Sulla polemica riguardo ai decreti del presidente del Consiglio dei ministri
La premessa dell’editoriale di oggi è persino banale: l’Italia dall’emergenza provocata dal coronavirus non è certo uscita e abbassare la guardia, magari in nome di pur comprensibilissime necessità produttive ed economiche in generale, sarebbe folle. Chiunque abbia un minimo di conoscenza dei processi epidemici – e giova ricordare in questa sede che compito ontologico del giornalismo è documentarsi per documentare i lettori, non certo fare da cassa di risonanza degli interessi di qualcuno – sa che il pericolo maggiore può venire venire dal falso senso di sicurezza determinato dal rallentamento del contagio. Lo dimostrano le esperienze del passato – per fare un solo esempio, la peggiore epidemia della storia contemporanea, la cosiddetta Spagnola del 1918/1920, nel suo secondo anno ebbe gli effetti più devastanti – lo dimostra in timore ter i contagi di ritorno espressi dalle autorità della Cina, dove la pandemia di Covid-19 è incominciata, sembrano dimostrarlo persino i dati epidemici subito tornati a salire in quei Paesi che hanno forse frettolosamente allentato le misure di quarantena e isolamento appena quei dati avevano incominciato a scendere. E in questo senso vanno lette le parole di ieri di Papa Francesco, il quale non sarà esperto di epidemiologia, ma certo è esperto in umanità e non ha altro interesse che il bene comune quando afferma che “In questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e della obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni”.
Sosta e Ripresa legge dunque, almeno fino a prova contraria, non come una difesa dagli attacchi politici ricevuti negli ultimi giorni, ma come un contributo all’informazione dei cittadini la scelta di ieri del presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, di rendere note, per la prima volta, le simulazioni del Comitato tecnico-scientifico che hanno orientato il suo ultimo dereto (Dpcm), quello di domenica 26. Simulazioni in base alle quali, ha detto Conte, se l’apertura fosse totale, scuole comprese, avremmo “151 mila posti di terapia intensiva già a giugno e un numero di ricoveri, a fine anno, pari a 430.866”.
Ciò detto, questo giornale conferma le perplessità già espresse sull’ultimo Dpcm, a partire da quelle riguardo al non recepimento delle proposte dei vescovi italiani per restituire, nel rispetto di ogni misura di sicurezza, libertà di culto ai fedeli, in aderenza ai principi sanciti dalla Costituzione. Libertà, aggiungiamo, che non riguarda solo la Chiesa cattolica, nel proprio ordine indipendente e sovrana (Articolo 7 della Costituzione) ma anche i fedeli delle altre confessioni o religioni.
Ma anche aldilà di questo aspetto, anche Sosta e Ripresa si pone domande riguardo all’uso consolidato dello strumento del Dpcm, come noto immediatamente esecutivo e non emendabile dal Parlamento, come in pratica unico strumento legislativo per affrontare l’epidemia (da febbraio sono stati una trentina). Domande che trovano sostegno nella relazione di ieri della presidente della Corte costituzionale, Marta Cartabia, nella quale si legge che “la piena attuazione della Costituzione richiede un impegno corale con l’attiva, leale collaborazione di tutte le istituzioni compresi Parlamento, Governo, Regioni, giudici. Questa cooperazione è anche la chiave per affrontare l’emergenza”. Anche in questa situazione, dunque, “la Costituzione non contempla un diritto speciale per i tempi eccezionali, ma offre la bussola anche per navigare per l’alto mare aperto dell’emergenza e del dopo-emergenza che ci attende”.
Questo giornale concorda con quanto sottolineato da Cartabia e auspica una ripresa dei normali percorsi democratici, specificando comunque che ciò non comporta alcuna adesione a quanto affermato da questa o quella forza politica, a partire da quelle che scambiano la Costituzione per una specie di banco del mercato da cui prendere solo quanto è loro utile per ottenere qualche zero vilgola in più di consensi. Perchè qui non è in gioco la salute del governo, del presidente del Consiglio dei ministri, della forze più o meno competitive tra loro della sua maggioranza o di quelle altrettanto divise dell’opposizione. Purtroppo è in gioco la salute di tutti noi e rischia anche quella della Repubblica.

Direttore Responsabile
Giornalista professionista, ha lasciato a fine febbraio del 2016, pochi giorni dopo il suo sessantesimo compleanno, L’Osservatore Romano, il giornale della Santa Sede, dove aveva svolto la sua professione negli ultimi trent’anni, occupandosi principalmente di politica internazionale, con particolare attenzione al Sud del mondo.
Ha incominciato la sua professione giornalistica nel 1973, diciassettenne, a L’Avanti, all’epoca quotidiano del Partito Socialista Italiano, con il Direttore Responsabile Franco Gerardi. Nello stesso periodo, fino al 1979, ha collaborato con la rivista Sipario e ha effettuato servizi per l’editrice di cinegiornali 7G.
Ha diretto negli anni 1979-1980 i programmi giornalistici di Radio Lazio, prima emittente radiofonica non pubblica a Roma, producendovi altresì i testi del programma di intrattenimento satirico Caramella.
Ha poi lavorato per l’agenzia di stampa ADISTA, collaborando contemporaneamente con giornali spagnoli e statunitensi.
Nel 1984 ha incominciato a lavorare per la stampa del Vaticano, prima alla Radio Vaticana, dove al lavoro propriamente giornalistico ha affiancato la realizzazione, con altri, di programmi di divulgazione culturale successivamente editi in volume.
All’inizio del 1986 è stato chiamato a L’Osservatore Romano, all’epoca diretto da Mario Agnes, dove si è occupato da prima di cronaca e politica romana e italiana. Successivamente è passato al servizio internazionale, come redattore, inviato e commentatore. La prima metà degli anni Novanta lo ha visto impegnato in prevalenza nel documentare i conflitti nei Balcani e negli anni successivi si è occupato soprattutto del Sud del mondo, in particolare dell’Africa, ma anche dell’America Latina.
Su L’Osservatore Romano ha firmato circa duemila articoli sull’edizione quotidiana e su quelle settimanali. Ha inoltre contribuito alla realizzazione di alcuni numeri de I quaderni de L’Osservatore Romano, collana editoriale sui principali temi di politica, di cultura e di dialogo internazionali.
Collabora con altre testate, cattoliche e non, e con programmi d’informazione radiofonica e televisiva.
È Direttore Responsabile, a titolo gratuito, della rivista Sosta e Ripresa.
Ha insegnato comunicazione e politica internazionale in scuole di giornalismo e ha tenuto master di secondo livello, come professore a contratto, in Università italiane. Ha tenuto corsi, seminari e conferenze in Italia e all’estero. Ha tenuto corsi sull’attività diplomatica della Santa Sede in istituti superiori di cultura in Italia.
È autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, diari di viaggio, testi teatrali. Sue opere sono riportate in antologie poetiche del Novecento.
È tra i fondatori dell’Associazione Amici di Padre Be’ e della Fondazione Padre Bellincampi ONLUS, che si occupano di assistenza all’infanzia, e dell’associazione L.A.W. Legal Aid Worldwide ONLUS, per la tutela giurisdizionale dei diritti dell’uomo. Ha partecipato a progetti sociali per la ricostruzione di Sarajevo. È stato promotore e sostenitore di un progetto di commercio equo e solidale realizzato in Argentina.
