Perché Sosta e Ripresa? Perché una rivista nata per conservare e trasmettere il senso di un’identita principalmente e convintamente laicale –  nata per scrutare e interpretare il presente – esce con un numero monografico sulla figura di un sacerdote passionista dal quale ci separano due secoli? La prima risposta che ci siamo dati è stata di una scelta contingente, nata da un’occasione importante, il convegno sul beato Domenico della Madre di Dio (Domenico Barberi da Viterbo),  che ha riunito insieme la diocesi di questa città, tanto legata alla vicenda della Familia Christi e della sua sia fondatrice Tommasa Alfieri, e quella inglese di Birmingham, dove il beato viterbese svolse tanta parte della sua azione evangelizzatrice.

Scelta laicale – e scelta di S&R è infatti anche l’attenzione, il desiderio di arricchimento che agli avvenimenti  culturali si rivolge. E questo convegno ci è parso, nell’intenzione e nella realizzazione, un avvenimento importante che era doveroso contribuire a far conoscere.

Ma ogni risposta merita di essere approfondita e, soprattutto, verificata alla luce proprio del presente,del nostro presente. Quanto emerso dal convegno ci è parso utile anche in questo, se non altro per una somiglianza di fondo tra la nostra epoca a cavallo tra il secondo e il terzo millennio cristiano e l’epoca del beato Domenico, a cavallo tra Settecento e Ottocento, cioè quella – in estrema sintesi – segnata dalla rivoluzione francese e dai suoi effetti, certo dai suoi eccessi e dai suoi errori, ma anche dalle sue motivazioni di fondo che la dottrina sociale delle Chiesa avrebbe poi riconosciuto come tanto simili alle proprie.

Di quella rivoluzione e dei suoi eccessi, il beato Domenico fu certo avversario, come testimonia, sia pure implicitamente, la sua biografia, non solo per sua scelta convinta, che pure ci fu, ma anche per il contesto nel quale questa scelta maturò in un giovane cresciuto in una famiglia modesta della Tuscia  in un’epoca in cui questa regione fu bruscamente sottratta al potere politico del Papa per entrare in quell’impero napoleonico, si di breve durata, ma di profonda influenza su tutto l’Ottocento e oltre. Anche di questo, del contesto religioso e sociale di quell’epoca, il convegno ha saputo farsi occasione di riflessione approfondita, che la presentazione di questo numero monografico di S&R consentirà ai suoi lettori di verificare.

Ma c’è un secondo,  fondamentale aspetto della figura del beato che a chi di questa rivista è direttore responsabile preme sottolineare. L’aspetto cioè che bene si sposa alla lezione tanto profondamente imparata, vissuta e e praticata da Tommasa Alfieri: parlare con i lontani. Farlo con un rispetto che nulla toglie alla propria convinzione identitaria, né tantomeno alla propria fede. Il beato Domenico, che come è stato ricordato al convegno,  è conosciuto nella storia ecclesiale, soprattutto per essere colui che aveva accolto nel cattolicesimo John Henry Newman, poi cardinale, e di recente anch’egli dichiarato beato. Ma non andava in cerca di conversioni clamorose (e se mai ce ne fu una in Inghilterra fu quella) ma appunto di dialogo. «Particolarmente premuroso nei suoi pensieri nei confronti delle persone religiose nella nostra comunione (quella anglicana)», lo definisce lo stesso Newman,  in passo anch’esso citato durante il convegno. Come sarebbe stato poi per Tommasa Alfieri e per tanti pionieri e operai di quell’ecumenismo e di quel dialogo interreligioso che della Chiesa sono  sono propri e irrinunciabili, la sua non fu dunque un’azione di proselitismo né, Dio ci guardi, di disprezzo per il fratello in umanità che ci è diverso nelle convinzioni religiose o che persino di convinzione religiosa è privo.

In questa Europa che tanto a lungo ha diviso le piante cresciute dalla comune radice evangelica e che oggi cerca faticosamente i modi e gli obiettivi di un destino comune;  in questi nostri anni segnati da conflitti e scontri che della religione e dello stesso nome di Dio fanno strame e pretesto, questo stle, questa scelta di rispetto, di ascolto, di dialogo hanno bisogno non solo di convinzioni profonde per sfuggire alla propaganda assordante e feroce di chi nel diverso vede il nemico, ma anche di esempi e di lezioni. Esempi di mansuetudine che non può essere confusa con ignavia o timore. Esempi di pacatezza e di rifiuto di ogni arroganza che non possono essere scambiati per indifferenza.  Lezioni di servizio nella missione ad gentes, di servizio tra i lontani e per i lontani. Lezioni di amore autentico. Dice il Signore che nessuno ama più di chi dà la vita per i suoi amici. Ci sono due modi per farlo: quello dell’immolazione chiesta ai martiri e quello di una diversa testimonianza, spesa giorno per giorno, quello di chi la vita impegna a questoscopo.

E anche questo emerge certamente dall’approfondimento della figura e della vicenda del beato Domenico della Madre di Dio che inglesi e italiani hanno voluto fare nel convegno sul quale oggi sostiamo a riflettere per poi riprendere –  con le nostre povere forze, con la nostra limitata statura, ma anche con convinzione profonda e con piena fiducia – la strada che la provvidenza ci prepara.

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