Scrivevo nel numero di Natale della tragedia dei bambini travolti della ferocia. E questo pensiero, costante e lacerante, mi ha accompagnato anche in questi primi mesi del nuovo anno. La speranza della Pasqua, il senso autentico della quaresima, in me, come in molti, ha rischiato e rischia ancora di essere travolto da quella ferocia accanita sulla speranza che ogni bambino rappresenta. 
L’uso dei bambini per fare la guerra, una delle più gravi tra le violazioni dei diritti umani, ha visto un’intensificazione in questi ultimi mesi dovuta non tanto ai tradizionali motivi all’origine del fenomeno dei bambini soldato, quanto a una strategia comunicativa, basata appunto sulla ferocia, della quale mostrano sempre più di avere padronanza i gruppi armati terroristici. Nell’ultimo fine settimana se ne sono avuti diversi esempi. Quello più sconvolgente è la strage perpetrata in Nigeria da un’attentatrice suicida di sette anni – ma sarebbe meglio dire da una bambina usata come bomba dai miliziani islamisti di Boko Haram – che si è fatta esplodere in un mercato di Potiskum, la capitale dello Stato nordorientale nigeriano dello Yobe, uccidendo oltre a se stessa cinque persone e ferendone diciannove. La piccola era stata fermata dalle forze di sicurezza, ma è riuscita a sfuggire al loro controllo.
Poche ore prima, centinaia di bambini erano stati rapiti da uomini armati nel villaggio di Wau Shilluk, nei pressi della città di Malakal, la capitale nello Stato sudsudanese dell’Alto Nilo. Non ci sono state rivendicazioni, ma l’Onu non ha dubbi sul fatto che si tratti dell’ennesimo caso di reclutamento forzato di bambini soldato.
Il fenomeno non è certo nuovo nei conflitti africani e in quelli sudanesi in particolare. Secondo l’Unicef, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia, in Sud Sudan solo nell’ultimo anno – dall’inizio del conflitto civile esploso a dicembre del 2013 tra i reparti dell’esercito fedeli al presidente Salva Kiir Mayardit e quelli ribelli che fanno riferimento all’ex vice presidente Rijek Machar – ne sono stati schierati sul campo di battaglia circa dodicimila. Del loro impiego i rapporti dell’Onu accusano tanto le truppe governative quanto i ribelli. In questo caso, a giudizio di chi scrive queste righe, c’è però una componente ulteriore di inquietudine. Il villaggio dove sono stati reclutati i ragazzi, in qualche caso appena dodicenni, sorge in un’area abitata dal gruppo etnico degli shilluk. Nella zona operano i miliziani di Johnson Olony, un ex capo ribelle finito nel mirino delle forze di Machar (in massima parte di etnia nuer) per aver stretto un’alleanza con l’esercito fedele al Governo di Juba. E sono molti gli indizi che Olony sta effettuando campagne di reclutamento con una relativa accettazione da parte della popolazione shilluk.
Né una simile complicità delle famiglie dei bambini trasformati in assassini o terroristi si può escludere per quanto riguarda il cosiddetto Stato islamico (Isis). Sempre durante questo fine settimana ha suscitato orrore in tutto il mondo il filmato diffuso dall’Isis nel quale si mostrano ventuno prigionieri, in maggioranza peshmerga curdi catturati in Iraq, fatti sfilare chiusi in gabbie ad Hawija, un villaggio a circa cinquanta chilometri da Kirkuk, la città irachena da dove i miliziani jihadisti sono stati costretti alla ritirata proprio dai curdi. Il filmato di questa parata, blasfema per ogni sentimento di pietà umana e per ogni sentire religioso, è una sorta di ricapitolazione degli orrori perpetrati finora dall’Isis. I prigionieri, vestiti con le tute arancione fatte indossare agli ostaggi trucidati dall’Is, vengono fatti sfilare a capo chino davanti alla telecamera, poi rinchiusi in una gabbia. Un flashback inserisce l’immagine del pilota giordano bruciato vivo appunto in una gabbia. Nelle inquadrature finali, i prigionieri sono inginocchiati a terra con alle loro spalle i boia armati di pistola. La sequenza è interrotta da altri flashback con le le terribili immagini dei copti cristiani decapitati su una spiaggia libica.

Meno rilievo mediatico ha invece avuto un altro filmato messo in rete dall’Isis, quello con le immagini di decine di ragazzini in tenuta militare in un campo di addestramento ad Al Raqqah, in Siria. Ed anche in questo caso è difficile stabilire se questi bambini siano stati sottratti a forza alle loro famiglie o se la propaganda jihadista abbia indotto queste ultime a favorirne l’arruolamento.
Foto di Gianluca Belei

Direttore Responsabile
Giornalista professionista, ha lasciato a fine febbraio del 2016, pochi giorni dopo il suo sessantesimo compleanno, L’Osservatore Romano, il giornale della Santa Sede, dove aveva svolto la sua professione negli ultimi trent’anni, occupandosi principalmente di politica internazionale, con particolare attenzione al Sud del mondo.
Ha incominciato la sua professione giornalistica nel 1973, diciassettenne, a L’Avanti, all’epoca quotidiano del Partito Socialista Italiano, con il Direttore Responsabile Franco Gerardi. Nello stesso periodo, fino al 1979, ha collaborato con la rivista Sipario e ha effettuato servizi per l’editrice di cinegiornali 7G.
Ha diretto negli anni 1979-1980 i programmi giornalistici di Radio Lazio, prima emittente radiofonica non pubblica a Roma, producendovi altresì i testi del programma di intrattenimento satirico Caramella.
Ha poi lavorato per l’agenzia di stampa ADISTA, collaborando contemporaneamente con giornali spagnoli e statunitensi.
Nel 1984 ha incominciato a lavorare per la stampa del Vaticano, prima alla Radio Vaticana, dove al lavoro propriamente giornalistico ha affiancato la realizzazione, con altri, di programmi di divulgazione culturale successivamente editi in volume.
All’inizio del 1986 è stato chiamato a L’Osservatore Romano, all’epoca diretto da Mario Agnes, dove si è occupato da prima di cronaca e politica romana e italiana. Successivamente è passato al servizio internazionale, come redattore, inviato e commentatore. La prima metà degli anni Novanta lo ha visto impegnato in prevalenza nel documentare i conflitti nei Balcani e negli anni successivi si è occupato soprattutto del Sud del mondo, in particolare dell’Africa, ma anche dell’America Latina.
Su L’Osservatore Romano ha firmato circa duemila articoli sull’edizione quotidiana e su quelle settimanali. Ha inoltre contribuito alla realizzazione di alcuni numeri de I quaderni de L’Osservatore Romano, collana editoriale sui principali temi di politica, di cultura e di dialogo internazionali.
Collabora con altre testate, cattoliche e non, e con programmi d’informazione radiofonica e televisiva.
È Direttore Responsabile, a titolo gratuito, della rivista Sosta e Ripresa.
Ha insegnato comunicazione e politica internazionale in scuole di giornalismo e ha tenuto master di secondo livello, come professore a contratto, in Università italiane. Ha tenuto corsi, seminari e conferenze in Italia e all’estero. Ha tenuto corsi sull’attività diplomatica della Santa Sede in istituti superiori di cultura in Italia.
È autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, diari di viaggio, testi teatrali. Sue opere sono riportate in antologie poetiche del Novecento.
È tra i fondatori dell’Associazione Amici di Padre Be’ e della Fondazione Padre Bellincampi ONLUS, che si occupano di assistenza all’infanzia, e dell’associazione L.A.W. Legal Aid Worldwide ONLUS, per la tutela giurisdizionale dei diritti dell’uomo. Ha partecipato a progetti sociali per la ricostruzione di Sarajevo. È stato promotore e sostenitore di un progetto di commercio equo e solidale realizzato in Argentina.
