redenzione. Sul significato di un calice artistico ha avuto modo di riflettere la comunità di Castel d’Asso nella Messa di Pasqua, celebrata da don Gianni Carparelli con un un calice realizzato realizzato per lui e del quale ha raccontato la storia. Poi ha fatto altrettanto per Sosta e Ripresa con l’intervista di Mariella Zadro. 

 

 

Come nasce l’idea e la realizzazione del calice?

Nel 2004 chiesi all’amico scultore Ernesto Lamagma di farmi un calice per la celebrazione della S. Messa. Gli diedi da leggere la lettura di “Messa sul Mondo” di Teilhard de Chardin. Mi aveva sempre affascinato, così come l’opera “Resurrezione” di Pericle Fazzini, situata nella Sala udienze in Vaticano, ora Sala Paolo VI, che aveva commissionato il lavoro allo scultore. L’autore ci lavorò dal 1970 al 1975 e l’opera fu inaugurata il 28 settembre 1977. Fazzini stesso scrisse: “Il Cristo risorge da questo cratere apertosi dalla bomba nucleare: una atroce esplosione, un vortice di violenza e energia”.

Inoltre gli consigliai di rileggere l’ enciclica “Ecclesia de Eucharistia” di Giovanni Paolo II, del 17 aprile 2003.

Cosa è raffigurato nel calice?

Il calice mostra il cosmo e l’umanità sanguinante in cerca di luce. Un universo e l’umanità sanguinante, sofferente, piena di abusi e dolore (le gocce rosse, rubini, nella base del calice), nel quale emerge la vita indicata da Gesù, il Cristo, il Messia che ci invita a “vedere” un regno nuovo, il Regno di Dio. Da questo mondo sfasciato emerge un Cristo che sostiene una coppa. Il dono della vita e lavoro umano, dono vero a Dio. Non cose e regali, ma una vita nuova.

Come nasce questa vita nuova ?

Non a caso o per caduta libera dal cielo. Una vita nuova, cioè: risorta (ecco il vero senso di Resurrezione). È frutto di una collaborazione tra umanità e mistero di Dio, rivelato nella presenza del Signore Gesù. Il calice mostra un Cristo con un braccio mancante, perché il braccio mancante siamo noi, con la nostra vita guidata dalla fede. Il mondo umano non diverrà Regno di Dio con orazioni e cerimonie, ma perché no, io, tu e tutti noi, ci diamo da fare per cambiare il mondo da umano a divino.

È il significato della preghiera che conclude il rito dell’Offertorio: “Umili e pentiti accoglici, Signore, ti sia gradito il nostro sacrificio che oggi si compie dinanzi a te”.

Condividi