Da bambini si riceve spesso la raccomandazione e l’insegnamento ad essere “buoni”. Poi quando si cresce si viene spronati ad essere “bravi”. Più in là, si impara che bisogna essere migliori degli altri, più motivati, più aggressivi, più furbi, più duri, … forse anche più cattivi.
Di essere più buoni se ne perdono le tracce. Qualche maestro di spiritualità, qualche filosofo, qualche religioso mantiene ancora il concetto tra pochi eletti. Attraverso i millenni la bontà è apparsa, nel peggiore dei casi, un sogno utopistico, un desiderio di persone speciali, una categoria speculativa. Ora si è raggiunto il colmo: la bontà come un delitto. L’oggetto di disprezzo nell’epiteto: “buonista”. Ebbene sì: chi è buono è un pericolo pubblico, un pericoloso criminale da combattere e abbattere. Un essere spregevole al soldo (sì, al soldo) dei poteri forti che schiacciano l’Umanità.
Perché sorprendersi? Anche Nostro Signore Gesù Cristo fu messo a morte, perché predicava un Dio buono, che dà la vita (e la dà in abbondanza) ai giusti ed ai peccatori. Oggi come allora, il buono (o il buonista) è un pericoloso sovversivo che minaccia l’ordine sociale e va arrestato e crocifisso. Anche brandendo una corona del Santo Rosario a mo’ di scimitarra. Ma dunque: chi brandisce il Rosario lo dice mai? E cosa ispirano i Misteri che snocciola, o le preghiere che ripete? È un altro sistema di farsi beffe dei “buonisti” sia per chi lo bandisce, che per chi si bea dell’inganno.
È il trionfo del demonio, che torna al momento fissato (Lc 4, 13) , quando con le Guardie del Tempio, quando con la Massoneria, quando con i dittatori disumani, quando, come oggi, con gli “hater” e le “fake news”.
Diceva la professoressa Tommasa Alfieri nella istruzione del 4 dicembre 1973: “… quando la Sacra Scrittura ci dice come puoi amare Dio? Se non vedi e non ami il fratello che vedi, praticamente ci dice che il vero amore verso i nostri fratelli da cui discende il vero servizio, in fondo deve essere questo: io vi amo per amore di Dio, perchè Dio vi ama. Evidentemente questo non toglie che possa metterci tutto un senso umano, immediato, sensibile in questo mio amore, in questo servizio, però prima il motivo fondamentale, è che io vi amo, perché amo Dio e Dio vi ama, che io vi servo perchè voglio servire Dio e quindi il mio andare verso di loro, avanti! ”
Per me, nel 1959, ben prima del Concilio Vaticano II, l’incontro con la, Signorina Masa segnò anche l’incontro con il messaggio del Cristianesimo coniugato nella sua forma più esigente e sconvolgente. Pur essendo giovane, già avevo dimenticato l’invito ad essere “buoni”, che la Signorina Masa distillava dal messaggio evangelico. Sessanta anni dopo vedo purtroppo che il “buonista” è ancora perseguitato ed additato alla pubblica Gogna. Ma ancora più amaro è il costatare che i martiri di oggi non sono quelli che brandiscono il Rosario!

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.
