Se il virus è nei comportamenti

 

Si possono trarre almeno un paio di lezioni dall’epidemia  causata da un coronavirus finora non conosciuto, registrata quest’inverno nella città di Wuhan, nella provincia centrale cinese  dello Hubei, e che ha raggiunto in maniera più che contenuta anche altri Paesi, compresa l’Italia, al terzo poso, in queste ore per numero di contagi segnalat, dopo appunto Cina e Iran, con due  focolai accertati in Lombardia e in Veneto. Un fatto, comunque, che ragionevolmente si può attribuire a un controllo antiepidemiologico più capillare rispetto ad altri Paesi, anche europei, e a un’applicazione doverosamente severa del principio di precauzione.

La prima di tali considerazioni riguarda appunto tale principio, dato che non esistono, al momento, strumenti sanitari, salvo il ricorso a normali pratiche igieniche e a iniziative prudenziali pubbliche, per contrastare questo tipo di virus, come accade per esempio con i vaccini antinflenzali.

Il che fa riflettere sulla necessità di affidare la ricerca medica più alle strutture pubbliche, cioè determinate dall’interesse generale, che a quelle private, per loro natura orientate al guadagno. Non è un caso se a “tracciare” il virus e a dare la prospettiva di una soluzione terapeutica  in tempi relativamente brevi, siano stati i ricercatori – anzi le ricercatrici, tre donne – di una struttura pubblica italiana, l’ospedale Spallanzani di Roma, che ancora resiste al massacro e al saccheggio praticato da decenni nel servizio sanitario nazionale. Quello, per intenderci, del quale quasi tutti evidenziamo solo le magagne, molti perchè le subiscono, ma non pochi, che purtroppo hanno potere e influenza, per interessi privati.

Di coronavirus (CoV), così chiamati  per le punte a forma di corona sulla loro superficie,  se ne sono scoperti finora sette, i primi quattro, che non ebbero gravi conseguenze, già negli anni Settanta del secolo scorso. Il primo episodio rilevante, incominciato anch’esso in Cina nel 2002,  fu causato dal quinto, quello della Sars (Severe acute respiratory syndrome),  che in alcuni mesi ebbe a livello mondiale circa ottomila casi, con 774 morti, compreso il medico italiano Carlo Urbani, il primo a identificare il virus che lo uccise.  Più letale, in parcentuale, fu dieci anni dopo quello della Mers (Middle East respiratory syndrome) che colpì la penisola arabica e che nel suo primo impatto e in una recrudescenza nel 2015 uccise  624 persone su 1.616 casi accertati.

Quello attuale è appunto il settimo,  per ora contrassegnato solo con la sigla 2019-nCoV.

Ciò detto, bisogna ricordare che  le conseguenze del virus, pur con una diffusione molto più ampia rispetto alla Mers e alla Sars, appaiono in percentuale mono gravi, con 2500 morti su ottantamila casi di contagio accertati, in massima parte in Cina, ai livelli cioè di una influenza stagionale.

E questo,  pur nell’evidenza di una situazione non certo semplice, sia per le misure di vigilanza straordinarie adottate, sia per la legittima inquietudine della cittadinanza, ci riporta alla seconda lezione da imparare. Cioè che oggi la disinformazione si diffonde ben più dei virus,  soprattutto con le cosiddette fake news sui social media, secondo quello “stile” che ha fatto di internet uno strumento di menzogna almeno quanto lo è di conoscenza. Si varca sempre più con deprecabile superficialità, quando non con colpevole intenzione, il confine tra allerta e allarmismo, tra vigilanza e isterismo. E non solo in questo caso. Per fare uno dei tanti esempi, l’influenza detta suina (impropramente) provocò nel 2009  uno spropositato terrore, soprattutto in Italia, dove si parlò di un milione e mezzo di casi, prima che rivelasse un tasso di mortalità molto più basso di quello di una normale influenza stagionale. Nell’epoca di internet, aggiungere tre zeri ai numeri reali è solo il minore dei crimini – perché il procurato allarme è un reato – di quei costruttori di paura che proliferano (e purtroppo non solo generici utenti del web, ma persino giornalisti che hanno perso l’abitudine deontologica di verificare le notizie prima di darle, per non parlare degli esponenti politici  e istituzionali).

Si va dalle teorie complottiste sul  virus creato a scopo militare in laboratoro – statunitense o cinese a seconda delle simpatie di chi le propaga –  all’attribuire il blocco di arrivi e partenze in Cina, un’opportuna misura precauzionale in attesa che il contagio sia contenuto,  a un complotto per colpire questo o quel Paese, questo o quell’interesse commerciale. Fiumi d’inchiostro – anzi di clic di tastiere – e ore di programmi radiofonici e televisivi insieme a notizie reali, tipo andamento delle borse o conseguenze sui consumi e sul commercio, danno spazio a dicerie, opinioni e posizioni che appartengono non  al diritto/dovere di cronaca, ma a un senzazionalismo tanto idiota quanto pericoloso. Accade un po’ in tutto il mondo, con episodi eclatanti quanto grotteschi, con schierata in prima linea anche l’Italia nonostante una risposta ragionevolmente efficace, grazie proprio al sistena di vigilanza antiepidemiologica che resta una della cose migliori del servizio sanitario pubblico, almeno  finchè non si sia finito di massacrarlo.

Ma siamo ben oltre il grottesco: la mai morta, stupida e feroce caccia all’untore di manzoniana memoria si veste oggi sempre più di razzismo, di odio per il diverso. E alimenta, per ignoranza o per scopi inconfessabili,  una discriminazione vergognosa verso chi è originario delle terre in cui il virus si è manifestato. Lo mostra il precipitare delle presenze negli esercizi commerciali gestiti da cinesi. Ma non è solo di danni materiali che occorre parlare. Si pensi alle chat che continuano a riempirsi  di notizie senza fondamento e di inviti a segregare i cinesi da considerare nemici. Si, ci sono epidemie sociali ben peggiori di quelle sanitarie, quando si dimentica che per i malati deve esserci cura e per i morti pietà, non l’azzannare degli sciacalli.

Foto tratta dal web

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